Testimoni infernali – intervista a Fausto Maria Greco

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Arbeit macht frei” (il lavoro rende liberi), fu questo il motto posto ai cancelli d’ingresso di numerosi campi di sterminio, durante la Seconda Guerra Mondiale. Immediato è il confronto con le parole che Dante vide “scritte al sommo d’una porta”, come ci racconta nel canto III dell’Inferno: “Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate”.
Le parole, che Dante legge, avvertono le anime circa la natura maligna del luogo nel quale esse si stanno avventurando; le rende consapevoli del destino che le attende: un destino dal quale è esclusa qualsiasi speranza. Viceversa l’uomo, nel corso della sua vita storica, ha mostrato come la sua malignità può essere ancora più crudele di quella divina, poiché se il male divino avverte, quello umano deride senza alcuna pietà! “Arbeit macht frei” queste parole risuonano nella mente col ghigno beffardo degli oppressori che illusero uomini oppressi e li derisero della loro amara condizione. Quando pensiamo a tutto ciò, quando meditiamo “che questo è stato”, ci domandiamo “Perché?”.
La stessa domanda dovettero porsela molti fra gli uomini che vissero in quel momento storico, soprattutto coloro che erano stati oppressi. Il desiderio di trovarsi a tu per tu con il proprio carnefice e di chiedere “Perché questo?” dovette essere maggiormente forte nei loro cuori. Fausto Maria Greco, docente di materie letterarie, ha concentrato il suo studio proprio sul confronto fra oppressi e oppressori nel suo saggio “La memoria dei salvati”, Carocci 2020, partendo dalle testimonianze e dagli scritti di Elie Wiesel e Primo Levi.

Professore, come nasce il saggio “La memoria dei salvati”?

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«Il mio saggio è frutto di un lavoro di ricerca durato 6 anni, ed è stato pensato per un pubblico ampio. Mancava, finora, non solo in Italia, uno studio approfondito che confrontasse l’opera di Primo Levi con quella di Elie Wiesel.
Il mio interesse per questi due autori nasce da una grande curiosità nei confronti della testimonianza su un evento traumatico come la Shoah. Questo il motore che mi ha spinto alla ricerca. L’occasione, invece, mi è stata data da un ciclo di seminari sul tema dell’attesa organizzato all’Università degli Studi di Napoli da F. De Cristofaro e G. Maffei. Durante quell’esperienza ho notato una certa affinità fra due racconti: “Una vecchia conoscenza” di Wiesel e “Vanadio” di Levi. In essi la figura dell’oppresso è in attesa del momento di rivalsa nei confronti del suo ex oppressore. Ma le similitudini fra i due autori non si fermano qui: simile è il modo di declinare alcuni temi, ed è per questo che ho deciso di immergermi nello studio delle loro opere».

Quale valore essi affidano alla scrittura?

«La letteratura è uno strumento che permette loro di trasmettere una verità di tipo storico e umana. Bisogna però essere precisi: non si possono ridurre i loro scritti sotto l’etichetta di testimonianza storica. La scrittura è letteraria quando accetta anche il contributo che viene dall’invenzione e quando sa porsi in dialogo con altri testi. Quindi, la testimonianza è il punto di partenza per fare letteratura.
Ciò significa: raccontare perché c’è bisogno di farlo, ma anche perché vi è il piacere di farlo.
La scrittura di Levi, ad esempio, è in costante dialogo con quella di Manzoni, Baudelaire, Dante; essa poi si pone un obiettivo conoscitivo, come in “Vanadio” dove il dialogo con l’aguzzino è utile per sondare l’animo del nemico e analizzare la follia del Nazismo; mentre in “Se questo è un uomo” egli va alla ricerca dell’Essere umano.
Per Wiesel, invece, la scrittura è principalmente un modo per rievocare la memoria del popolo ebraico, connettersi ad essa ed arricchirla con la propria esperienza.
In “La notte”, egli ricorda della sua esperienza di deportato e del senso di colpa provato per essersi salvato, dopo aver visto suo padre morire per le fatiche impostegli.
Nella sua visione l’Olocausto è stato il momento in cui la storia di un intero popolo è cambiata, perché il racconto biblico di Abramo e Isacco, fondativo per la sua cultura, viene capovolto irrimediabilmente e, dunque, sono i figli che vedono i propri padri salire sull’altare del sacrificio. Ma questa volta non vi è nessun Dio a dare la salvezza.
Per entrambi gli autori se la realtà storica è trasfigurata attraverso la lente letteraria, fondamentale resta la verità morale.
Le opere di questi due autori sollevano questioni di responsabilità individuale e collettiva oggi ancora molto importanti».

di Nicola Iannotta

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