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Tolo Tolo si è rivelato un successo commerciale come tutti i film di Checco Zalone. Tutto ciò nonostante gli argomenti trattati (l’immigrazione e la cultura dell’illegalità blasé) siano incredibilmente controversi in Italia, al punto da immobilizzare la politica; il tutto in barba al clima politico e mediatico degli ultimi tempi. Certo, tutto ciò è stato veicolato attraverso una commedia e per bocca di uno dei comici mainstream più amati, però costituisce comunque un enorme segnale positivo per l’Italia e il suo cinema.

Ma di cosa parla Tolo Tolo?

Il protagonista, Checco, è un imprenditore dedito al capitalismo puro (da lui chiamato “sognare”), ergo: evasione fiscale, lavoro nero, abusivismo, favoritismi, corruzione, etc. Nonostante i suoi sogni berlusconiani è però una frana totale e, dopo aver sommerso la famiglia di debiti, scappa in Kenya per non pagare i conti. Lì si mette a fare il cameriere, sognando di aprire attività simili a quelle fallitegli in patria, ma una improvvisa guerra civile lo costringe a fuggire insieme al collega Oumar, e i due decidono di migrare in Europa insieme a una donna e un bambino, Idjaba e Doudou. I tre Africani vogliono dapprima semplicemente trovare un Paese europeo in cui non ci sia il rischio di morire per l’attacco improvviso della milizia di turno, mentre Checco fin dal principio pianifica di fuggire nel paradiso fiscale del Liechtenstein per salvarsi dai creditori e dalla legge. Ovviamente, Checco finisce per trascinare i suoi involontari compagni di viaggio in mille disavventure.

La forza del film risiede però a mio parere nei personaggi, che vanno dal realistico al ferocemente satirico.

Nel primo caso, abbiamo Oumar, il migrante che sogna di diventare un regista di film neorealisti in Italia; Idjaba, segreta freedom fighter, e infine Doudou, il quale vuole ritrovare suo padre, emigrato nel nostro Bel Paese tempo prima. Nell’altro vi è Alexandre Lemaitre, giornalista altolocato che documenta le sofferenze dei migranti per gloria e non esita ad abbandonarli al loro destino, o anche Luigi Gramegna, buffa fusione di Salvini e Di Maio che è in una scena è assessore, in un’altra Premier e infine alto ufficiale UE. Ma il migliore è Checco stesso, che dapprima è un figlio del Papeete con tutto il tatto verso gli Africani di un Berlusconi o di un Salvini nei giorni buoni, prono addirittura ad ‘attacchi di fascismo’ (meravigliosamente visualizzato nel film con Zalone che si mette in posa ducesca sotto i discorsi di Mussolini) quando stressato. Ma poi, passando per lo stesso inferno di tutti i migranti, Checco si ritrova difensore dei loro diritti, al punto da protestare alla comunità europea per far accogliere la nave di una ONG e rassicurare dei bambini perseguitati che non hanno nulla di meno, a livello personale e interiore, rispetto ai bambini italiani.

È un ritratto che morde, e proprio per questo è fondamentale.

di Lorenzo La Bella

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