Tlacotalpan

Tlacotalpan: la parola di “Buccia di Lupino”

Redazione Informare 09/09/2022
Updated 2022/09/09 at 4:05 PM
19 Minuti per la lettura

Tlacotalpan non è una parola inventata da Gianni Rodari o un luogo creato da Italo Calvino, tantomeno un suono masticato da Paolo Conte in una canzone a ritmo di guaracha – “Tlacotalpan …Tlacotalpan …bambù …bambù …bamuè” – e la prima volta che fu udita nell’emisfero boreale orientale fu una sorpresa. ‘Na cosa grossa. Nessuno si poteva aspettare in quel momento e in quel luogo quella parola, nessuno l’aspettava eppure arrivò, nella calura del primo pomeriggio di un luglio afoso “Tlacotalpan!” fu un imprevisto e diede la sensazione di una meraviglia ma Peppe “Buccia di lupino” non era uomo di meraviglie.

Dubitarono del suo significato di bestemmia o parolaccia ma Peppe “Buccia di lupino” alle avversità della vita e agli impicci del quotidiano non andava oltre un serafico “Passamm’ appriesso!”, così tutto d’un fiato senza sbavature e senza pensieri. Tlatcotalpan non era una parola sprecata.

In una calandrella pomeridiana di un’estate abbasata e senza scrupoli in cui i serpi, senza imbarazzo, sudano, le mosche, in modo isterico, volano es-clu-si-va-men-te per rinfrescarsi ed i chiacchieroni sono abbafati dalla cuntrora un uomo conosciuto per i gesti minuti e regolari e per le poche parole ne aveva pronunciata una.

Non si sapeva se la parola di Buccia di Lupino era stata mai scritta come di sicuro era stata pronunciata in quel momento.

Buccia di Lupino la spifferò e quella lì rimase per essere misurata all’ombra di un olmo.

“Che facciamo e che non facciamo” Peppe sorrise, guardò i rami e poi tocco il fusto dell’albero, lo picchiettò sulla corteccia: non era vuoto e Peppe esclamo un “Eh!”.

La sua magrezza era composta, la camicia sempre bianca e pulita come la canottiera che esaltavano il colore cacao della pelle, i sandali di cuoio lucenti, con i sandali metteva sempre i calzini a prescindere dal calzone lungo o corto: “E’ questione igienica e di educazione” rispondeva come la ripetizione dell’insegnamento della madre quando era bambino a Pietramelara: “Peppì, i piedi devono essere sempre coperti a prescindere dal lavoro che fai e dove ti trovi, perché la gente te li deve guardare? Sono cose intime e riservate”. A 18 anni, ora ne aveva quasi 70, per Maria si era fatto crescere due baffi che non andavano oltre gli angoli della bocca e che lui arrotolava agli estremi dopo essersi passato la mano sull’intero impianto pelvico.

Tlacotalpan

Il baffo, possiamo dirlo, l’unico vezzo con un orologio di metallo al polso che gli inclinava la spalla e la fede d’oro all’anulare sinistro che non toglieva mai né per campi né per mare e neanche per cieli.

Il baffo, dobbiamo precisarlo, fu il segno dell’avvenuto fidanzamento con Maria, il simbolo di una vita con lei.

“Quando mi bacia mi fa il solletico” con candida malizia Maria.

E lui a queste parole? Buccia di lupino non parlava, una parola che è una parola non gli usciva, sorrideva impacciato, si tirava il baffo, all’assenza di parole rimediava con un “Eh!”, prendeva la bicicletta e con il vento in faccia e i saluti di chi incrociava pensava che a Maria piacevano i suoi baffi, i suoi baci, a Maria piaceva il suo Peppe. Ma neanche una mezza parola, un quarto di parola, eppure quel giorno ne aveva detta una, lunga e complicata che chi l’aveva sentita ne rimase: Tlatcotalpan.

“Che facciamo e che non facciamo” tutti i presenti cominciarono a ripeterla Tlatcotalpan! Una, due, tre quattro volte. Prima per capire l’effetto che faceva in bocca e poi per chiedere a chi si incontrava: “Tlacotalpan, che significa?”. Nulla di nulla nessuno sapeva dire della cosa, anzi questo provocò un disguido. Si entrava in un bar o in una salumeria e si diceva Tlatcotalpan! e gli altri rispondevano in coro Tlatcotalpan! E qualcuno “Ma allora è un saluto come per dire buongiorno o buonasera o arrivederci?”. Un equivoco.

