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Terra dei Fuochi – Noi del meridione figli di un dio minore

Nicola Iannotta 03/12/2021
Updated 2021/12/03 at 4:38 PM
8 Minuti per la lettura

Noi del meridione d’Italia siamo figli di un dio minore perché a noi non è dato conoscere

L’umanità, al momento della sua creazione, ha ricevuto in dono da un qualche dio ben sei sensi: vista, udito, tatto, olfatto, gusto e sesto senso. I primi cinque l’uomo li ha sempre utilizzati per materializzarsi nel mondo in cui vive, stabilire un contatto fra sé e l’esterno e raccogliere tutti quegli elementi vari e diversi che compongono l’indefinibile complessità dell’universo.
Il sesto senso è sempre stato quel filo che serviva a cucire tutti gli elementi immagazzinati dagli altri sensi, al fine di comporre un centone unico che desse una visione completa del tutto nell’insieme.

Noi del Meridione, invece, siamo nati figli di un dio minore, perché a noi è stato negato il sesto senso. Ci hanno detto di poter osservare, sentire, toccare, ma ci hanno proibito di capire. La realtà della nostra terra è sempre stata lontana dalla nostra comprensione, situata al di là delle colonne d’Ercole, le quali ci era stato vietato di valicare, per la nostra salvaguardia, da un decreto divino.

