Tra inchieste “sotto copertura” e migranti clandestini: l’eccellenza del giornalismo di Fabrizio Gatti

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Foto di Fabrizio Gatti
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La nota firma de L’Espresso racconta il suo viaggio sulle rotte dei migranti
Coraggio, forza, intraprendenza, capacità interpretative, oltre ad eccellenti qualità giornalistiche: sono solo alcuni dei requisiti che contraddistinguono i giornalisti “undercover”, “sotto copertura”, coloro che si infiltrano in un luogo assumendo un’altra identità per raccontare le esperienze e le storie degli individui che ne fanno parte.

Fabrizio Gatti, firma autorevole de L’Espresso ed ex giornalista del Corriere della Sera, può essere considerato come una delle punte di diamante del giornalismo italiano, lontano e indipendente rispetto alle logiche dell’establishment politico ed economico, con l’obiettivo di offrire all’opinione pubblica un’informazione libera e completamente imparziale. Le sue inchieste “sotto copertura” sono state determinanti e hanno in un certo senso scritto la storia, non solo per il peso sociale e per la loro difficoltà, ma soprattutto per i risultati ottenuti successivamente.

Il lavoro di Gatti non ha nulla da invidiare rispetto alle inchieste effettuate dai colleghi americani negli Stati Uniti, paese in cui il giornalismo ha sempre saputo stare alla larga dagli affari illeciti delle istituzioni, denunciando e portando sulle prime pagine dei quotidiani segreti e verità nascoste. Per buona parte della sua carriera, il giornalista de L’Espresso si è concentrato sul tema dell’immigrazione clandestina, argomento che riveste ancora oggi una certa importanza per la politica italiana e internazionale, fingendosi migrante e infiltrandosi in due centri italiani di detenzione temporanea per clandestini, riuscendo a denunciare i trattamenti, le condizioni, i soprusi e le violenze riservate agli immigrati.

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Gatti è stato anche protagonista di un’inchiesta effettuata lungo alcuni paesi dell’Africa centrale: partendo dal Senegal, l’intrepido giornalista si è messo in viaggio con i tanti giovani che decidono di attraversare l’ostile tratta del Sahara per giungere alle coste di Lampedusa, raccontando del traffico illecito degli immigrati. Tra le imprese di Gatti non possiamo non annoverare l’inchiesta sul caporalato svolta nei campi di pomodori in Puglia o il lavoro effettuato sull’inefficienza del Policlinico Umberto I di Roma.

I primi anni del 2000 sono stati profondamente segnati dalle sue inchieste “sotto copertura”: prima nel Centro di permanenza temporanea per stranieri di via Corelli, a Milano; poi lungo la tratta che dal centro dell’Africa separa gli immigrati dalle coste italiane, fino ad arrivare al Centro di detenzione di Lampedusa e ai campi di raccolta di pomodori in Puglia. Quali sono i motivi che l’hanno spinta ad intraprendere questi viaggi, raccontando e denunciando in prima persona le condizioni e gli orrori cui sono state vittime gli immigrati clandestini?

«La prima ragione è il mio lavoro di giornalista: nessuno aveva mai raccontato sulla sua pelle il viaggio, la detenzione, lo sfruttamento e il primo dovere di un giornalista è informare, soprattutto su argomenti ancora sconosciuti. Da persona, da cittadino di una democrazia, da figlio di emigranti, ho anche sentito il bisogno di seguire quel percorso interiore, umano e geografico, che lega ogni nostra singola storia familiare al mondo in movimento. Da questo bisogno antropologico è nato il libro Bilal, di cui La nave di Teseo pubblicherà una nuova edizione con un nuovo capitolo inedito. Oltre a questo si aggiunge l’impegno civile: con le mie inchieste sotto copertura e con Bilal intendevo e intendo restituire il nome, l’età, la biografia, il diritto alle proprie ambizioni e la voce a quanti, secondo categorie burocratiche e retoriche, venivano chiamati clandestini e oggi migranti, rifugiati, immigrati».

