The Irishman, un uomo da niente

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Se dovessi trovare una qualità specifica e precisa che contraddistingua Frank Sheeran, protagonista di The Irishman, l’ultimo film di Martin Scorsese e prossima produzione Netflix candidata agli Oscar con tutte le solite polemiche… beh, non ci riuscirei. E non è che stia esagerando. Certo, voi potrete dire che è un gangster metodico, efficiente, affabile nonostante sia uno spietato assassino, ma i film di Scorsese pullulano di questi tipi, e i loro protagonisti hanno sempre quell’ingrediente che li rende memorabili, come in Goodfellas, The Departed, Mean Streets, Gangs of New York, etc.
Frank no. Frank non sembra essere che un corpo, un insieme di azioni e meccanismi preordinati che può gettare un tipo in un tritacarne la mattina e andare al bowling con amici e famiglia la sera senza problemi.  È la rappresentazione fisica su due gambe della banalità del male, ed è proprio questo, a mio avviso, il tema che Scorsese vuole far passare.

Frank scala i ranghi della mala e del sindacato, compie omicidi su omicidi, incluso quello dell’amico Jimmy Hoffa,  vede il suo rapporto con le figlie disgregarsi sempre di più e tutti i propri amici morire, ma mai una volta esprime una propria opinione, men che meno un rimorso. A malapena ci riesce quando prova a confessarsi con un prete prima di morire, e anche lì è tardivo, insincero, maldestro. Il fatto di aver perso il rapporto con le figlie lo colpisce più per il fatto che è rimasto solo. È giusto un braccio che uccide e taglia la fetta di torta la domenica con la stessa naturalezza.

E, cosa più terribile, non è l’unico, nel film. Tutti i gangster per cui lavora, come i mafiosi Russell Bufalino o Angelo Bruno, o anche l’amico sindacalista Jimmy Hoffa, sono persone incredibilmente affabili eppure mandanti di innumerevoli omicidi. E non vi sono discorsi sull’onore o tormenti interiori alla Il Padrino, no. È tutto normale, una cosa scontata, un dato si fatto, una roba banale di cui dimenticarsi subito dopo che l’arrosto è in forno. Se ci pensate, diamo a Hitler tutta la colpa dell’Olocausto, ma vi era un intero apparato dietro, ad aiutarlo. Senza organizzatori e burocrati come Reinhard Heydrich e Adolf Eichmann, questo apparato non sarebbe mai nato. E senza impiegati, direttori, guardie e addetti ai vari settori, soldati che guidavano i treni della morte, che rastrellavano le persone nelle proprie case nessun campo di concentramento avrebbe mai funzionato. E tutte queste persone svolgevano questa opera mostruosa e allo stesso tempo si facevano una bevuta con gli amici la sera.

Certo, forse il paragone è un po’ smorzato dal fatto che il libro-confessione su cui The Irishman è basato, I Heard You Paint Houses, è una balla colossale. Il vero Frank Sheeran, un picchiatore ubriacone di mezza tacca, si è inventato tutto in punto di morte. Era un malavitoso e un imbroglione, certo, ma l’FBI e tutte le altre forze di polizia americane sono sicure che non abbia ucciso Jimmy Hoffa né nessun altro.

Chissà, forse voleva diventare famoso. Forse voleva essere ritenuto un po’ meno banale.

di Lorenzo La Bella

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