Dare un definizione univoca di cosa sia l’arte è un’impresa ardua, quasi impossibile. Arte è tutto ciò che suscita emozione, riflessione e che consente di aprire la mente verso nuove analisi.

Dalle geometrie perfette del mondo greco riprese in epoca neo-classica con l’idea del “bello”, alle grandi pitture del periodo romantico che creavano dei motivi sensoriali, all’arte moderna e alla street art che per troppo tempo è stata bistrattata come atto vandalico, e ora prende il posto che le è congeniale: arte, a tutti gli effetti.

Le origini della street art si trovano negli States, New York, sul finire degli anni sessanta e si propone come una spinta artistica spontanea, reazione all’arte che sta diventando sempre più industriale, quasi asettica. È un nuovo concetto, irrompe sulla scena, o per meglio dire nelle strade, come un cambiamento complessivo dell’estetica e del business artistico.

La peculiare struttura urbanistica di New York, suddivisa in cinque distretti che si intersecano tra loro, ha senza dubbio favorito la creazione del complesso amalgamarsi di istanze culturali e classi, che sarebbe diventato terreno di coltura dei primi writers. C’erano, quindi, ragazzi poveri ma anche appartenenti al ceto medio, accomunati da un senso d’ambizione, d’educazione a superare le difficoltà; ragazzini intensamente coscienti della propria identità e del ruolo che avevano all’interno della società, consci di ciò che accadeva nel loro tempo in quanto erano sì cresciuti in strada, ma anche sui libri.

Tutto il movimento era caratterizzato in modo pregnante da un’estrema ricchezza, sia espressiva, sia contenutistica, sia valoriale, sia comportamentale e le loro armi erano i “markers” ossia pennarelli indelebili o, soprattutto, bombolette spray con le quali coloravano e lanciavano messaggi soprattutto sui vagoni delle metropolitane. Indubbio che il loro operato avrebbe attratto le attenzioni delle autorità; i reati contestati ai writers in quel periodo furono vandalismo, oltraggio alla collettività, infrazione della proprietà privata ed a sporgere denuncia furono le stesse amministrazioni locali, le aziende dei trasporti e le associazioni di quartiere. Nonostante l’ingente somma di denaro utilizzata per ripulire i vagoni delle metro e il tentativo di repressione, il fenomeno non si arrestò ed anzi, raggiunse nuove vette e trasformazioni.

L’arte della strada giunse in Europa negli anni dove ebbe modo di proliferare in Olanda e Spagna, e poi a Londra, Berlino dove iniziò a mescolarsi con la cultura hip-hop negli anni ottanta dove il graffito diviene ancora di più una presa di posizione critica contro la sottomissione della creatività a qualsiasi conformismo, regola o velleità di egocentrismo, perché spesso il nome dell’artista non compare ma si identifica mediante il “tag” nascondendo il soggettivismo e rientrando, invece, in un gruppo in una pluralità.

In Italia, durante la seconda metà degli anni novanta, si assiste ad una crescita dei “writers”, ma l’aumento dei pezzi unito alla distorsione delle informazioni prodotte dai mass media mutarono la percezione del movimento da parte dell’opinione pubblica: da espressione di fervente creatività giovanile, il fenomeno cominciò a venir percepito come mero atto di vandalismo. In Italia i primi provvedimenti legislativi di lotta alla street art risalgono al 1998: si ha un inasprimento delle sanzioni contro chi imbratta monumenti, chiese e patrimonio pubblico che prevedevano, oltre a multe salate, anche brevi periodi di detenzione.

La cancellazione delle scritte ha un costo piuttosto contenuto, ma forte impatto mediatico ed è un facile appiglio per azioni di propaganda. Se da una parte le amministrazioni comunali sono impegnate in questa lotta tout court contro i graffiti, dall’altra è evidente l’amore dei giovani per le scritte sui muri e sui treni, l’apprezzamento per questa forma di espressione che sentono vicina alla propria percezione estetica.

La street art fin dalle sue origini si muove tra sfumature di lecito e illecito.

La proprietà privata e la proprietà pubblica sono i beni con cui spesso entra in conflitto. L’art. 42 della Costituzione, al terzo comma, recita: “la proprietà è pubblica o privata. I beni economici appartengono allo stato, ad enti o a privati […]”; ed ancora il codice civile stabilisce che la proprietà è il “diritto di godere e disporre delle cose in modo pieno ed esclusivo entro i limiti e con l’osservanza degli obblighi stabiliti nell’ordinamento giuridico.”  Artisti della street art con le loro opere spesso ledono questo diritto fondamentale, tutelato dalla legge. I writer sono considerati colpevoli, oltre di lesione alla proprietà privata, di deturpamento e imbrattamento di cose altrui, secondo gli articoli vigenti 639 e 639 bis del codice penale che prevedono una pena pecuniaria di differente entità a seconda del bene che viene rovinato, in special modo se si tratta di un bene di interesse storico.

In Italia vi è l’assenza di una legislazione adeguata ad individuare una differenza tra vandalismo e street-art, ma in compenso c’è una sorta di ambiguità comportamentale: da una parte abbiamo retoriche pubbliche proiettate alla repressione del movimento, dall’altra una valorizzazione della street art attraverso l’organizzazione di festival, mostre, eventi.

Tale atteggiamento è dato da una nuova percezione artistica verso questo fenomeno. Le grandi città sono sempre più propense a lasciarsi imbellire da questi artisti, si pensi a Napoli che grazie ad artisti del calibro di Banksy, con la Madonna con pistola, Blu che disegna un’opera gigante sull’ex ospedale psichiatrico, Roxy in the box che ha tappezzato la città con rivisitazioni di persone e santi che ne hanno fatto la storia, Jorit con i suoi celebri murales dove tra i colori si nascondo sfumature, Zilda con la sua opera a palazzo Sanfelice, ed altri ancora, è diventata una città dove l’arte è ad ogni angolo e sfida le leggi del tempo.

La street art è gratis, è di facile fruizione perché esce dalle gallerie e dal mercato, si mischia con gioia al quotidiano diventando di dominio pubblico; l’ambiente urbano diventa una tela da disegno in cui esprimere valori e concetti di difficile fruizione e comprensione e che spesso viene rivalutato, le persone comuni che ne diventano i fruitori e, talvolta  anche i protagonisti, ricevono influenze positive da queste nuove espressioni: è la diffusione dell’estetica di massa.

di Salvatore Sardella

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