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La medicina degli ultimi decenni ci ha insegnato ad individuare e comprendere dei precisi fattori di rischio cardiovascolare.

Per esempio, oggi noi tutti sappiamo che il colesterolo alto è il nemico numero uno, responsabile di alterazioni delle pareti dei vasi sanguigni, che porta a quelle pericolose formazioni dal nome complesso di “placche aterosclerotiche”.
In realtà, la medicina più recente specifica che non basta guardare al cosiddetto colesterolo totale, ma che bisogna fare attenzione ai suoi principali componenti. In particolare, le HDL (noto come colesterolo buono) sono considerate la componente salutistica del colesterolo, cioè, addirittura, protettiva del cuore, che bisognerebbe mantenere sempre ad alti livelli nel sangue (cosa molto difficile, pare che sia possibile solo facendo molta attività fisica). Invece, le LDL sarebbero il vero colesterolo cattivo, quello, cioè, che ad alte concentrazioni, determinerebbe seri danni all’apparato circolatorio. Tuttavia, la medicina ancor più recente, afferma che non basta avere elevati livelli di LDL per essere a rischio cardiovascolare. Infatti, ciò che realmente rappresenterebbe un fattore di rischio, è la forma ossidata delle LDL (LDL-ox), che si accumulerebbe sulle pareti dei vasi, generando lesione. Chi sarebbe responsabile della ossidazione delle LDL, tramutandole in veri e propri killer del cuore? Si tratta dei radicali liberi, che sono molecole tossiche, capaci di fare danni a diversi livelli nel nostro organismo, responsabili di tutte le patologie cronico-degenerative. Essi vengono generati ad opera di svariati fattori, soprattutto inquinamento ambientale, fumo di sigaretta, ma anche stress psico-fisico e scarsa attività fisica. Nel nostro organismo, l’intestino è il principale sito di produzione di radicali liberi. Soprattutto nella porzione più profonda dell’intestino, in particolare, nel basso colon, la microflora intestinale degrada determinate molecole di derivazione alimentare, specialmente quelle di origine animale, producendo delle specie radicaliche, chiamate amine putrefattive. È chiaro, dunque, che un eccessivo consumo di carne, formaggi e uova, è una delle cause principali di generazione di radicali liberi nel nostro organismo.

A tal proposito, la ricerca scientifica degli ultimi dieci anni, ha dimostrato che una particolare amina putrefattiva, definita trimetilamina-N-ossido (TMAO), rappresenterebbe la più potente ed abbondante forma di radicale libero nel nostro organismo. Tale amina radicalica è generata dall’azione della microflora intestinale a carico di molecole quali, la carnitina, la betaina e la fosfatidilcolina, tutte presenti in carne, uova e derivati. Uno studio clinico del 2017(1) ha definito la TMAO come “…un marker prognostico di patologie cardiovascolari, al di sopra dei tradizionali fattori di rischio”. Ciò significa che, ancor prima di preoccuparci dei livelli plasmatici di LDL, fino ad oggi un tradizionale fattore di rischio cardiovascolare, bisognerebbe, invece, misurare i livelli di TMAO, in quanto responsabile principale della ossidazione delle LDL, che a loro volta genererebbero la placca aterosclerotica. Lo stesso studio clinico dimostra che concentrazioni plasmatiche anche moderate di TMAO sarebbero responsabili fino ad un 10% di morte per eventi cardiovascolari nell’arco di sette anni. Esiste un modo per contrastare gli effetti dannosi di TMAO? Ebbene, un’adeguata alimentazione è sempre l’arma vincente. La dieta mediterranea ben si presta a tal scopo. Infatti, l’elevata frequenza di consumo di alimenti vegetali, che la caratterizza, favorisce un consistente apporto di sostanze antiossidanti, capaci di contrastare i radicali liberi, e, quindi, di opporsi agli effetti dannosi di TMAO. Tuttavia, uno studio del 2016(2) affermerebbe che solo un’elevata aderenza alla dieta mediterranea consentirebbe di goderne i preziosi benefici anti-TMAO, laddove, le abitudini alimentari del mondo occidentale prediligono un consumo di alimenti animali.

E allora, una possibile soluzione potrebbe essere l’integrazione della dieta con prodotti nutraceutici in grado di supplementare il nostro organismo con delle forme concentrate di sostanze antiossidanti di origine vegetale. Negli ultimi tempi, per esempio, stanno spopolando integratori a base di estratti concentrati di antiossidanti provenienti dalla vinaccia, uno scarto della vinificazione. Uno studio clinico del 2019(3), effettuato dai laboratori NutraPharmaLabs del Dipartimento di Farmacia di Napoli, dimostra che un prodotto nutraceutico, a base di estratto di vinaccia della cultivar Aglianico, è in grado di ridurre di circa il 60% i livelli plasmatici di TMAO, in soli due mesi di trattamento. Tali prodotti consentirebbero di aumentare l’introito dietetico di molecole naturali, specificamente capaci di inattivare TMAO ed impedirne i danni ossidativi. Un ulteriore esempio di come la nutraceutica supporti l’alimentazione, in un binomio sinergico vincente, a difesa della salute.

1 Li XS et al. (2017). Gut microbiota-dependent trimethylamine N-oxide in acute coronary syndromes: a prognostic marker for incident cardiovascular events beyond traditional risk factors.
European Heart Journal
2 De Filippis F et al. (2016). High-level adherence to a Mediterranean diet beneficially impacts the gut microbiota and associated metabolome. Gut
3 Tenore et al. (2019). Effects of Grape Pomace Polyphenolic Extract (Taurisolo®) in Reducing TMAO Serum Levels in Humans: Preliminary Results from a Randomized, Placebo-Controlled, Cross-Over Study. Nutrients

 

di Gian Carlo Tenore

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°201 – GENNAIO 2020

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