Tra cultura e pandemia: la risposta delle Università italiane

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Intervista al Pro Rettore Luigi Maffei dell’Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli

L’Italia è la penultima nazione in Europa, ultima la Romania, per numero di laureati: questo il dato allarmante che risulta dall’analisi di dati territoriali.
Un tasso sempre più elevato di abbandono precoce degli studi e un fortissimo svantaggio per le donne e per chi vive nel Mezzogiorno e che diventa più grave se si pensa che meno del 50% dei neodiplomati, in alcune regioni italiane, è iscritto al primo anno di Università.

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La popolazione residente nel Sud Italia è meno istruita rispetto a quella nel Centro-Nord: poco più della metà degli adulti ha conseguito almeno il diploma di scuola secondaria superiore e nemmeno uno su sei ha raggiunto un titolo di laurea (al Centro oltre i due terzi è almeno diplomato e quasi uno su quattro ha conseguito la laurea). Una situazione che, confrontata con altri paesi europei come, ad esempio, il Lussemburgo con una percentuale di laureati che supera il 56%, fa riflettere e soprattutto fa capire quanto l’Università, in Italia, sia ancora un qualcosa di “nicchia”.

Per non parlare del dato della “fuga dei giovani” che decidono di andare in nazioni diverse per motivi di studio in quanto vedono nell’andare all’estero, una più grande opportunità di crescita sia culturale che professionale. Inoltre, da un anno a questa parte, data la situazione pandemica, le Università italiane sono entrate in un periodo di forti cambiamenti.

Cambiamenti dettati soprattutto dal fatto che molte Università italiane non erano pronte alla nuova modalità alla quale ci si è dovuti adattare ovvero quella telematica. Lezioni, esami, ricevimenti, confronti tra studenti che dagli studi dei professori o le aule di una sede universitaria, sono state trasferite su varie piattaforme che prima erano sconosciute, o quasi, alla maggior parte degli studenti che frequentavano un’Università in presenza.
Modalità alla quale non è stato semplice adattarsi e che ancora oggi crea disagio (assenza di connessione stabile, dispositivi tecnologici non adeguati etc…) nelle azioni che sono diventate quotidiane come il seguire lezioni o il sostenere degli esami tramite piattaforme online.

Per questo abbiamo intervistato il Pro Rettore all’Innovazione Informatica e Tecnologica dell’Ateneo dell’Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli, Luigi Maffei, in merito ai cambiamenti e alle nuove modalità che sono state abbracciate dall’Università in presenza a causa della crisi pandemica.

Qual è stato l’impatto con il lockdown di marzo 2020?

«L’Università della Campania ha subito attivato la piattaforma informatica per riuscire a trasferire tutte le attività in presenza su questa piattaforma, cosa che hanno fatto anche tutte le altre Università. Ovviamente si è trattato di un sistema legato strettamente a ciò che accadeva in quel momento storico e quindi anche con bassa esperienza iniziale sia dei docenti che degli stessi studenti, però in un tempo molto rapido siamo riusciti a metterci in linea. La risposta è stata ottima, considerando la rapidità».

Quali sono state le sinergie impiegate per adattarsi alle nuove modalità?

«L’ateneo ha delle strutture organizzative molto precise: ci sono vari delegati (alla didattica, all’informatica etc..), presidenti di corsi di laurea, direttori di dipartimenti, rappresentanti degli studenti, prorettori e rettore.
E l’organizzazione è riuscita grazie alla ricerca, da parte di queste figure e avvenuta in meno di due settimane, di piattaforme che abbiamo adoperato per garantire il miglior tipo di didattica agli studenti e che ancora oggi continuiamo a cercare per dare un livello sempre più alto».

