Territorio, tensione sociale e anomia.

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Sin da quanto ero studente sono rimasto sempre affascinato dalla citazione dello scrittore e drammaturgo A. Conan Doyle il quale sosteneva che: “È un errore madornale costruire teorie prima di aver ottenuto dei dati. Si inizia a deformare insensatamente i fatti per farli calzare alle teorie, invece di far calzare le teorie ai fatti”.

Quindi ho sempre cercato di guardare con attenzione ai fatti sociali che accadono sovente in territori a maggiore presenza criminale per riuscire a trovare la più verosimile delle versioni dei fatti senza mai avere l’arroganza di conoscere la verità.

Di recente, sempre con maggiore frequenza, assistiamo a episodi di violenza, a vere e proprie esplosioni di aggressività tra uomini quasi assuefatti dal racconto della realtà fornito dai mass-media e dai social senza mai voler provare a spingere oltre la nostra curiosità, a provare a cercare l’altra versione dei fatti.

Quindi, continuiamo a vivere nella confusione più totale che io immagino come un gran polverone che anche se spazzato via viene si rimosso ma solo per essere nascosto sotto il tappeto. Come se conoscessimo tanti piccoli spezzoni di fatti ma mai la trama completa. E questo ha un rischio non da poco: non crea più critica sociale, un pensiero strutturato nel merito, ma solo una ridondanza di informazioni oltremodo deformate.

Purtroppo questo non risparmia i riparti della società, a partire la famiglia passando per il mondo del lavoro fino a raggiungere le relazioni interpersonali.

Insomma un atteggiamento di comprensione “a metà” utile solo per non finire del tutto nelle sabbie mobili della menzogna. Ed è proprio in tale ambito che dobbiamo ritenere che un territorio, ma ormai anche la rete, sa e può essere palcoscenico per tutte le interpretazioni che gli attori sociali coinvolti, i cittadini, vogliono e sanno porre in essere, dalle scene con trame intricanti, romantiche e a lieto fine fino a quelle dai toni nostalgici intrise di vendette e prepotenza in un corso e ricorso di vicende delle quali a fatica si riesce a distinguere il protagonista dalla comparsa.

Ed in tutto ciò la nostra società continua il suo inarrestabile percorso verso l’evoluzione.

Insomma il cittadino, quasi impotente può e deve assistere in silenzio. E come se egli ad un certo punto dovesse trasformarsi in semplice osservatore esterno di ciò che gli accade intorno consapevole che l’osservazione dei fatti a cui assiste si differenzia dalla interpretazione solo perché non include il tentativo di spiegare significati inconsci o relazione di causa effetto.

Sembra, agli occhi di chi scrive, prendere il via una nuova fase dell’affermazione del concetto di “anomia” (letteralmente significa assenza di norme) termine coniato da Durkheim nel 1897 in uno studio sul suicidio per identificare quello stato di tensione e smarrimento che affligge l’individuo qualora, posto in un contesto sociale debole, risulterebbe incapace di proporre norme e valori sociali condivisi e riconosciuti.

Senza la guida della società, delle sue norme e dei suoi valori, l’individuo non sarebbe in grado di porre un freno alle sue aspettative e ai suoi desideri, cadendo in uno stato di angoscia e frustrazione di fronte all’impossibilità poi di realizzare le ambizioni stesse.

Ed allora tutto non può che tradursi in liti per amore o per un semplice disguido che sfociano in aggressioni degne di vere e proprie spedizioni punitive in cui l’Uomo, percependosi distaccato dal senso di rispetto delle regole, da codici comportamentali, viene animato da un solo impulso: quello di dominare l’altro, non importa in che modo riesca a farlo quello che è importante è riuscire ad assoggettare l’altro, il competitor, colui che non gli riconosce la ragione.

Sono tuttavia ottimista perché penso che nonostante tutto possiamo uscire da questo stato di cose anche se per certi versi, questa società, appare sempre più resistente ai cambiamenti positivi, al pari di un paziente che si rifiuta di collaborare con il terapeuta ma non solo perché non si riconosce nella terapia (le leggi) ma semplicemente perché la svaluta giudicandola con con un comportamento intenzionale di sfida.

Credo che sia pertanto necessario rivedere l’attuale stato delle relazioni e dei fenomeni che viviamo e allo stesso tempo riflettere proprio sul concetto di anomia in quanto rappresenta uno dei primi tentativi di risalire alle cause sociali di fenomeni da esaminare.

Allo stesso modo credo anche che sapremo mettere in atto dei meccanismi che conducano al cambiamento avendo il desiderio di porsi nuovi obiettivi sociali  da raggiungere.

In altre parole abbiamo il dovere di rispettare le leggi ma anche il diritto di chiederne modifiche e integrazioni volte a migliorare il vivere con gli altri perché come sosteneva l’ateniese Pericle, il cittadino che si disinteressa dei problemi di tutti gli altri, chi non ha interesse per il “pubblico”, non è “innocuo”, è “inutile”. E fa diventare il gruppo, la comunità, altro, un gregge.

di Antonio Di Lauro

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