“Svegliami a Mezzanotte”: il libro di Fuani Marino

Confesso subito che “Svegliami a mezzanotte” (ed. Einaudi) il libro scritto da Fuani Marino, psicologa Napoletana  e giornalista di lungo corso, è un libro che trafigge immediatamente per la sua costante lucidità narrativa.

Fin dalle primissime pagine si entra in contatto con “una entità” che narra passo dopo  passo un percorso che sembra in un primo momento surreale, ma che invece è quanto di più reale c’è a questo mondo: ovverosia la nostra fragilità come esseri umani ed il doverci fare i conti.

È un libro sulla depressione e sul suo attraversarla, un tragitto lungo, doloroso e troppo spesso silenziato; ancor più quando a soffrirne può essere una giovane donna appena diventata madre. Quel momento in cui tutti ti vogliono raggiante puerpera, atta solo ad espletare le tue funzioni animali: allattare.

Decido di contattare l’autrice dopo aver ascoltato il suo intervento al programma serale di Gramellini, che legge dei brani del libro, tra i più toccanti c’è la frase: “e poi sono caduta, ma non morta” che mi ha folgorato.

Vi propongo l’intervista gentilmente concessami dall’autrice: risposte secche, niente fronzoli, nessun infiocchettamento. Ma già vi ho detto troppo, siete pregati di leggere qui l’intervista e poi il libro.

Nel libro la condizione di giovane moglie -inadeguata-  di uomo di ottima famiglia sembra un fardello enorme; non trova che teniamo ancora attaccata addosso la “figurina” dell’angelo del focolare a tutti i costi? 

«Purtroppo direi che è proprio così, e lo è ancora di più in certi ambienti. In generale il nostro è un paese ancora arretrato (tanto che non si accorge neppure di quanto lo sia), e in cui è difficile ammettere disentirsi stretti i ruoli di moglie e madre».

Si può dire che una depressione latente sovrapposta ad un post-partum l’hanno spinta ad un gesto così estremo? 

«Credo sia stato quello che è successo. Di fatto non ero preparata ad affrontare il mio disagio psichico perché questo è emerso in maniera improvvisa. Aveva lavorato a lungo sotto traccia».

Perché si ha paura della malattia mentale? Perché ci sono tanti tabù? 

«Credo che la paura e il desiderio di allontanare abbiano a che vedere col timore che qualcosa del genere possa capitare a chiunque. Si fa fatica ad ammettere la propria malattia mentale perché questa è una condizione di fragilità, al pari di ogni altra malattia».

Quando ha deciso di scriverci un libro? 

«Ho cominciato a scrivere a distanza di cinque anni dall’accaduto. In seguito ho avuto la fortuna di incontrare persone che hanno creduto molto nel progetto».

Da parte di chi si è sentita più capita? 

«Mia madre, mio marito e il mio psicoterapeuta. Ma anche alcune buone amiche».

È possibile che dare voce a questa sua esperienza faccia anche da terapia? 

«Mi ha senz’altro aiutata a mettere distanza fra me e quanto accaduto, ma ci tengo a dire che prima che cominciassi a scrivere il libro c’era stato un grande lavoro di accettazione e consapevolezza».

È riuscita pienamente ad esprimere quanto voleva che noi lettori percessimo? 

«Lo spero».

Lei parla di diritto all’infelicità e dell’eccessiva medicalizzazione dello stato depressivo, in che senso? 

«Nella nostra società essere felici è spesso un dovere oltre che un diritto, nel senso che tutto punta a fornire un’immagine di noi stessi come vincenti e realizzati, anche quando non è così. In quest’ottica stati d’animo di semplice tristezza rischiano di venir scambiati per depressione. Ci tengo però a sottolineare che non mi ritengo affatto contraria alla terapia farmacologica, quando necessari».

Si può dire infine che il fallimento del suo piano sia stata la sua vittoria? 

«Non saprei dirlo, sicuramente oggi sono una persona diversa e più in contatto con le proprie emozioni di quanto non fossi prima di ammalarmi».

Dunque attraversare , scavare, per quanto doloroso aiuta sempre, o meglio aiuta sempre il cambiamento. Perché in fondo poi è solo così che riusciamo ad evolverci.

Grazie a Fuani Marino, disponibile e concreta scrittrice nostrana, i cui successi letterari leggeremo ancora.

di Adelaide Gentile

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