Pro e contro di questo uso di mezzi telematici?
«La domanda è difficile, ma bisogna fare una premessa: noi siamo Università in presenza, quindi il contatto umano è indispensabile e bisogna riprenderlo subito perché non è possibile immaginare un’Università organizzata sempre in questo modo. Perché poi non sarebbe neanche un’Università telematica che invece funziona sempre in questo modo ed ha un altro tipo di organizzazione. Dunque, queste lezioni in diretta sono state fatte per coprire questa difficoltà legata al Covid.
Uno dei fattori positivi è che sicuramente, per alcuni corsi di laurea, c’è la necessità di interfacciarsi con l’esterno, con altre realtà e con docenti che sono in Italia o dall’altra parte del mondo.
Questa è un’opportunità perché queste persone, senza difficoltà, possono essere contattate ed invitate in riunioni telematiche per arricchire il contenuto dei diversi corsi ed è sicuramente una cosa che resterà anche dopo.
Un altro fattore positivo, alla quale si sta già lavorando anche prima del Covid ma che adesso diventerà di gran lunga più applicabile, è quello di avere la possibilità per chi non può partecipare ad alcune lezioni per diversi motivi, nell’ambito delle ore che si può assentare dal corso, di avere a disposizione dei mezzi informatici in cui queste lezioni, in maniera sincrona o asincrona, possono essere impartite. Quindi questa sarà una piccola rivoluzione della didattica post-Covid».
Come hanno risposto gli studenti?

«Gli studenti hanno risposto molto bene, anche perché è una generazione di giovani “nata” con la tecnologia per cui sono stati bravissimi.
Ci sono stati dei problemi logistici da sottolineare poiché non tutti erano attrezzati con apparecchiature idonee o avevano accesso ad una rete stabile.
All’inizio c’è stata una ricerca per una soluzione migliore, ma non abbiamo avuto particolari segnalazioni sotto questo aspetto e quando è successo, siamo intervenuti in maniera precisa».

C’è stato un incremento o una diminuzione del numero di iscritti per l’anno accademico 2020/2021?

«C’è stato sicuramente un incremento in quelle facoltà che perdevano un po’ di studenti legati alla mobilità nazionale.
Sul fenomeno della diminuzione legata a fattori economici, l’Università ha messo azioni in campo per cercare di evitarlo. Il bilancio è stato abbastanza positivo per l’Università. Bisogna mantenere il trend e vedere che cosa succede. Non si è avuta alcuna diminuzione, né si sono avvantaggiate le Università telematiche che hanno proprio un altro target ed un’altra organizzazione».

Qual è stato il piano per la riapertura e quanto è stato possibile seguirlo?
«Per quanto riguarda le riaperture, noi riapriamo il 27 maggio in presenza e verranno seguire tutte le norme e le distanze. Oltre che per le lezioni, che termineranno a breve, è stata data un’organizzazione fondamentale per quelle che saranno le attività principali della sessione estiva: esami e sedute di laurea.
L’esame online è difficile da sostenere, sia per lo studente che per il docente, ed è proprio la sintesi di tutto il lavoro e c’è una necessità di avere una presenza.
Per quanto riguarda le riaperture del primo piano, ad inizio dello scorso semestre di quest’anno accademico, non è stata facile la gestione. Metà delle persone erano in aula e metà online: una cosa semplice da dire, ma nel concreto non lo era.
Non è facile sia per quelli in aula che per quelli lontani che si sentono un po’ esclusi, anche se tutte le aule sono state attrezzate con i microfoni ambientali per cui il docente si può muovere, varie telecamere.
La mia visione però non è questa, bisogna arrivare ad altre forme, aumentando la presenza in Università con numeri più piccoli ed il docente, magari, ripete più volte il corso nell’arco della settimana a gruppi diversi.
Bisogna rivedere l’organizzazione. Infatti, per il prossimo semestre, ci si sta organizzando in modo tale da evitare quanto più possibile la gestione su entrambi i fronti in contemporanea».
Come avete vissuto il rapporto con le istituzioni e i vari decreti?
«Non solo il settore dell’Università, bensì tutti i settori si sono ritrovati a dover cambiare organizzazione non per divertimento, ma perché le situazioni cambiavano velocemente ed il Governo centrale dava indicazioni contrastanti rispetto a quelle precedenti.
Non ci sono state difficoltà, anche perché le indicazioni erano precise; forse l’unica di queste è quella di portare queste tecnologie come strumento e nello stesso tempo convincere tutti che è, appunto, uno “strumento”.
Nel senso che non vorrei che l’Università avesse perso, attraverso questo anno e più di distacco, questa forza che invece aveva prima: la presenza, gli studenti, la voglia di venire in sede e così via. Questo deve rinascere soprattutto nel corpo docenti, in tutti gli amministrativi, che devono comprendere che tutte le forme di “smart working” saranno, poi, una temporaneità.
E, ovviamente, negli studenti anche se credo che, in quel caso, sarà più semplice perché si avverte questa voglia di voler ritornare».

di Luisa Del Prete

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE

N°218 – GIUGNO 2021

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