Per molti anni la storia di Mimmo Noviello, un Casalese esempio di impegno civile nei territori martoriati dalla morsa della camorra, non ha avuto voce, è rimasta sotto silenzio nelle ombre più tetre di omertà e rassegnazione.

Tra coloro che hanno rotto il silenzio, Paolo Miggiano ne L’Altro Casalese (Di Girolamo Editore, 2019) riscatta, con durezza, senso di indignazione e giustizia, la memoria di Mimmo, un imprenditore che apre una scuola guida a Castel Volturno, si rifiuta di pagare il pizzo, non cede ai ricatti della camorra, resiste con dignità alle pressioni di connivenza con la malavita, denuncia e riesce a far arrestare i suoi estortori.

Sulla questione si è espresso anche il noto giornalista Sandro Ruotolo, in un dialogo durante la presentazione del libro tenutasi alla Camera dei Deputati il 26 Settembre.

Lo Stato si distrae e la camorra, invece, non dimentica.

Il paradosso è tutto nel valore della memoria capovolto in cui i clan sono attenti e settori istituzionali e della società civile indifferenti. Passano sette anni dalla denuncia all’attentato di Mimmo. Da poco gli era stata tolta la scorta e il suo killer, Setola, era evaso dal carcere con la collaborazione di un oculista, noto professionista che gli aveva fornito un certificato falso. L’indifferenza, l’isolamento da parte della società civile ha reso possibile ciò che poteva essere evitato considerando che l’appello dell’imprenditore e dei figli di costituire una rete antiracket era risultato vano. L’imprenditore onesto che ha denunciato è stato isolato, mentre il suo killer, Setola, metteva in piedi una pattuglia di fuoco e attuava una strategia del terrore che, in poche settimane, fece innumerevoli vittime, tra cui gli immigrati che si stavano ribellando alla camorra colpiti nella strage di Castelvolturno.

La mafia non dimentica, lo Stato si volta dall’altra parte e con una distrazione imperdonabile arriva solo al momento del funerale di Mimmo Noviello. Resta la testimonianza, l’esempio umano ed educativo della sua dignità di non piegarsi ai ricatti della malavita, il valore civile di una denuncia che pone necessario il richiamo alla memoria. La vicenda di un uomo rimasto isolato perché onesto, a cui nessuno più offriva un caffè, la storia di una vittima innocente della ferocia dei clan, della vigliaccheria del “colpirne uno per educarne cento”, ci richiama alla responsabilità di educare alla coscienza civica. Isolamento, indifferenza e distrazione, purtroppo ancora presenti, sono le armi più insidiose dello strapotere camorrista contro cui possiamo usare la strategia vincente dell’educazione alla memoria e alla solidarietà. Da qui l’appello a combattere insieme questa battaglia. Perché chi ha il coraggio della denuncia, non rimanga più solo.

di Paolo Vittoria 
Docente di Pedagogia, Università Federico II di Napoli

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