Indice
Noi del meridione d’Italia siamo figli di un dio minore perché a noi non è dato conoscereL’umanità, al momento della sua creazione, ha ricevuto in dono da un qualche dio ben sei sensi: vista, udito, tatto, olfatto, gusto e sesto senso. I primi cinque l’uomo li ha sempre utilizzati per materializzarsi nel mondo in cui vive, stabilire un contatto fra sé e l’esterno e raccogliere tutti quegli elementi vari e diversi che compongono l’indefinibile complessità dell’universo.Il sesto senso è sempre stato quel filo che serviva a cucire tutti gli elementi immagazzinati dagli altri sensi, al fine di comporre un centone unico che desse una visione completa del tutto nell’insieme.«Non oltrepassare le colonne d’Ercole, unico e solo limite della tua comprensione umana». È questo il comandamento datoci in sorte. Il giudizio divino sembrava chiaramente esplicito e impietoso nei confronti dei peccatori.Pochi avevano dimostrato uno spirito ulissiaco, capace di sfidare i decreti imposti per soddisfare una propria ragione di conoscenza, percepita come un diritto da preservare: Giancarlo Siani, Giuseppe Diana, Domenico Noviello, Giuseppe Salvia, Franco Imposimato e altri ancora… Questi uomini sono stati spazzati via, in quel mare che separa il mondo comune e quotidiano dalla realtà che essi avevano deciso di raggiungere e di far conoscere, da venti impetuosi che colpivano forte come i colpi di una pistola. A nessuno era dato sapere.Il terrore, l’umiliazione e il senso di sconfitta hanno sempre accompagnato la nostra crescita, insieme ad un rancore e ad un desiderio incontenibile di rivalsa. Ma il nostro comportamento è sempre apparso statico, inerte.Ci ripetevamo che questo mondo è marcio, e allora iniziavamo a combattere; poi dopo innumerevoli sforzi, spesi senza ottenere alcun risultato, ci siamo arresi, dicendoci che lottare serve a poco, che forse è meglio salvaguardare i propri interessi anziché immischiarsi nei guai. Talvolta ci siamo illusi, perché ne avevamo bisogno, e abbiamo sognato, credendo davvero che prima o poi il male dalla nostra terra sarebbe scomparso.Nelle visioni ottimistiche che ci costruivamo per continuare a vivere serenamente, ci ripetevamo con costanza le parole di Giovanni Falcone «La mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine».Certo, erano parole belle, ma l’inganno stava nel credere a questa piacevole storia senza ricordare il resto «Bisogna però rendersi conto che è un fenomeno terribilmente serio e grave, e che va combattuto non pretendendo l’eroismo di inermi cittadini, ma coinvolgendo nella lotta le forze migliori delle istituzioni».Ma ci stiamo rendendo conto che ci stanno uccidendo. Non possiamo più continuare a stare in silenzio o a sprecare quel tempo, che ci stanno sottraendo, con le parole. Bisogna agire, e per farlo è necessario che tutti prendano consapevolezza di quello che accade sul nostro territorio. È tempo che tutti insieme, noi figli di un dio minore, salpiamo dalle coste della nostra irrealtà quotidiana per approdare sulla terra della realtà.La morte non ci fa più paura, quel vento impetuoso che un tempo ha spazzato via altri coraggiosi non è meno pericoloso dei cancri, dei fumi tossici che ci avvelenano mentre ce ne stiamo comodamente tranquilli a casa. È per questo che Magazine Informare, l’Accademia delle Belle Arti di Napoli e l’Università Federico II hanno deciso di collaborare, fare rete e studiare i fenomeni al fine di far luce su ciò che ci circonda.È Tommaso Morlando il primo a ringraziare l’opportunità di collaborazione offerta da Rosaria Iazzetta dell’Accademia delle Belle Arti di Napoli, a confermare la necessità di fare rete e ad esprimere una percezione di un nuovo corso:«È la prima volta che le università si rivolgono anche a noi, al mondo civile. Spesso restano isolate nei propri studi e non c’è mai la corrispondenza giusta. È davvero importante creare una rete di collaborazione. Tocco con le mani una realtà che mi ha dato cazzotti nello stomaco: non c’è ancora consapevolezza reale di ciò che ci circonda. Ci stanno uccidendo.Il problema è di grossa portata e difficile da combattere ma a me sembra che la società civile di oggi sia in parte cambiata. Prima, quando parlavo di queste tematiche, intorno a me c’era un silenzio assoluto. Ora stiamo facendo rete col mondo delle istituzioni, ed è qualcosa di davvero importante»Anche la Prof.ssa Maria Cerreta dell’Università Federico II di Napoli ha posto l’accento sulla necessità di collaborazione fra le istituzioni e i diversi attori del territorio al fine di creare una coscienza comune condivisa e un’identità legata alla propria terra:«Diventa necessario lavorare in stretto rapporto con la realtà del territorio e con le sue problematicità per poter tentare di dare delle risposte concrete e cercare di innescare processi che producano risultati, piccoli ma veri.È importante capire come attivare il processo, come innescare un confronto fra attori differenti e soprattutto come riconoscere opportunità che diventino un modo per poter condividere un percorso comune capace di portare ad un miglioramento.Partecipazione, collaborazione, cooperazione diventano tre modi diversi con cui gli attori territoriali possono interagire; tre modalità con cui si può dare un proprio contributo. Gli obiettivi che spingono alla partecipazione devono essere davvero forti, ma nel momento in cui si collabora si costruisce un progetto di cura del territorio che spinge a mettersi continuamente in gioco. Le comunità coese sono quelle che resistono di più, sono quelle che hanno un obiettivo chiaro e sono pronte a combattere e a sacrificarsi per poterlo raggiungere. Ciascuno è responsabile delle proprie azioni ma insieme siamo responsabili delle azioni di una comunità».
