“Tecnostress”, il lato oscuro e ignorato dello Smart Working

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In questi mesi di lockdown, tra didattica a distanza e lunghe sessioni di Smart working, i dispositivi tecnologici sono diventati una costante.

Adattarsi e traslare determinate attività, professionali o didattiche che siano, dagli ambienti fisici a quelli virtuali, ha permesso a molte persone di restare più tempo a casa e vivere maggiormente la quotidianità familiare, ma a pagarne le spese è stata la nostra salute.

Nello specifico, un uso costante e duraturo di dispositivi “smart”, produce quello che in gergo tecnico viene definito, “Tecnostress”. Nel 2007 quest’ultimo è stato riconosciuto come nuova malattia professionale, in seguito a una sentenza della Procura di Torino. Nel 2008 è entrato in vigore l’obbligo di valutare il rischio stress negli ambienti di lavoro e nel 2010 il Ministero del Lavoro ha considerato un problema per la salute dei lavoratori digitali.

Secondo quanto emerge dalla una ricerca di Netdipendenza Onlus, risalente al 2015, su 1.005 lavoratori digitali, selezionati a campione, l’87,5% dichiara di usare frequentemente dispositivi mobili connessi a Internet per motivi di lavoro, mentre il 59,5% ritiene che la quantità di informazioni da gestire sia molto aumentata nell’era degli smartphone.

La sintomatologia da Tecnostress ha evidenziato un quadro molto misto, queste le percentuali: mal di testa (44,5%), calo della concentrazione (35,4%), nervosismo e alterazione dell’umore (33,8%), tensioni neuromuscolari (28,5%), stanchezza cronica (23,3%), insonnia (22,9%), ansia (20,4%), disturbi gastro-intestinali (15,8%), dermatite da stress (6,9%). Mentre tra i sintomi più gravi si rilevano alterazioni comportamentali (7,1%), attacchi di panico (2,6%) e depressione (2,1%).

A tali fattori vanno ad aggiungersi i rischi provocati dall’esposizione prolungata ai campi elettromagnetici emessi dai dispositivi e dalle stazioni Wi-Fi. Durante questo lockdown lo Smart Working ha “salvato” il nostro lavoro, ma chi “salva” la nostra salute?

«Gli uomini sono diventati gli strumenti dei loro stessi strumenti»
Henry David Thoreau

di Simone Cerciello

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