Teatro San Carlo: la potenza della musica classica

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Una mente che fantastica, un cuore che si emoziona, uno sguardo talvolta lucido talvolta fulminante e infine un applauso che sa di vittoria, ma anche di lavoro e di fatica. La lirica è questo e tanto altro, scopriamolo con il Maestro Roberto Moreschi, Coordinatore dei maestri collaboratori del Teatro di San Carlo.

Qual è il tuo ruolo all’interno del San Carlo?
«Sono Coordinatore dei maestri collaboratori, organizzo il lavoro dei vari maestri. Il mio ruolo principale è quello di maestro di sala, collaboro con il direttore d’orchestra preparando i cantanti durante le prove musicali e suono per le prove di regia. Quando l’organico orchestrale prevede uno strumento a tastiera, partecipo alle letture e agli spettacoli in qualità di professore d’orchestra.
Talvolta il maestro di sala diventa attore esecutore, una sensazione stranissima, si passa dalla parte dei cantanti, si partecipa alle prove di regia non più suonando ma mostrando tutto l’impaccio di chi non è abituato a muoversi sul palcoscenico».
Potresti descriverci il tuo percorso professionale?
«Durante gli ultimi anni del Conservatorio ho iniziato a collaborare con cantanti e piccole organizzazioni corali. Se in un grande teatro esistono regole ben precise e ruoli definiti, nei teatri piccoli e accoglienti si può imparare tutto ciò che serve in questo ambiente. Così ho lavorato in giro per l’Italia, ricordo con particolare emozione il teatro Rendano di Cosenza, il Ventidio Basso di Ascoli Piceno, il teatro municipale di Piacenza, Fermo, il CEL di Livorno da cui poi partii per la Svizzera; poi l’Argentina, al teatro Coliseum di Buenos Aires e di nuovo l’Italia. In pochi anni tante storie e tanta opera, poi nel 1995 il Real Teatro di San Carlo ebbe l’improvvisa necessità di un maestro alle luci per l’opera Don Giovanni.
Il direttore musicale di palcoscenico, mio ex-maestro al Conservatorio, chiese la mia collaborazione per la produzione. Fu un momento magico ma fu anche molto più semplice rispetto al ritmo frenetico dei teatri in cui avevo lavorato. Nel 1997, durante L’elisir d’amore con Luciano Pavarotti, il direttore d’orchestra fu mandato via e il celebre tenore volle rifare le prove musicali. Nessun maestro del teatro si rese disponibile e fui richiamato. L’autista del teatro mi accompagnò alla suite dell’hotel Vesuvio dove Pavarotti attendeva il pianista in compagnia della sua Adina. Altra emozione travolgente, il grande Luciano seduto in poltrona iniziò a indicarmi cosa volesse provare, lui chiedeva ed io suonavo, dava qualche consiglio alla giovane cantante poi iniziava di nuovo a cantare. Andammo avanti per un paio d’ore dopodiché si complimentò ringraziandomi e ci salutammo».
Sognavi sin da piccolo questa professione?
«Mai avrei immaginato di fare questo lavoro. Tutto partì da mio padre, un uomo che viveva il suo lavoro fatto di carte e leggi con estrema passione ma che, essendo appassionato di lettura e cultura in genere, desiderò che almeno uno dei suoi figli potesse appassionarsi alla musica. Riuscivo a seguire qualche concerto, ma il canto proprio no, anzi, mio padre appariva ai miei occhi quasi ridicolo quando si perdeva, affascinato, in quel linguaggio per me così poco comprensibile ed interessante.
Col canto iniziai poi presto a confrontarmi poiché un cugino di mio nonno era un artista del coro del teatro di San Carlo e non avendo molte nozioni di solfeggio mi chiedeva spesso di aiutarlo a studiare le parti del coro. Dopo qualche anno quello sarebbe diventato il mio mondo».
Pregi e difetti del tuo lavoro?
«I pregi, per chi fa il mio “mestiere”, non si possono descrivere, si può raccontare che durante una produzione si incontrano artisti meravigliosi con cui nasce un feeling che si rinnova ad ogni incontro, ma l’emozione dell’applauso durante una prova musicale, un complimento di un grande direttore d’orchestra, la soddisfazione del successo che hai contribuito a ottenere sono sensazioni che si possono solo vivere. Il pubblico, il palcoscenico, suonare e sentire il contatto con chi ti ascolta non è il pregio di un lavoro ma un dono forse immeritato. I difetti sono comuni a tutti i lavori che richiedono la totale dedizione e il massimo impegno. Lo studio non ha limiti, il tempo a disposizione è sempre poco, non si termina una produzione che la mente è già pronta ad organizzare il prossimo lavoro…»
Italia ma anche estero, qual è stata l’esperienza più emozionante?
«Con il teatro, quasi ogni anno siamo andati in tournée, ricordo quella in Giappone e quella in Grecia nel teatro di Epidauro con Depardieu e la Rossellini. In Cile ricordo un concerto in una piazza enorme con una folla immensa che si divertiva e rideva senza il timore che spesso l’opera lirica incute. Ci sono state le tournée ad Hong Kong e quella in Oman e altre ancora, ognuna con un ricordo speciale, ma tutte ci hanno fatto tornare a casa soddisfatti e orgogliosi di essere italiani e di aver portato la nostra cultura e il nostro amato teatro nel mondo. Ogni posto ci ha accolti come fossimo paladini dell’arte, rappresentanti della grande storia culturale del nostro Paese, peccato che per vivere ciò sia necessario un viaggio in aereo che superi almeno le due ore».
Quali sono stati gli effetti del covid sul tuo lavoro e nel tuo ambiente?
«Sono tante le realtà che hanno subito danni irreparabili e tante sono state le sofferenze, per cui questo tema deve essere affrontato con cautela e rispetto. A molti il nostro lavoro può apparire superfluo eppure l’assenza di conoscenza e di amore per l’arte può generare solo mostruosità, una società non colta è una società destinata al fallimento. Il teatro San Carlo grazie alla lungimiranza del nuovo sovrintendente Stéphane Lissner, alla determinazione del nuovo direttore generale Emmanuela Spedaliere, alla volontà di tutti noi dipendenti di resistere, sta cercando di fare la sua parte, il pubblico per noi è vitale perché suonare per una sala vuota è triste ma non possiamo fermarci. Lo streaming non è il teatro ma con le nuove tecnologie possiamo raggiungere il nostro pubblico abituale e quello che ancora non ci conosce».

di Simone Cerciello e Angelo Morlando

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°215
MARZO 2021

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