«Non oltrepassare le colonne d’Ercole, unico e solo limite della tua comprensione umana». È questo il comandamento datoci in sorte. Il giudizio divino sembrava chiaramente esplicito e impietoso nei confronti dei peccatori.
Pochi avevano dimostrato uno spirito ulissiaco, capace di sfidare i decreti imposti per soddisfare una propria ragione di conoscenza, percepita come un diritto da preservare: Giancarlo Siani, Giuseppe Diana, Domenico Noviello, Giuseppe Salvia, Franco Imposimato e altri ancora… Questi uomini sono stati spazzati via, in quel mare che separa il mondo comune e quotidiano dalla realtà che essi avevano deciso di raggiungere e di far conoscere, da venti impetuosi che colpivano forte come i colpi di una pistola. A nessuno era dato sapere.
Il terrore, l’umiliazione e il senso di sconfitta hanno sempre accompagnato la nostra crescita, insieme ad un rancore e ad un desiderio incontenibile di rivalsa. Ma il nostro comportamento è sempre apparso statico, inerte.
Ci ripetevamo che questo mondo è marcio, e allora iniziavamo a combattere; poi dopo innumerevoli sforzi, spesi senza ottenere alcun risultato, ci siamo arresi, dicendoci che lottare serve a poco, che forse è meglio salvaguardare i propri interessi anziché immischiarsi nei guai. Talvolta ci siamo illusi, perché ne avevamo bisogno, e abbiamo sognato, credendo davvero che prima o poi il male dalla nostra terra sarebbe scomparso.
Nelle visioni ottimistiche che ci costruivamo per continuare a vivere serenamente, ci ripetevamo con costanza le parole di Giovanni Falcone «La mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine».
Certo, erano parole belle, ma l’inganno stava nel credere a questa piacevole storia senza ricordare il resto «Bisogna però rendersi conto che è un fenomeno terribilmente serio e grave, e che va combattuto non pretendendo l’eroismo di inermi cittadini, ma coinvolgendo nella lotta le forze migliori delle istituzioni».
Ma ci stiamo rendendo conto che ci stanno uccidendo. Non possiamo più continuare a stare in silenzio o a sprecare quel tempo, che ci stanno sottraendo, con le parole. Bisogna agire, e per farlo è necessario che tutti prendano consapevolezza di quello che accade sul nostro territorio. È tempo che tutti insieme, noi figli di un dio minore, salpiamo dalle coste della nostra irrealtà quotidiana per approdare sulla terra della realtà.
La morte non ci fa più paura, quel vento impetuoso che un tempo ha spazzato via altri coraggiosi non è meno pericoloso dei cancri, dei fumi tossici che ci avvelenano mentre ce ne stiamo comodamente tranquilli a casa. È per questo che Magazine Informare, l’Accademia delle Belle Arti di Napoli e l’Università Federico II hanno deciso di collaborare, fare rete e studiare i fenomeni al fine di far luce su ciò che ci circonda.
È Tommaso Morlando il primo a ringraziare l’opportunità di collaborazione offerta da Rosaria Iazzetta dell’Accademia delle Belle Arti di Napoli, a confermare la necessità di fare rete e ad esprimere una percezione di un nuovo corso:
«È la prima volta che le università si rivolgono anche a noi, al mondo civile. Spesso restano isolate nei propri studi e non c’è mai la corrispondenza giusta. È davvero importante creare una rete di collaborazione. Tocco con le mani una realtà che mi ha dato cazzotti nello stomaco: non c’è ancora consapevolezza reale di ciò che ci circonda. Ci stanno uccidendo.
Il problema è di grossa portata e difficile da combattere ma a me sembra che la società civile di oggi sia in parte cambiata. Prima, quando parlavo di queste tematiche, intorno a me c’era un silenzio assoluto. Ora stiamo facendo rete col mondo delle istituzioni, ed è qualcosa di davvero importante»
Anche la Prof.ssa Maria Cerreta dell’Università Federico II di Napoli ha posto l’accento sulla necessità di collaborazione fra le istituzioni e i diversi attori del territorio al fine di creare una coscienza comune condivisa e un’identità legata alla propria terra:
«Diventa necessario lavorare in stretto rapporto con la realtà del territorio e con le sue problematicità per poter tentare di dare delle risposte concrete e cercare di innescare processi che producano risultati, piccoli ma veri.
È importante capire come attivare il processo, come innescare un confronto fra attori differenti e soprattutto come riconoscere opportunità che diventino un modo per poter condividere un percorso comune capace di portare ad un miglioramento.
Partecipazione, collaborazione, cooperazione diventano tre modi diversi con cui gli attori territoriali possono interagire; tre modalità con cui si può dare un proprio contributo. Gli obiettivi che spingono alla partecipazione devono essere davvero forti, ma nel momento in cui si collabora si costruisce un progetto di cura del territorio che spinge a mettersi continuamente in gioco. Le comunità coese sono quelle che resistono di più, sono quelle che hanno un obiettivo chiaro e sono pronte a combattere e a sacrificarsi per poterlo raggiungere. Ciascuno è responsabile delle proprie azioni ma insieme siamo responsabili delle azioni di una comunità».

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE

N°224 – DICEMBRE 2021

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