Gerardo Adinolfi, nel suo libro “Dentro l’inchiesta”, la definisce “Maestro dell’inside story”. A distanza di tanti anni, quanto sente di aver contribuito, grazie alle sue inchieste, rispetto alle condizioni e ai trattamenti riservati agli immigrati clandestini che arrivano nei centri di permanenza o detenzione italiani? Ci sono stati miglioramenti?

«Ho fatto chiudere due centri di detenzione in Italia, quello di via Corelli a Milano nel 2000 e quello di Lampedusa nel 2005, e ho denunciato la detenzione dei bambini kosovari nelle camere di sicurezza in Svizzera nel 1999. Dopo le mie inchieste, il nostro Ministero dell’Interno ha riconosciuto la necessità e autorizzato la presenza di osservatori esterni nei principali luoghi di trattenimento, anche se non in tutti. Ho subìto tre processi: uno in Svizzera per ingresso illegale come kosovaro concluso con una condanna; uno a Milano per false attestazioni a pubblico ufficiale come immigrato romeno, terminato con l›annullamento della condanna di primo grado e la successiva prescrizione; uno ad Agrigento per false generalità come iracheno, concluso con la piena assoluzione poiché, di fronte alla richiesta di un anno di reclusione della Procura, il Tribunale ha invece riconosciuto il valore civile e sociale del mio lavoro e il fatto che non ci fossero metodi alternativi di verifica, se non quello di farmi ripescare in mare e dichiarare una falsa identità. Non ho la presunzione di affermare che ci sono stati miglioramenti. Ho scavato qualche gradino legale nella pietra, se qualcun altro dopo di me vuole scalare la parete. Purtroppo l’attenzione dei governi, dei ministri, ma anche di tanti miei colleghi, si è fermata alla fine del viaggio: al sostenere o negare il soccorso in mare, al diritto o no alla traversata. Sono questioni umane fondamentali, che però non incidono sulla decisione di migliaia di giovani di partire. È lì, nei luoghi d’origine, che bisogna intervenire, investire, formare, stringere accordi, creare percorsi di immigrazione legali. Da questo punto di vista, la situazione è molto peggiorata da allora. Anche perché oggi l’impoverimento dovuto alla pandemia ci ha reso tutti più simili: prospettive precarie, mancanza di lavoro, abbandono scolastico. Anche molti di noi sono finiti in quel luogo simbolico al di là del mare».

Tra le sue tante inchieste “undercover”, qual è stata l’esperienza che l’ha segnata di più? E perché?

«Tutte mi hanno segnato e ribollono sotto un sarcofago di cemento dentro qualche parte di me. Ma quella più difficile da gestire, intimamente, è stata l’inchiesta sul naufragio dell’11 ottobre 2013 che ho ricostruito nel documentario “Un unico destino”. La nuova edizione di Bilal comincia da lì: duecentosessantotto morti tra i quali sessanta bambini, lasciati ore alla deriva su un peschereccio crivellato di pallottole da una milizia libica, e la nostra nave Libra a mezz’ora di navigazione, a dieci minuti di volo dell’elicottero di bordo, mandata dalla Marina militare a nascondersi dietro l’orizzonte. Se non avessi fatto il giornalista, avrei studiato per diventare pilota militare. Ho dato le dimissioni durante il tirocinio in Accademia aeronautica a Pozzuoli, per una scelta di vita. So cosa significa indossare una divisa. E so anche cosa significhi disonorarla. Un papà siriano, che poche ore prima aveva perso in mare la moglie e i tre figli, mai più recuperati, mi ha chiesto: “Perché voi italiani ci avete lasciati annegare?”. La sua domanda mi ha mostrato il fondo del baratro che avevo cominciato a discendere con Bilal».

