Tra letteratura e teatro: l’attore Enrico Ianniello si racconta dopo “Ricciardi”

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Enrico Ianniello regista, scrittore, traduttore,  attore di teatro,  film e fiction che hanno grandi record di ascolto, interprete di personaggi mai semplici, mai banali, come mai banale è il suo modo di interpretarli. A soli 18 anni viene ammesso alla Bottega di Vittorio Gassman ed inizia quello che lo porterà ad essere uno degli attori più amati.

Lei è molto amato dal pubblico e ha sempre grande seguito, da cosa è nata la voglia di fare l’attore? 

«Dalle commedie messe in scena all’oratorio. Intorno ai sedici anni, ai Salesiani di Caserta, cominciai a provare l’emozione di andare in scena con le commedie napoletane prima, poi provando a fare qualche testo un po’ più complicato. E a diciotto anni sono stato ammesso alla Bottega Teatrale di Vittorio Gassmann a Firenze. Ed è cominciato un percorso di studio che, spero, non finirà mai».

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Tra i tanti personaggi, da lei interpretati non posso non chiedere del Dott. Bruno Modo. Amatissimo da tutte le lettrici di Maurizio de Giovanni, autore de Il commissario Ricciardi. Interpretare un personaggio che aveva già tanto seguito è stato più facile o difficile? La trasposizione del regista D’Alatri, in armonia con de Giovanni, ci ha donato un Bruno Modo forse meno torvo e che meglio sostiene Ricciardi. Ci parla del suo personaggio e cosa ama di più in lui?

«Interpretare Bruno Modo è stato un onore e una scommessa! Sono felice di aver incontrato questo personaggio – e molto grato a Maurizio de Giovanni per averlo creato e a Alessandro D’Alatri per avermi proposto di farlo – perché ha dato una svolta importante alla mia carriera televisiva.

Di Bruno amo la capacità, molto saggia, di ridere di quasi tutto; quell’atteggiamento adorabile di chi sa che una risata spesso smonta tensioni, aggressività, smargiassate e che è un grande gesto di intelligenza».

Nell’uomo Enrico Ianniello c’è qualcosa di Bruno Modo?

«Forse la voglia di considerare le persone in quanto tali, al di là dei ruoli».

Un ruolo fondamentale è stato di certo quello del regista D’Alatri, com’è stato lavorare con lui e gli altri attori?

«Molto bello, molto. Ci accomunava l’amore per il teatro e la lettura. E, come sempre, lavorare con persone che ti piacciono allevia la fatica. Di girare sotto il sole in abiti invernali, ad esempio».

Da attore, per lei dove finisce il Ricciardi di de Giovanni e dove comincia quello di D’Alatri?

«In quanto attore che scrive, tendo a considerare le due forme d’arte in modo autonomo e indipendente! Se così non fosse, una sarebbe costretta a essere la brutta copia dell’altra».

Lei è anche uno scrittore di successo, con tre romanzi all’attivo di cui uno – La vita prodigiosa di Isidoro Sifflotin – premiato nel 2015 con il Premio Campiello Opera Prima, e Premio Bancarella 2015, nel 2019 sempre con Feltrinelli esce con La Compagnia delle illusioni, che vince il Premio Letteraria in Città. Come si divide tra la recitazione e la scrittura? 

«Male! Nel senso che chiedono sforzi opposti: la prima richiede movimento e esposizione; la seconda silenzio, solitudine e introspezione. Ma non potrei fare a meno di nessuna delle due, al momento».

«Chi non ha sofferto, canticchia. Chi ha sofferto, canta!» che significato ha per lei questa frase?

«Che l’arte vera, quella che mi piace, non è mai un hobby. E ha radici profonde che spesso pescano in un dolore».

Ci racconta com’è nato il suo ultimo romanzo Alfredino Laggiù?

«Perché volevo scrivere un romanzo su un uomo che cerca una purezza emotiva, affettiva, umana, e la ritrova grazie a un “maestro d’innocenza”, quell’Alfredino che lo conduce in una terra luminosa e profumata».

Cosa può di dirci circa il ritorno de Il Commissario Ricciardi in tv? 

«Dovremmo cominciare a girare nella prossima primavera!».

di Anna Copertino

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE 

N° 219 – LUGLIO 2021

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