Tra Napoli e Bologna. Il racconto razzista del razzismo

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La campagna elettorale in Emilia e quella in apertura in Campania con i loro episodi raccontano un fatto scandaloso.

Nonostante il tema della sicurezza la fa da padrona nelle agende politiche, il racconto della violenza è più che mai classista. Proprio nel mondo liquido dove la classe operaia è andata in paradiso e quella dirigente in quello fiscale, permane un racconto involontariamente classista della realtà. Scandaloso perché involontario.

L’episodio più eclatante della campagna elettorale di Salvini in Emilia è sicuramente il blitz nel quartiere Pilastro di Bologna. Un quartiere periferico nel quale si arriva con la linea 20 e solo quando il bus è semivuoto e restano solo studenti fuori sede, ragazzi di colore e donne con il velo. Un’immagine iconica delle categorie più disprezzate in Italia degna dell’ambientazione del Joker di Philipps. Un quartiere ghetto controllato da pusher come tanti ce ne sono nelle periferie delle città europee. Dopo che il pullman si è addentrato tra i palazzi anonimi non è raro vedere piccole risse tra ubriachi oppure ragazze che ricevono avances più o meno spinte da altri loschi avventori; e se la ragazza decide di chiamare la polizia per risposta avrà una risata.

E questo è il punto e la vera differenza tra Napoli e Bologna. Da quel quartiere sono fin troppe le chiamate e le segnalazioni ricevute. Non fanno neanche notizia. Nella civile e progredita Bologna gli unici episodi che fanno rumore sono gli stupri in pieno centro o le overdose nei viali centrali. E fanno notizia perché sono “scandalosi” e sono scandalosi solo perché colpiscono gli abitanti del centro, i bolognesi doc o i turisti. Questa è la violenza che fa scandalo come se quella che si perpetra sempre uguale nelle periferie fosse normale, digerita. Persino questi episodi sono raccontanti come un’invasione della periferia nel centro “ormai neanche il centro è più sicuro”. E solo cosi ha senso raccontarli come fatto nuovo. È normale invece che tra studenti pakistani e cinesi scoppiano risse, sono cose loro, questioni tra loro. Questo è un modo razzista di raccontare la violenza e il paese. E non lo fa di certo Salvini.

Questa doppia considerazione della violenza non si riflette solo nella dinamica centro/periferia, ma anche tra Bologna e Napoli. Al sud e a Napoli bisogna andare a cercare un quartiere in particolare per trovare una notizia sufficientemente scandalosa. Qualcuno provocatoriamente ha scritto “Se Salvini ha coraggio perché non suona a casa di uno ‘ndranghetista”. Un gesto del genere al sud non avrebbe senso perché non c’è un posto abbandonato dove entrare e fare notizia. Il sud e Napoli è in testa è un unico grande quartiere Pilastro. Tutto è notiziabile allo stesso modo che si parli a San Giovanni a Teduccio o a Forcella e non c’è tanto da stare a sottolineare un luogo invece di un altro. La città di Napoli è involontariamente raccontata come una città senza centro, un’unica grande periferia.

Non stiamo certo facendo il solito piagnisteo nostalgico neoborbonico. Tutt’altro, la vera forza di Napoli è sempre stata identificarsi nel suo popolo. Napoli dopotutto è anche la sua rappresentazione, anche la più macchiettistica e stereotipata. A Napoli maschera e personaggio si mescolano in maniera indissolubile e quindi Napoli resta i “vasci” di Napoli, resta miseria e nobiltà e nobiltà della miseria. Non si identifica nella sola Torre degli Asinelli o nella Piazza Grande da cantare distanti dieci minuti l’una dall’altra ed entrambe nel centro.

Se tutto è uguale a Napoli allora il problema della sicurezza o la si risolve ovunque o non si è risolta. E in questo modo di ragionare è un’eccezione. Il mondo invece ragiona diversamente. L’importante è mantenere i centri visitabili belli, tutto il resto diventa normalità abitudine. Non c’è niente di scandaloso nelle morti per sfruttamento nelle campagne foggiane o calabresi, niente di particolarmente preoccupante se un ragazzo muore di overdose sotto un ponte o in un quartiere sperduto. È morto come deve morire un “barbone” canterebbe Jannacci. L’importante è lottare per i (sacrosanti) diritti dei riders perché loro consegnano in pieno centro e questo mette allo scoperto l’ipocrisia piccolo borghese imperante. Si, perché non ci saranno più i borghesi, ma la loro ipocrisia resta.

Da Napoli arriva ancora una volta una lezione: se non ci si identifica nelle proprie periferie, se la lotta non è vinta nelle periferie allora è vana ogni conquista. Finta, strumentale solo alle elezioni.

di Saverio Di Giorno

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