Terra dei Fuochi

La continua maledizione della Terra dei fuochi

Ci sono fuochi e fuochi.
Quelli belli che scaldano, che regalano un’atmosfera di ritrovata intimità e accoglienza e quelli che, al contrario, regalano, di continuo, sapore di morte.

Nella ormai cosiddetta “terra dei fuochi”, l’estate appena trascorsa, si è presentata ancora più rovente che nelle altre parti d’Italia. La causa, ovviamente, non è da ricercare nelle temperature tipiche della calura estiva. I roghi tossici sono stati i veri protagonisti di uno scenario già abbastanza martoriato e dimenticato, tremendo anche solo a dirsi, dove il pane si mescola quotidianamente al veleno e dove la stessa speranza si ritrova a fare a pugni con la desolazione, frutto di un’omertà che un popolo sperimenta nel non essere ascoltato, quando, prepotente, grida aiuto.

Sono state e sono tuttora innumerevoli le segnalazioni e le denunce che giungono da più parti alle istituzioni, in tutte le sue forme.

Roghi tossici che, senza pietà, mostrano due volti della stessa medaglia, che mettono in risalto una carta d’identità dove, da un lato vige una mentalità camorristica ancora troppo viva e protagonista legata a una inciviltà senza pari e, dall’altro, una penuria d’interventi da parte di chi di dovere, frutto di una indifferenza che, più della morte stessa, uccide ogni possibilità di costruire un futuro di buone possibilità per le prossime generazioni.

I comuni dell’intero agro aversano, a più riprese, hanno tentato e stanno tentando di fronteggiare questo grave problema. Strategie, metodi e consultazioni, unite a manifestazioni popolari, sembrano, tuttavia, non aver dato ancora alcuna risoluzione.

E, mentre ci si arrabatta per capire come muoversi, la sensazione è quella di avere dinanzi un corpo acefalo che, per quanto possa imbastire nuove e lodevoli iniziative a tal riguardo, sembra sempre mancare di una testa e di una coscienza comune pensante.

La sensazione imperante è che prima che inquinare l’aria, i veleni della terra dei fuochi, sembrano aver attecchito e inquinato un sentire comune che, se avesse imparato a non ignorare i vari campanelli di allarme di questi anni, avrebbe potuto evitare il verificarsi di un simile scempio.

Che se si fosse reso meno schiavo di logiche di potere subdole e meschine, oggi, piangerebbe meno morti. Una via oscura che mostra, purtroppo, che prima che il fetore fisico, che ogni sera invade le strade dei paesi dell’agro aversano, rendendo una popolazione già stanca ancora più esasperata e rassegnata al peggio, si è fatto avanti un fetore dell’anima che devasta senza più chiedere permesso. Che parla di sconfitta e lacrime, di grida solitarie e marce sorde, di un governo assente e così imbavagliato nei pasticci di palazzo che ha dimenticato qual è la strada da percorrere per poterci rimettere in piedi.

Un’assenza che pesa più di ogni presenza e che sta lì a testimoniare che l’unica alternativa a un tale male resta la fuga, che mostra che neanche più la morte stessa (il tasso di morti per tumore in queste zone è altissimo e si estende a tutte le fasce di età!) è capace di far porre interrogativi dinanzi ai quali fermarsi e riflettere. E cambiare.

Un forte richiamo per una presa di coscienza rispetto al problema dell’ambiente ci viene anche da papa Francesco che, nel messaggio scritto in occasione della “Giornata mondiale di preghiera per la cura del creato” del 1 settembre 2019, sottolinea come la radice di ogni male che nasce nei confronti della madre terra sia la dimenticanza, esperienza triste che ogni individuo fa nel momento in cui sceglie di abitare il mondo non come una “casa comune” , ma spadroneggiando e perdendo di vista l’immenso dono che gli è stato posto tra le mani. Forte è anche il richiamo a riflettere e a riconsiderare il proprio stile di vita secondo una prospettiva comunitaria, chiave per debellare ogni scorcio egoistico.

Una voce, quella del pontefice, che ha lo scopo di combattere una sordità così lungamente e largamente diffusa, che ci sta sempre più allontanando da quel bene che potrebbe renderci cittadini migliori e vivi e non più morti bruciati che camminano e sopravvivono.

di Francesco Cuciniello

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