The VVitch – Isolamento, malattia, paranoia, autodistruzione

Se c’è una cosa che The VVitch di Robert Eggers (The Lighthouse) riesce a fare magistralmente, è mostrarci quanto fosse orribile la vita nel Seicento, e specialmente nelle colonie britanniche puritane in America.

Ma a parte questo, è una storia incredibilmente attuale, con i suoi temi che ho già citato nel titolo dell’articolo—vista lo spettro della quarantena, e la costante ricerca di un colpevole (perché quello vero è invisibile) pur di non perdere la propria sanità mentale. E di cosa parla The VVitch? Parla di una famiglia il cui padre, William, decide di andare in esilio dalla propria comunità perché è giudicato un fondamentalista religioso troppo bigotto (sì, persino per i puritani) e quindi costruisce una capanna nel mezzo del nulla per sua moglie Katherine e i loro cinque figli.

Ma le cose in famiglia non vanno bene e l’isolamento forzato non fa che mettere in risalto la cosa. La figlia maggiore, Thomasin, perde di vista il fratellino neonato Samuel, e questi scompare nel nulla. Katherine allora comincia a incolparla e perseguitarla giornalmente con microaggressioni passivo-aggressive per farle pesare ancora di più la cosa, perché è l’unica maniera in cui riesce a reagire, e William tenta di fare la voce della ragione, ma non viene granché ascoltato. Il figlio maggiore Caleb non sa da che parte stare, complice anche la pubertà e il fatto che Thomasin sia l’unica ragazza con un seno rilevante intorno a lui. Gli altri due figli, invece, Mercy e Jonas, accusano prontamente Thomasin di essere una strega. Nel periodo della caccia alle streghe.

 

Non è chiaro se lo facciano perché sono dei bambini (e quindi crudeli e amorali di natura) o per qualche altro motivo, ma trattano il loro caprone Black Phillip come se fosse l’incarnazione del diavolo. E Caleb un giorno torna a casa nudo e febbrile, dicendo di essere stato posseduto (leggi: violentato) da una strega—morendo il giorno dopo. Per Katherine, che stava cominciando a riappacificarsi con Thomasin, è la goccia che fa traboccare il vaso:

tutte le tragedie della famiglia sono cominciate da lei, deve essere sua la colpa, deve essere lei la strega. Poco importa che Thomasin ci venga presentata per tutto il film come una ragazza normale che vuole solo tornare nella sua città e avere un bel rapporto con la famiglia: Katherine tenta di ucciderla, ma Thomasin la uccide lei per autodifesa. William, che per tutto il film è stato abbastanza inutile e frustrato della propria inutilità, viene poi ucciso a cornate da Black Phillip in maniera abbastanza inutile, e muore avendo fatto pace con la propria inutilità.

Poi si scopre che Black Phillip è un demone, forse il Demonio. Offre a Thomasin la possibilità di vivere libera e amare la vita, e unirsi alle streghe. Thomasin accetta, ed è lasciato ambiguo se quest’ultimo paragrafo accada tutto per davvero o nella sua testa.

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E come darle torto. Ho troppi pochi caratteri per elencarvi tutto quello che la madre e i fratelli le tirano addosso, spaventati, confusi e sotto sotto egoisti come sono. The VVitch ci dimostra fin troppo vividamente che la paranoia e l’odio siano l’orrore più terribile che noi umani siamo capaci di generare, e che le streghe spesso non sono altro che una scusa per sfogarli sulla persona più vicina a noi.

 di Lorenzo La Bella

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