Tony Laudadio: scoprire sé stessi interpretando la vita di altri

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Nato a La Spezia, ma vissuto a Caserta fin dalla nascita, ha trascorso l’infanzia nell’Oratorio dei Salesiani. Stiamo parlando di Tony Laudadio, attore di teatro e cinema, autore di testi teatrali, scrittore di romanzi e racconti, cantante e musicista, cantautore: insomma un tuttofare nell’ambito dell’arte. Un cuore diviso fra la musica e il teatro, ma a quest’ultimo ha dedicato la sua vita.

Tony, cosa ti ha spinto ad intraprendere la strada del teatro e non quella della musica?
«I miei primi esperimenti artistici erano davvero molteplici e non avevo le idee chiare neanche io. Tuttavia, se proprio avessi dovuto seguire una vocazione, di quelle che coltivavo già da ragazzo, questa sarebbe stata la musica e non il teatro. In realtà la casualità del teatro si riferisce alle prime conferme avute dai primi tentativi di rendere una di quelle arti che frequentavo (e c’era già anche la scrittura) non solo una passione amatoriale ma professionale. In particolare, l’essere stato preso alla Bottega teatrale di Vittorio Gassman, che all’epoca era una scuola prestigiosa e richiestissima, fu un punto di svolta esistenziale».

Questa casualità si è tramutata in passione, poi nella tua professione. Quali sono le tue sensazioni quando sei in scena e cos’è per te essere lì?
«Difficile sintetizzare in poche parole la miriade di emozioni, sensazioni ed impressioni che provo e uso sul palcoscenico. Un tentativo di rappresentare a chi non lo pratica il mestiere del teatro può essere espresso con il concetto di gioco, in particolare di gioco dei bambini. Quella è una possibile sintesi dell’insieme di serietà, innocenza e ferocia che si esprime nel calcare un palcoscenico. In fondo, non facciamo altro che ripetere quel meraviglioso momento della propria infanzia con cui scoprivamo noi stessi, facendo finta di essere qualcun altro».

Quali sono state le tue esperienze all’estero e in cosa pensi cambi il teatro italiano da quello estero?
«Mettendo da parte le tournée di spettacoli miei e dei miei compagni di lavoro con cui abbiamo girato Europa e oltre, posso citare lo stesso Magic People (tenuto in scena a Madrid per 2 mesi recitando in spagnolo), la realizzazione di un mediometraggio in Germania basato sull’opera lirica Tosca e, con lo stesso regista (Andreas Bode) l’anno scorso, Viva Verdi, produzione del Hagen Theater recitato parzialmente in tedesco. La sostanziale differenza tra l’Italia e gli altri paesi, a mio parere, sta nel modo di concepire l’organizzazione del teatro. La tenitura degli spettacoli in teatro, il concetto di “tournée”, da noi decisamente sbilanciato verso un continuo viaggiare, la partecipazione dello stato e il rischio delle aziende private. D’altronde, sotto l’aspetto creativo, non sento nessuna forma d’inferiorità dei nostri artisti rispetto ai colleghi esteri».

Quando e come sei passato dal teatro alla narrativa, diventando anche scrittore?
«In verità i primi esperimenti letterari risalgono alla mia adolescenza e la passione per i libri è stata sempre costante e molto precoce. Il teatro poi ha sicuramente assorbito i prodotti della mia fantasia. Il passaggio alla narrativa (o il ritorno) si deve soprattutto alla mia agente e amica Silvia Meucci, avendo visto qualcosa nella mia scrittura scenica che poteva essere efficace in un romanzo. E dopo una fase di osservazione e studio iniziale, ho avuto la fortuna di ricevere subito offerte di pubblicazione. Da allora ho ripreso l’attività di scrittura in modo continuativo e disciplinato. Vi ho ritrovato lo stesso piacere che avevo quando scrivevo i miei primi racconti. Purtroppo i prossimi impegni non vedono Caserta come luogo principale».

Da poco è uscito il tuo nuovo libro “Il blu delle rose”, che immagina un futuro distopico in cui si scopre che criminali si nasce grazie alla scoperta di un nuovo gene. Come mai la scelta di parlare di questo tema?
«Ho sentito un’urgenza legata soprattutto ad alcuni temi sensibili che accomunano l’esperienza della vita collettiva: il nostro rapporto con la morale, il senso della paura irrazionale, l’evoluzione della specie nella grande rivoluzione tecnologica che stiamo attraversando. Mi sembrava indispensabile affrontare queste questioni, dopo aver scritto un romanzo più intimo e interiore come Preludio a un bacio».

Quali sono, invece, i tuoi prossimi progetti per quanto riguarda il teatro?
«Lavorerò con Carlo Cecchi a due atti unici di Eduardo de Filippo e la prossima estate, con una continuità eduardiana del tutto casuale, lavorerò a Barcellona ad una edizione catalana di Filumena Marturano nella parte di Domenico Soriano».

di Flavia Trombetta

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°211
NOVEMBRE 2020

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