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Crea sempre scandalo, fa rumore, il vento dei cittadini che si attivano per riqualificare dal basso gli spazi e riappropriarsi dei diritti. Più silenziosa e consueta è invece la speculazione economica e politica dei soliti noti che costringono la popolazione locale, in particolare le fasce più basse, a livelli di vivibilità bassissimi.

I protagonisti questa volta sono gli studenti, in particolare i fuorisede: quelli costretti troppe volte a lavorare in nero, a sacrificare tempo e relazioni e a fare economia sui beni di prima necessità pur di pagare un affitto. Infatti, abitare al centro diventa sempre più un lusso per pochi, soprattutto a causa della turistificazione della città. I prezzi per l’affitto sono sempre più alti: si parla di camere in pessime condizioni pagate 300/400 euro al mese, escluse le utenze. In più, molti raccontano di essere stati sfrattati, anche se in regola con i pagamenti, per fare spazio ad AirBnB e altre piattaforme di turismo extralberghiero.

A questo bisogno, l’Università risponde fornendo soltanto poche centinaia di posti letto, a fronte di un numero di iscritti che supera i 74mila. Attualmente, sono soltanto tre le residenze universitarie messe a disposizione degli studenti, in seguito alla chiusura nel 2015 della Residenza De Amicis (zona Policlinico) “per inflitrazioni” e a quella più recente, “per insalubrità dell’aria”, della Residenza Parthenope (via Gianturco).

Gli alloggi disponibili sono dislocati rispettivamente a Pozzuoli, Fuorigrotta e Gianturco: località che, per distanza o per carenza di servizi, rendono per nulla agevole la vita quotidiana dello studente, non rispettando gli standard qualitativi minimi previsti dal Decreto 2016 del Miur.  Secondo il decreto, infatti, la dislocazione “deve tener conto della facile raggiungibilità delle sedi universitarie e dei servizi che possono maggiormente interessare la popolazione studentesca. A tal fine devono essere considerate le distanze percorribili a piedi o in bicicletta e la vicinanza alle fermate dei mezzi di trasporto pubblico cittadino”.

È proprio da questo concreto disagio abitativo e dalle mancate risposte delle istituzioni che si sviluppa l’idea di organizzarsi autonomamente. Viene inaugurato così, il 10 aprile, lo Studentato Autorganizzato Orso, dedicato al compagno Lorenzo Tekoser Orsetti, volontario delle YPG caduto poche settimane fa sul fronte di Baghuz, in Siria.

«Stato, regione, e amministrazione comunale, che nel teatrino mediatico si insultano, si sono in realtà dimostrati uniti nell’adesione a un modello di sviluppo urbano basato sulla svendita e la privatizzazione dello spazio pubblico, e sulla promozione del “brand Napoli” come città-vetrina per turisti, a danno degli appartenenti alle classi popolari. Perciò, non chiediamo più soluzioni ai nostri problemi a istituzioni che hanno mostrato di non volere né poter fare qualcosa di concreto per noi. Non elemosiniamo ciò che crediamo essere un diritto, quello a una vita da studenti dignitosa; e un diritto è realmente tale solo nel suo esercizio di fatto. Oggi intendiamo quindi porre la dirigenza accademica di fronte al fatto compiuto della nostra autodeterminazione, occupando questo spazio, lasciato vuoto e in disuso da parte dell’Università, e organizzandoci per viverlo.» – così recita il Comunicato.

Ad essere stati occupati sono in particolare dei locali in via Leopoldo Rodinò 37 di proprietà dell’Università Federico II di Napoli: ben 3 piani, ampi e luminosi, abbandonati alla formazione di un lussuosissimo albergo per i topi, adesso potranno ospitare circa 14 studenti. “L’Università ha cercato di combattere la nostra auto-organizzazione con metodi meschini, facendo otturare dall’esterno gli impianti idraulici e gli scarichi per impedirci di vivere in modo dignitoso. Invece di spendere i soldi delle nostre tasse per garantire alloggi agli studenti, l’Università sceglie di usarli per danneggiare le sue stesse strutture” – dichiara uno degli studenti impegnati nella battaglia.

Nonostante gli imprevisti, viene portata avanti una lotta ferma e determinata, nella convinzione che non esiste un diritto allo studio reale, senza prima un diritto all’abitare. Il tutto è reso possibile grazie al sostegno di associazioni che già da anni lottano per i diritti delle fasce più basse della popolazione: Magnammece o pesone, in campo per la riappropriazione diretta e il blocco degli sfratti e degli sgomberi e SET Napoli, contro la turistificazione e gentrificazione della città. Importante è anche il contributo del collettivo studentesco della Mensa occupata, un progetto simile a quello dello Studentato appena nato. La mensa dell’Università Orientale di Napoli, infatti, era rimasta chiusa per circa 10 anni dopo essere stata dichiarata “inagibile”. Ciò nonostante i successivi lavori di ristrutturazione che avevano impiegato ben 4 milioni di fondi pubblici. Anche in questo caso, grazie all’auto-organizzazione studentesca, la mensa ha ripreso vita, ormai da qualche anno, dando la possibilità agli studenti e agli abitanti del quartiere, di poter mangiare in compagnia spendendo una modica cifra.

Se il nuovo progetto andrà avanti con successo come la Mensa occupata, o fungerà da stimolo alle istituzioni per proporre alternative valide che rispettino i diritti degli studenti, lo deciderà il tempo e lo decideranno le istituzioni stesse. Una cosa è certa, “il nostro è un bisogno impellente, e noi metteremo a disposizione degli studenti questi ambienti, che sia con l’aiuto dell’università o senza” – dichiara a gran voce Alberto, in prima fila nell’iniziativa – “e a quelli che ci dicono di star facendo una cosa illegale rispondiamo che il problema è che, che cosa è legale non lo decide l’arbitro neutro della partita di pallone, ma qualcuno che ha grandi interessi”.

 

di Giorgia Scognamiglio

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