E Buccia di Lupino? Si stirava il baffo e andava in bicicletta, da via grande al rione Scatozza, poi passava da via Roma per via della riscossa, pensando ai baci di Maria fischiettando il motivetto di una canzoncina che faceva pressappoco così “Pe’ mme tu sì catena, Pe’ ll’ate sì Maria. Io perdo ‘a vita mia, Maria, Marì, pe’ tte!”

E gli altri lo salutavano a mani alzate “Peppe, Tlatcotalpan! Buccia di Lupino, Tlatcotalpan!”

Le cose tralignarono.

Fu presentata una mozione al sindaco per intitolare una piazza Tlatcotalpan e fu accolta.

Don Francoamico, il parroco, e Rinaldopapararo, l’ufficiale di stato civile, fino a quel momento non avevano mai consentito il battesimo e la registrazione di nomi non cristiani, come Ascanio, o vietati dall’ordinamento, come Oceano, ma battezzarono e iscrissero, en-tu-sia-sti-ca-mente, Tlacotalpano Morrone e, qualche giorno dopo, anche Tlacotalpana De Simone.

E Buccia di Lupino? Si stirava il baffo e in bicicletta pensava ai baci di Maria. Non aveva mai detto una parola ma quando lo fece fu una rivoluzione.

Ma la questione rimaneva e non era più un fatto limitato ad una discussione tra gruppi, la questione invadeva la sfera religiosa ed interessava la parte istituzionale del paese. La comunità di Castelvolturno non poteva permettersi di usare parole di cui non si conosceva la provenienza ed il significato, i castellani non potevano parlare a vanvera. Anche perché non lo avevano mai fatto. Avevano parlato tanto ma mai con strumenti sconosciuti.

Anche perché Buccia di Lupino non spiegava, non aggiungeva altro e quel suo “Eh!” inquietava. Ma fosse è una stregoneria? Uh, Madonna mia, che paura!

La soluzione che fu prospettata era interessante e fu subito accettata anzi acclamata: Don Carminenoviè-llo, il preside.

Alto dirigente della scuola pubblica, in pensione da qualche anno, abitava al centro del paese, precisamente in via Roma, a pochi metri dalla chiesa e dal municipio con alle spalle il gomito del Volturno ed il largo della scafa ma specificamente proprio di fronte al Bar di Dommario Carannante, spagnolo immigrato anni prima da Mazarrón, città della Murcia, anche questa come Castelvolturno in possesso di un fiume il Guadalentín (fiume chiama fiume). Dommario era affabile con i clienti, discreto e rispettoso, ma quando gli prendevano i cinque minuti imprecava contro entità soprannaturali e metafisiche cristiane e di altri credi religiosi in una lingua incomprensibile agli spagnoli figurarsi ai paesani: il dialetto panocho. Una sfuriata che non dava fastidio al buon senso comune anzi divertiva gli avventori perché iniziava con gli occhi che si rivoltava nelle orbite, le mani tremanti parallele ed obblique al corpo come se dovessero alzare il peso di una tonnellata, il tremolio si traferiva dalle mani a tutto il corpo fino a quando arrivavano alla bocca e cominciava una cantilena che andava avanti per buoni 5 minuti a denti digrignati e la fronte alzata al cielo. Poco più in là, in via Roma, il Bar dei Cacciatori di zi Cristoforo.

Il preside era in pensione e allevava galline con il fattore Erminio Distasije, un uomo con il “Sissignore, buongiorno, buonasera, buonanotte e buon appetito” stampato in bocca, un neo sulla guancia e gli occhi di agnello.

