Sulle nuove vie dell’Africa: intervista al Direttore per i Paesi dell’Africa Sub-sahariana Giuseppe Mistretta

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Con i suoi 54 Stati e oltre un miliardo di abitanti, il continente africano è oggi centro di grandi interessi economici da parte delle superpotenze mondiali. E come non crederci considerando le sue risorse naturali e che nel 2030 avrà la più grande forza lavoro globale. Un continente di cui si sa poco e male, spesso siamo assuefatti da slogan che ci portano lontano dalla realtà africana, da un volto colorato che nasconde storie e tradizione di oltre tremila etnie. Corruzione e normative arzigogolate continuano, però, a rendere il continente poco attraente per investimenti, ma se i privati pian piano si affacciano all’Africa alcuni Stati hanno già ben piantato le proprie radici, come la Cina.

Per comprendere maggiormente queste dinamiche abbiamo intervistato Giuseppe Mistretta, funzionario diplomatico, attualmente Direttore Centrale per i Paesi dell’Africa Sub-sahariana del Ministero degli Esteri e della Cooperazione Internazionale, dopo essere stato Capo Missione in Angola, e dopo avere trascorso circa 15 anni della sua professione in Africa. Insomma: un massimo esperto del continente che con estrema lucidità ha raccontato le sue considerazioni nel libro “Le vie dell’Africa. Il futuro del continente fra Europa, Cina e Nuovi Attori”.

Lei si è proposto di scrivere questo libro anche per sgomberare la mente del lettore ai luoghi comuni tipici sull’Africa. Quali sono i luoghi comuni più disorientati e qual è l’attuale realtà politica ed economica del continente africano?

«Una delle motivazioni è stata proprio quella di uscire dagli slogan più in uso, il più tipico: “aiutiamoli in casa loro”. Un altro è “l’Africa è piena di sfide, ma anche di opportunità”, ancora “dobbiamo subito lanciare un piano Marshall verso l’Africa”: sono tutte frasi ad effetto, che raramente implicano che si vada al di là. Quando ho scritto questo libro ho cercato di racchiudere all’interno tutte le tematiche e le sfide che l’Africa ha di fronte nell’immediato e che sono tante. Si parla di digitalizzazione o di green economy, ma non bisogna dimenticare quelli che sono dati di partenza complessi: quello di cui non si tiene mai conto è che gli stati africani che hanno raggiunto l’indipendenza hanno in totale 50-60 anni di autonomia e non si costruisce uno Stato in tutte le sue componenti, senza contraddizioni e con progressi di tutta la popolazione, in soli 60 anni. Noi ci abbiamo messo un bel po’ di secoli per raggiungere il benessere di tutti e non è neanche perfetta. Dobbiamo avere pazienza ed armarci di comprensione, dialogo e condivisione».

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Quali sono le principali cause storiche del gap economico formatosi tra il continente europeo e quello africano?

«Nel libro io accenno ad alcune di queste cause, ma quelle più immediate sono: la “relativa gioventù” e la difficoltà nel creare economie solide in un tempo così rapido; alcuni di questi stati, quando raggiunsero l’indipendenza, optarono per il modello sovietico della “collettivizzazione forzata” in economie fondamentalmente embrionali e dunque non c’era la maturità per affrontare questo tipo di shock. Un altro di questi fattori è che purtroppo, ancora oggi, raramente questi Stati africani hanno un’atmosfera favorevole agli imprenditori a causa delle leggi molto numerose, difficili da comprendere e contraddittorie; a queste ultime si aggiungono le dogane e le tassazioni troppo alte; la corruzione e questo è molto rilevante perché si calcolano 150 miliardi di dollari che vanno in mano alla criminalità. Questo è un problema che riguarda non solo l’Africa, ma è davvero principale anche nel nostro continente».

I dati economici riguardanti l’Africa sono in espansione ed uno dei fattori, come lei riporta nel libro, sono gli ingenti programmi di lavori pubblici. Una reale speranza per gli africani oppure altri fondi per le tasche della corruzione?

«Chiunque abbia un po’ viaggiato in Africa negli ultimi decenni vede infrastrutture in grande sviluppo e per la maggior parte sono state costruite da industrie cinesi, perché la Cina è stata molto presente e con ingenti capitali. Anche l’Europa, naturalmente, ha contribuito a questo sviluppo. Da un anno e mezzo a questa parte è stato anche approvato un accordo per il libero scambio che dovrebbe essere simile a quello europeo. Questo accordo implica la libera circolazione di merci e persone all’interno dell’Unione Africana; ovviamente serviranno decenni per amalgamare le legislazioni, ma questo darà l’impulso per la costruzione di nuove infrastrutture: è una sfida grossa per il futuro dell’Africa. Per quanto riguarda la corruzione, ci vorrà del tempo per eliminarla, ma la cosa positiva è che alcuni leaders africani hanno preso di petto la situazione e stanno reagendo a questo problema (ad esempio il presidente dell’Angola, dell’Uganda, del Ghana). Quindi se le Nazioni Unite dell’Africa si muoveranno verso questa direzione, la corruzione scomparirà man mano».

