Suicidi nel carcere di Poggioreale

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Don Giovanni Liccardo: «Situazione infernale, manca qualunque principio di umanità».

«Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato», recita l’articolo 27 della Costituzione Italiana.
Succede questo nelle carceri italiane? E, soprattutto, succede questo a Poggioreale?
L’incontro con don Giovanni Liccardo, cappellano del carcere di Poggioreale, è di quelli memorabili.

Nei suoi occhi la stanchezza di chi affronta quotidianamente storie tragiche, toccanti, spesso irreparabili, mista a quella determinazione che lo contraddistingue e che trasmette ai suoi interlocutori in maniera così naturale.
«Non sempre il carcere rispetta il senso di umanità, soprattutto a Poggioreale. Spesso la pena non è educativa, ma vendicativa», ha dichiarato Liccardo. I recenti suicidi all’interno dell’istituto detentivo “più grande e affollato d’Italia” hanno sollevato per l’ennesima volta il polverone riguardante le carceri italiane, con le piaghe del sovraffollamento, dell’insufficienza di risorse e della disperazione che affligge i detenuti e che, alle volte, come nel caso di Francesco lo scorso 1° luglio, li porta a fare un cappio con un lenzuolo e a farla finita.

«L’ordinamento italiano prevede che venga limitata la libertà di chi ha sbagliato, ma a Poggioreale succede ben altro, a Poggioreale manca qualunque principio di umanità», ha continuato il cappellano.

«Si ammassano persone in una cella – anche in pochi metri – creando un ambiente di elevata frustrazione. Viene negata loro l’igiene, l’assistenza psicologica e percorsi che possono facilitare il reinserimento in società del detenuto. Cosa più grave, viene spesso negata loro l’assistenza sanitaria».
Un vero e proprio inferno quello in cui si trovano a vivere persone che dovrebbero comprendere gli errori commessi, pagare per quelli e pensare al giorno della fine della pena come giorno di rinascita ed inizio di una nuova vita. Un inferno in cui, invece, a volte, si arriva a decidere di suicidarsi.

«Sovraffollamento e abbandono a sé stessi diventano, quindi, pene accessorie. Ci sono, per esempio, centinaia di tossicodipendenti che dovrebbero stare in specifiche strutture riabilitative e a cui invece non si fa altro che dare metadone. In questo modo si crea un sostituto della droga, che sarà di nuovo ricercata all’uscita dal carcere e per cui probabilmente si delinquerà di nuovo».

Di fronte a tutto questo nasce spontanea una domanda: lo Stato dov’è?

La soluzione più volte prospettata da rappresentanti del governo è stata quella di convertire ex caserme in nuovi istituti in cui poter smistare detenuti. «I carceri italiani sono fatiscenti e non sono adatti alla detenzione. Poggioreale è un carcere da demolire, un luogo logisticamente inadeguato. Ci sono strutture che potrebbero ospitare 2-300 persone, alleviando un po’ il peso quindi su quelle già esistenti. Questi mega carceri non devono esistere, perché non sono gestibili e quindi viene annullato ogni discorso rieducativo e di reinserimento. Purtroppo, però, penso che il carcere sia l’ultimo pensiero dei politici, che invece dovrebbero intuire quanto sia importante risolvere questo problema per innalzare il livello della nostra società in termini di sicurezza e di qualità della vita».

Come anticipato è stato un incontro memorabile, in cui abbiamo guardato negli occhi un rappresentante di Cristo che ha l’ardua missione di portare speranza ad una categoria di uomini vista sempre di più come feccia della società, non meritevole di alcuna attenzione.
Abbiamo guardato negli occhi chi, invece, si batte per i loro diritti, non dimenticando i crimini e le colpe di cui si sono macchiati, ma guardando al mondo esterno e desiderandolo popolato da individui pentiti del proprio errore, piuttosto che da recidivi incattiviti che continuano ad attentare alla vita e alla serenità degli altri e, inevitabilmente, alla propria.
Dostoevskij disse che “il grado di civilizzazione di una società si misura dalle sue prigioni”.

Dopo quest’incontro mi chiedo: qual è il nostro grado di civilizzazione?

di Angelo Velardi

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°196
AGOSTO 2019

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