Don Carminenoviè-llo aveva una conoscenza ed una cultura smisurata, una personalità forte e decisa. Anche lui di poche parole come Buccia di Lupino ma forbite e nette. Il vocabolo non era mai sprecato e sempre adattato agli interlocutori. Aveva letto milioni di libri in ogni materia dello scibile umano dalla letteratura finlandese agli appunti di matematica di Majorana, dall’applicazione quantistica ai modelli aerospaziali ai vangeli apocrifi (tutti), dagli studi sulla zoologia di Konrad Lorenz al manuale sufi “Kashf-al-Mahjub”, dalla “Disputatio pro declaratione virtutis indulgentiarum” di Lutero a “Kebra Nagast”, in lingua originale semitica etiopica ge῾ez, aveva conoscenza addirittura de “Lo cunto de li cunti” di Giovambattista Basile in napoletano del seicento, e tanto altro ancora ma proprio tanto altro ancora. E se non ci credete ve lo giuro.

Milioni e milioni di libri. E dove metterli? Prima in cantina, poi in altre stanze, poi in magazzini e poi? Poi li utilizzo per costruire la casa al centro del paese: pilastri e pareti pieni di Proust e Balzac ma anche Calvino, Torquato Tasso ed ancora trattati di filosofia, medicina, astrologia, trigonometria. Al che quando alcune galline cominciarono a declamare alcuni versi della Divina Commedia si comprese subito che avevano becchettato le pareti del recinto che erano dedicate a Dante Alighieri.

Una mattina Erminio spaventato urlò a squarciagola “Don Carminenoviè, Don Carminenoviè, correte, scendete giù, scendete … ah ah i galli… no no … le galline le galline e mo’ pure i pulcini … ora … ora… i tacchini… le tacchine… le chicchirinelle… Don Carminenoviè, per amore del Pataterno, scendete”

Con un asciugamano sulle spalle (non aveva trovato la vestaglia) e solo il pantalone del pigiama arrivò alle gabbie. Erminio era bianco e sudato, aveva già avuto un collasso ed ora è sul precipizio del secondo: “Don Carminenoviè ma che succede i pollastri si muovono strano, chi da una parte e chi dall’altra come se fossero comandati da qualcuno (e si fece il segno della croce) e poi non chiocciano pio pio chicchirichì pare che parlano e i tacchini non fanno glùglù ma … cantano” e si lasciò cadere su un sacco di farina.

Uno sguardo obliquo era il modo di dire stai zitto. Guardò, ascoltò, chiamò i quattro figli, la moglie Amà e le cognate ‘mericane miss Hersill e miss Helizabeth. Li accolse con un gesto che non gli era proprio ma era necessario: piegò il ginocchio destro indietreggiando il piede destro, piegò il torace in avanti e si tolse l’asciugamano dalle spalle sventolandolo al piccolo pubblico “Madame e Mademosielle, la Filodrammatica Pollame  e Co. di Castelvolturno recita Notre Dame de Paris di …”

Galli, galline e pulcini con i tacchini avevano completamente divorato il parapetto in cemento che conteneva l’opera di Victor Hugo e stavano rappresentando la scena degli zingari con il re Clopin, Frollo ed Esmeralda. I tacchini interpretavano gli zingari.

Don Carminenoviè-llo, era la persona giusta per comprendere e spiegare la parola rivoluzionaria di Buccia di Lupino semmai c’era qualcosa da spiegare.

Si chiusero in una stanza per almeno una settimana, solo pane e acqua e qualche libro per Don Carminenoviè-llo, al termine della quale il preside aveva scritto a mano libera un libro, un libro di mille pagine sulla parola di Buccia di Lupino.

Il libro, evidentemente dal titolo “Tlacotalpan”, fu letto a puntate nel circolo dei cacciatori, ampi stralci furono riportati nelle tesi congressuali della sezione locale del PCI ed animò una richiesta di rinnovamento di una corrente (non d’aria) della Democrazia Cristiana, i cinquestelle lo misero in votazione sulla loro piattaforma per sapere chi aveva capito e chi no i cui risultati sono ancora in contestazione, il parroco ne lesse e commentò alcuni passi nella messa del sabato sera, altre manifestazioni e convegni seguirono.

Don Carminenoviè-llo e Buccia di Lupino, invitati, furono sempre presenti. Lo sguardo severo del preside intimoriva il relatore, il correlatore e chi alzava la mano per intervenire era compensato da quel “Eh!” che Buccia di Lupino esclamava ad ogni domanda che gli veniva rivolta e se gliene facevano due lui serafico, senza scomporsi e con la benevolenza e la protezione del preside, sbuffava “Passamm’ appriesso!”