Cos’è l’African Continental Free Trade Agreement e come si sta ponendo il nostro Paese rispetto a questo importante accordo?

«Secondo me c’è stata molta enfasi: ora è più una speranza ed un atto politico che un atto economico. Una delle grandi sfide è quella di amalgamare 54 economie africane quando noi abbiamo fatto fatica ad amalgamarne al principio 6. Sarà un processo difficilissimo poiché le economie africane sono molto differenziate: ci sono quelle forti e quelle che contribuiscono al PIL con meno dell’1% quindi molto fragili e che subiranno maggiormente gli effetti della competizione. È un processo che prenderà, nella migliore delle ipotesi, dai 10 anni in su. È importante comprendere che l’“African Continental Free Trade Agreement”, per come è nato, non si preoccupa molto dell’estero, ma soprattutto del commercio interno ed è forse quello di cui l’Europa non si è resa conto. Chiaramente l’Italia si pone gli stessi obiettivi degli altri paesi europei: esserci e profittare delle opportunità che vengono a crearsi e sfruttandole al meglio».

Perché l’urbanizzazione sarà tra le sfide più importanti per l’Africa e come si sta intervenendo su questo tema? (50% della popolazione africana vive in slums)

«È un tema molto difficile perché finora le grandi città africane si sono sviluppate in maniera molto disordinata (tra islam, bidonville e povertà).
Vecchi agglomerati che risalivano ed avevano una loro logica, poi però si sono aggiunti, in maniera disordinata, dei quartieri moderni. Inoltre, c’è questo fenomeno di grandi caseggiati cinesi nella quale c’è l’intenzione di trasportare lì le persone che abitano nelle “bidonville”. Purtroppo, questo non ha funzionato e quindi ci sono questi “scheletri” di grandi palazzi che contribuiscono al disordine. Dunque, una delle grandi sfide africane è proprio quella di costruire delle città a misura d’uomo, agglomerati più piccoli con massimo 500mila abitanti e che costituiscano una via di mezzo tra la campagna e la città: unendo il bello della vita rurale al bello dell’economia urbana».

Quali sono gli interessi cinesi nel continente africano e perché i leader africani preferiscono l’interlocuzione con la Cina che con l’UE?

«Questo è uno degli aspetti che sento di più. Prima di tutto bisogna capire che le caratteristiche dell’intervento cinese sono diverse da quelle europee. L’Europa, in genere, accompagna il proprio aiuto economico o finanziario a una cura per lo sviluppo (anche dei diritti umani), mentre la Cina accompagna la sua penetrazione economica senza alcuna premura di questo genere. È chiaro che un Capo di Stato africano tende a preferire chi non gli fa problemi piuttosto che chi tende a migliorare la governance. L’altro motivo è che, in genere, l’aiuto cinese arriva prima mentre quello europeo, a causa dei vari organi di controllo, ci mette un po’ per mettersi in movimento ed è condizionato da una serie di cautele per lo sviluppo della democrazia. Mentre noi possiamo semplificare l’investimento cinese in circa 40 miliardi, quello europeo è di 250/260 miliardi all’anno per l’Africa e proprio per questo resta un interlocutore importante».

Il sovraindebitamento è un rischio concreto per l’Africa? Sappiamo che un eccessivo debito può creare nuovo assoggettamento delle popolazioni da parte del “padrone”…

«Questo dell’indebitamento è un grande problema e si sta sentendo soprattutto adesso a causa del Covid poiché molte attività si sono bloccate o nettamente ridotte. Ci sono paesi che sono indebitati del 70/80% del loro PIL ed è una cosa gravissima: proprio per questo ci sono delle misure internazionali che hanno seguito la consapevolezza che il Covid ha dissestato moltissimo la situazione economica. Ci sono una serie di interventi G20: il pagamento degli interessi del debito dilazionato alla fine del 2021, le possibilità di ristrutturazione del debito, il possibile accesso ai diritti speciali di prelievo del Fondo monetario internazionale per dare più liquidità e tranquillità nel pagamento dei debiti; ovviamente questo non basta, ma si auspica ad un miglioramento delle condizioni economiche ed una capacità maggiore di pagamento dei debiti».

Qual è il valore più grande di questo continente che si porta ancora nel cuore?

«Io credo che noi abbiamo troppo spesso l’abitudine di considerarci come dei maestri e le popolazioni africane come dei discepoli: è una posizione sbagliata. Noi dobbiamo metterci in ascolto delle esigenze africane e dell’atteggiamento dei popoli africani che su tante cose possono essere esemplari.
Quello che mi porto dietro è la capacità di resilienza, di avere fiducia nel futuro ed, inoltre, questa grandissima pazienza; se non avessero queste tre caratteristiche non ce la farebbero a portare avanti le sfide del futuro».

di Antonio Casaccio 

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE

N°222 – OTTOBRE 2021

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