Bilal Ibrahim el Habib è stato lo pseudonimo scelto per infiltrarsi e raccontare dall’interno le storie di chi si imbatte nel lungo viaggio per arrivare in Europa dall’Africa. Lei ha attraversato Senegal, Mali, Niger, fino ad arrivare al confine con la Libia, un’inchiesta coronata con il libro “Bilal. Viaggiare, lavorare e morire da clandestini”. Ma cosa significa “essere clandestini”?

«Significa essere fantasmi; perdere i propri diritti essenziali; essere un frutto da spremere e lasciar morire in mare o se si fa male sul luogo di lavoro; da abbandonare al freddo se non ha più uno stipendio per pagare l’affitto; da costringere al silenzio se subisce un reato o semplicemente protesta. Difendere i princìpi costituzionali di uguaglianza non significa sostenere la caotica utopia di aprire le frontiere a tutti, ma creare le condizioni perché tutti possano crescere, studiare, formarsi, lavorare, vivere nel luogo dove si è nati ed eventualmente emigrare in condizioni sicure».

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Foto di Fabrizio Gatti
“Inshallah” (“Se Dio vuole”). Cosa penserebbe se un giorno qualcuno le menzionasse questa parola?

«Mi succede molto spesso di sentirla e qualche volta la pronuncio anch’io, ma solo con chi ne conosce pienamente il significato umano, culturale, geografico. Non soltanto quello religioso».

Per molti africani che si apprestano a lasciare la propria terra d’origine, l’Italia rappresenta ancora la meta più ambita dove arrivare per aspirare ad una vita migliore, mentre assistiamo continuamente alla cosiddetta “Fuga dei cervelli” che fa emigrare all’estero i migliori talenti italiani. Perché secondo lei?

«Perché il professor Andrea Crisanti, che ha contenuto con successo la pandemia in Veneto durante la prima ondata, è stato poi scaricato dalla Regione? Perché non è stato chiamato dal governo a dirigere il cosiddetto Comitato tecnico scientifico, visto che aveva dimostrato sul campo i suoi meriti salvando migliaia di persone dal contagio? Anche un cervello come Andrea Crisanti, se non fosse Andrea Crisanti, sarebbe costretto ad andarsene all’estero, come del resto lui stesso aveva già fatto. Perfino davanti agli errori e alle colonne di bare riempite dalla pandemia, la maggioranza del mondo accademico e politico italiano è rimasta impassibile. Fare esperienza fuori dall’Italia è fondamentale. Il problema è che se rientri, anche se sei bravo nel tuo settore come il professor Crisanti, non ti lasciano lavorare liberamente. L’Italia comunque non è la meta più ambita dei flussi migratori, ma solo un luogo di sbarco e transito. Molti poi restano soltanto perché non riescono a raggiungere Francia, Germania, Regno Unito, Scandinavia».

Dal punto di vista legislativo, cos’è cambiato negli ultimi vent’anni per quanto riguarda gli sbarchi clandestini in Italia e in Europa? Secondo lei, si potrebbe adottare qualche misura per rendere più agibile il viaggio di un immigrato clandestino in Italia?

«Bruxelles considera l’immigrazione un problema nazionale e non continentale e così non si fa pienamente carico della questione. Ma l’unica misura efficace è creare percorsi educativi e di lavoro nei luoghi d’origine e, se richiesto, concedere poi visti per l’ingresso legale. Purtroppo pochi in Europa si impegnano a cambiare l’origine del viaggio. In Italia il governo di centrosinistra ha preferito pagare milioni di euro ai trafficanti perché tenessero le loro vittime imprigionate in Libia e non le lasciassero partire. Quello di destra ha bloccato fuori dai porti le navi della Guardia costiera cariche di profughi. Sono due facce dello stesso fallimento. Sono soluzioni disperate e spettacolari che non risolvono nulla. Diciotto anni dopo l’inizio del mio viaggio da infiltrato che racconto nel mio libro “Bilal”, da questo punto di vista siamo fermi all’anno zero».

di Donato Di Stasio

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE

N° 220 – AGOSTO 2021

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