Era un giovedì e a Napoli faceva caldo quando ho conosciuto il maestro Guglielmo Longobardo.

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Guglielmo Longobardo

L’ho incontrato mentre allestiva la sua mostra all’ AM Studio Art Gallery in via Massimo Stanzione 10, al Vomero. Ho deciso di fare un giro tra le sue opere e mi sono trovata improvvisamente catapultata in una dimensione spazio-temporale non definita, in una inquietudine ultra-terrena.
Tra un blu avvolgente ed un rosso caldo e ricercato, il maestro mi ha raccontato la sua storia, quella di una vita al fianco dell’arte. Fino a dicembre sarà esposta la sua mostra dal titolo “Tempo Sospeso” che per questo costituisce un “resoconto di vita”, in una pittura intimistica e viscerale che si evince tra gli oli su tela esposti in galleria.
Guglielmo Longobardo nasce a Bacoli nel 1948 e si diploma all’Accademia di Belle Arti di Napoli, dove nel 1996 diventa docente del corso di Decorazione. La sua ricerca artistica è stata sempre pura e dinamica, eppure c’è qualcosa di nuovo in questa esposizione: Guglielmo, con un vero e proprio atto di spregiudicatezza, si improvvisa scultore. Dà nuova vita ad alcuni dei tubetti utilizzati che con amore ha conservato nel corso della sua carriera.

Il titolo “Tempo Sospeso” nasce da questa operazione di recupero, riguarda un po’ quel rapporto odio-amore che si ha con lo strumento di lavoro. «Per me i tubetti sono da definire le “protesi della nostra mente”.

È nell’attimo in cui i tubetti perdono la loro vitalità che vanno in una sorta di limbo, non servono più per dipingere, ma non vanno neanche buttati perché rappresentano il vissuto.
Per me sono a metà tra la dolcezza intimistica e l’inquietudine dell’essere alla deriva, come se fossero dissanguati. Attenzione però: non è il fiorellino che si conserva nel libro, è un’operazione che parte dall’introspezione dell’artista.
È un voler dare una collocazione, io non li ho mai buttati e una ragione deve esserci stata. Tra i tubetti c’è l’amore, c’è il vissuto, ci sono le sofferenze o i momenti di soddisfazione e di insoddisfazione».

Quanto ha influito il suo rigore e l’amore per l’aspetto estetico?

«Tanto. C’è stato un lavoro di ricerca, non è una semplice memoria. Concettualmente potrebbe essere fatta prendendo tutti i tubetti, metterli nello scatolo e poi dire ‘’sono tubetti della mia vita’’. Ma, per la mia formazione sono stato sempre attento al manufatto, alla qualità dell’opera- anche estetica».

Secondo te quando è possibile definire un quadro “esteticamente bello”?

«È importante l’attrazione, ti deve attrarre per qualcosa. Il primo impatto di un quadro è un battito di ciglia: o ti respinge o ti cattura.
Solo successivamente provi a leggerlo e cerchi di comprenderlo; se, invece, una cosa è sgradevole te ne accorgi immediatamente. Se ti viene voglia di guardare meglio, significa che ti sta trasmettendo qualcosa. Io non mi accontento di affermare un’idea o un concetto, ogni cosa deve avere la sua trasposizione di oggetto attraente».

Guglielmo Longobardo è stato anche insegnante e figlio della sua terra. Ci ha raccontato del suo rapporto con i giovani, dell’importanza del concimare, affinché possano crescere ottimi frutti.
Eppure non bisogna dare solo risposte certe ai ragazzi, bisogna indirizzarli per far crescere le loro idee nel rispetto della serietà artistica e della professionalità.
«Oggi nel calderone dell’arte ci buttano di tutto. La città di Napoli spesso non riconosce, c’è poca educazione critica per poter leggere un pittore. Io sono dei Campi Flegrei e questa terra ha accompagnato tutte le mie relazioni.
È una terra di grandi suggestioni, ma non è il paesaggio in modo descrittivo che ha influenzato la mia arte. Sono stato influenzato dall’emozione e dalla penetrazione di quel tramonto o di quell’alba. È importante quello che ti rimane dentro del paesaggio, ciò che può trasmettere…».

Un quadro è un’avventura…

«È insolito per me partire da una forma geometrica; inizio l’opera e, nel mentre, attraverso molti oceani. Ci sono mari di dubbi, di incertezze e di scoramenti. In alcuni miei quadri c’è il riassunto della vita».

Non c’è mai fine ad un quadro. Arriva un giorno e decide di stravolgere tutto. A lei è mai successo?

«L’ho fatto questa estate, mi è piaciuto. Ho ripercorso alcuni quadri di 50 anni fa, li ho rivisti e mi è venuta voglia di rifarli, con l’esperienza e con la cazzimma di oggi. Non li ho stravolti ma mi sono rituffato in alcuni gesti e in alcune atmosfere.
È un po’ come quando hai ricordi da bambino, recuperi un odore, dei suoni, delle cose, mi è piaciuto.
Quindi no, non c’è mai fine ad un quadro».

 

di Giovanna Cirillo

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°199
NOVEMBRE 2019

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