Ora è difficile e complicato riportare il contenuto di mille pagine del libro ma grazie al contributo del Prof. Al-Fonsocaprije ne riportiamo qui un estratto curato dall’esimio che spero dia le informazioni necessarie, estratto a sua volta da una dissertazione fatta durante una delle tante celebrazioni.

“Un momento, un momento, zitti, zitti …. Buonasera a tutti. – così il prof. Al-fonsocaprio iniziava e poi entrando nell’argomento – L’autore, Don Carmine, dopo un colloquio di sette giorni con il nostro compaesano Peppe da tutti conosciuto come Buccia di Lupino così scrive a pagina 993 – e cominciava a leggere -:

“Da Castelvolturno non sempre si parte, qualche volta si arriva come Peppe da Pietramelara o da chissà quale altro luogo e le parole aiutano in una narrazione odeporica. È quindi una parola del viaggio.

La parola non sempre si scrive, alcune sono restie ad essere fissate su un foglio a rimanere immutate nei secoli dei secoli. Per loro natura, alcune, vogliono essere pronunciate e basta, passare di bocca in bocca evolvendo con gli accenti dialettali, con le declinazioni grammaticali delle lingue diverse da quella che le hanno generate per prima e con il pensiero di chi le accoglie, le mastica e le restituisce all’orecchio di un altro: amarico, cebuano, hindi, pashto, punjabi, yiddish, yoruba o svedese non ha importanza. Alcune altre, addirittura, chissà se sono state mai pensate, escono e silenzio, basta questo. La vita di questi suoni è un mistero. Non si conosce il processo generativo. Il parto di una parola richiede il contributo di varie scienze, dalla storia alla matematica, dalla chimica alla filosofia, dall’astronomia all’ingegneria. Una parola parte dallo stomaco, dai piedi, dalle ascelle o dai capelli o da tutte queste parti del corpo biologico e quando una parola si realizza nel suo essere suono ha la pretesa di essere capita, non coccole vuole una parola ma comprensione. La declama una bocca ed il suo destino è un orecchio.

Dolore, rabbia, affetto, amore, disperazione non hanno importanza ma solo comprensione.

“Che hai detto? …Cosa ha detto? …Tu lo hai capito? …Cosa avrà voluto dire? …Usa parole difficili per non farsi capire? …Si nasconde dietro parole senza senso che legge su libri che non ha capito”. Ecco una distinzione tra le parole scritte e quelle parlate e che le prime sono le più presuntuose. Tendono ad essere articolate ed in compagnia, ora di un verbo, poi con un aggettivo e a seguire avverbi. Un corteo. Non le trovi mai da sole. E poi se le vuoi devi sempre concordare l’incontro: un libro, un giornale, un depliant, un computer. Ricevono per appuntamento.

Tlacotalpan

Le parole parlate le trovi dove vuoi e quando vuoi: basta pronunciarle. Sono umili e democratiche, sono del popolo.

Tlacotalpan è la meglio parola, quella che non si dice ma che fu detta.

Tlacotalpan è una parola odeporica, di un viaggio, è un luogo di memoria dall’altra parte del mondo dove, nel tempo di un re che si chiamava Xōcoyōtzin, la farfalla Papaloti si innamorò di Apan, un piccolo torrente, fondendosi nel fiume Papaloapan – il fiume farfalla – per accompagnare un uomo negli oceani a trovare la sua sirena da questa parte del mondo. L’uomo aveva dei baffetti e gli occhi lucidi, non parlava mai ma ogni sera guardava il mare e intonava queste parole accompagnandole con l’intermezzo di un fischio:

Pe’ mme tu sì catena,

Pe’ ll’ate sì Maria.

Io perdo ‘a vita mia,

Maria, Marì, pe’ tte!

Tu nun mme dice maje,

Maje ‘na parola.

Dimme ‘na vota sola:

“Te voglio bbene”

E po’ famme murì!

Ed una sera il fiume Papaloapan lo trascino nell’oceano e quando, superando le Colonne d’Ercole, arrivarono nel Mediterraneo lui baciò una sirena con il nome di Maria: “Quando mi baci mi fai il solletico” e lui, stirandosi i baffi, esclamò “Eh!”

Non si capì molto ma era un buon modo per iniziare a capire una parola per capire un paese che non esiste.

di Vincenzo Russo Traetto 

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