Tradimento a 5 Stelle: nel contratto di Governo scompare l’identità del Movimento

Luigi Di Maio

Con in mano la prima stesura del contratto di Governo, Di Maio dice di mettere al sicuro l’identità del Movimento, ma dal documento vengono fatti fuori: lotta alla corruzione e alle mafie, conflitto d’interesse, superamento della Fornero, della Buona Scuola e reddito di cittadinanza.

Con un post sul blog pentastellato, il leader Luigi Di Maio afferma che: «Il Movimento 5 Stelle non ha alcuna intenzione di perdere la sua identità politica in un Governo di coalizione classico». Ma, analizzando i punti del contratto, i suoi elettori devono star sicuri delle parole pronunciate dal loro candidato premier?

Con l’avvento del mandato affidato a Roberto Fico per cercare un’intesa di Governo tra 5 Stelle e Partito Democratico, il Movimento creato da Grillo prova l’ultimo affondo per cercare una vera e propria mediazione basata su punti programmatici: il contratto. Un contratto alla tedesca che assicuri stabilità al Paese, un calderone di punti schematizzati che potrebbero mettere d’accordo le due fazioni composte da Lega e Partito Democratico. Di Maio è stato chiaro: nessun accordo se al tavolo vi sarà la presenza di Silvio Berlusconi, un inno di battaglia che ha avuto come megafono la sentenza sulla Trattativa Stato-Mafia, nella quale compare il nome del Cavaliere. Una decisione, quella di Di Maio, che mette d’accordo buona parte dell’elettorato pentastellato, una scelta coerente con le battaglie del Movimento, ma che non trova riscontro con i punti del contratto. Già, Berlusconi è stato fisicamente fatto fuori, ma, forse, idealmente è ancora lì. Ciò possiamo affermarlo se partiamo da una chiara lettura del contratto di Governo stilato dai tecnici incaricati da Di Maio.

Tradimento a 5 Stelle

«Vi sono divergenze che derivano da diverse, se non opposte, concezioni della vita associata e di ordine morale». E infatti proprio queste divergenze sono state fatte completamente fuori dal contratto. Non compare, alla luce dei punti schematizzati, pilastri che hanno segnato la campagna elettorale dei pentastellati e il loro stesso ammirevole risultato elettorale. La lotta alla corruzione scompare dai punti prioritari, solo un mese fa Di Maio ribadiva che: «Daremo massima attenzione al rispetto dell’ambiente, al contrasto della corruzione e dell’eccessiva burocrazia». Nei fatti ciò è risultato falso. La corruzione è uno dei mali dilaganti nel nostro Bel Paese e, con un’eventuale firma di questo contratto, verrà fatta fuori dai temi del Governo. Altro esempio è la lotta alla mafia, baluardo dei 5 Stelle, una delle poche fazioni a parlare del problema; stampato nella memoria di questa campagna elettorale le letture della sentenza Dell’Utri di Alessandro Di Battista. «Berlusconi effettuò un patto con Cosa Nostra», tuonava Dibba, ciò è vero, ma nel contratto scompare letteralmente il contrasto alle mafie. Niente superamento della Fornero, un punto in cui si concentrano maggiormente le differenze dei partiti. Nessun superamento della Buona Scuola; la riforma del sistema scolastico, aspramente criticata dai 5 Stelle, rimane in piedi. E arriviamo ora al grande escluso: il reddito di cittadinanza. Sbandierato, rivendicato, ridicolizzato e martoriato, il reddito di cittadinanza lascia il posto al salario minimo garantito, manovra strutturalmente differente. Rientrano nel contratto il piano giovani, gli incentivi alle famiglie, la questione riguardante la sicurezza dalla minaccia terrorista e il grave problema della pressione fiscale. C’è anche il contrasto alla violenza di genere e al cyberbullismo, velocizzazione della giustizia e mette d’accordo tutti la Green Economy.

Facendo fuori queste proposte bisogna chiedersi di che identità politica sta parlando Di Maio. L’intera campagna elettorale è stata rivoltata con questo contratto e risulta difficile pensare ad una normale manovra istituzionale, purtroppo non è così. Il proporzionale pretende il dialogo tra le varie forze politiche; pensare che i 5 Stelle debbano mantenere le loro posizioni è un pensiero utopistico, ciò non presuppone però che possa esser fatto fuori il cuore della campagna elettorale, a questo punto non è un compromesso politico, ma democratico.

«Con questo prima stesura del contratto abbiamo compiuto un passo importantissimo per facilitare il dialogo con la Lega e il Partito Democratico. Siamo impazienti di approfondire con la forza politica che lo vorrà i termini del contratto di governo e i 10 punti politici, così da iniziare a lavorare al più presto per riportare l’Italia fuori dalla crisi economica, sociale e morale in cui è intrappolata da troppi anni».

Su queste dichiarazioni del leader dei 5 Stelle c’è poco da ridire. Di Maio ha intrapreso una vera e propria scorciatoia per il dialogo con Lega e PD, ma questi due sembrano ancora restii ad una possibile collaborazione. Il Carroccio senza Berlusconi non si muove, sottostare ai pentastellati metterebbe Salvini nell’ombra e, in ogni caso, la sua vittoria e la sua fama post-elettorale è una conseguenza della grande coalizione di Centrodestra. Dall’altra parte i Dem sono divisi, i fedeli alla linea renziana continuano a sostenere una ferrea opposizione, anche se non si è capito a chi, mentre un’altra parte sarebbe favorevole ad un’apertura, ad un dialogo. La base del confronto tra le forze politiche è questo contratto, toccherà a Fico sondare il terreno e mettere fine a questo “Governo delle dichiarazioni”. Oppure? Oppure dovranno mettersi d’accordo per un esecutivo che cambi legge elettorale per tornare nuovamente alle urne. Poche certezze vi sono ora: l’Italia ha mancato ancora l’appuntamento con la stabilità e io non vorrei essere né Mattarella né Allegri.

di Antonio Casaccio