La stazione di Bologna (dove io mi trovo in questo momento) é stato il luogo della morte, di tanti morti, il 2 agosto 1980.

Ma nelle stazioni i treni non muoiono. Mai.

Ne avete mai visto uno che dopo essere stato annunciato, si ferma, apre le porte, impallidisce e poi non parte più?

Da una stazione si riparte sempre.

Con tutto il rispetto per Modugno, Carosone e Buscaglione, per la scuola genovese e per la canzone napoletana che l’hanno partorita la nostra canzone italiana é diventata maggiorenne grazie a due bolognesi: Lucio Dalla ed il poeta Roberto Roversi, che negli anni 70 con una trilogia di album ne alterarono la composizione biologica.

Questa canzone parla di un amore ritrovato e poi subito perso in una stazione.

L’attesa di un treno in una giornata autunnale in una stazione che di certo non è molto frequentata. Il suono di quella voce. Lui la riconosce. É Lei!

La sente parlare (esisteva ancora, non l’aveva sognata e non era morta), si nasconde nelle pagine del suo giornale. Finge di leggere e ascolta quella “voce meravigliosa” in frasi ordinarie…in interlocuzioni ferroviarie… poi una risatina… ed un tono greve per un appuntamento in ritardo…

E lui non ha il coraggio di afferarla e dirle ” io sono qui… io sto qua”. Il treno arriva, lei sale e va via… non vi sono bombe.

I treni non muoiono mai e vanno via. Bologna, i bolognesi come i treni ripartono sempre

Tu Parlavi Una Lingua Meravigliosa – Roberto Roversi – 1975
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“I sassi della stazione sono di ruggine nera.
Sto sotto la pensilina dove sventola adagio una bandiera.
In un campo una donna si china su due agnelli appena nati.
Striscia al vento nudo sopra il fuoco, il fuoco violento dei prati.
Un uccello, isolato, raccoglie sopra un vagone abbandonato
il cielo grande d’ottobre e gli strappa il fianco bianco e gelato,
intorno, dopo la notte, ci sono tronchi sporchi di mosto
e mille macchine in fila, laggiù, in un deposito nascosto.
Apro il giornale e provo a leggere per nascondermi un poco
mentre lei parla ad un uomo ed io riconosco il suo suono un poco roco.
Chiudo il giornale, la guardo, lei è voltata e non mi vede,
i capelli sono biondi e sono tinti; dunque lei alla vita non cede.
Vuoi guardarmi? Occhio della mente, occhio della memoria!
Una donna è vecchia quando non ha più giovinezza!
E ascolto la marea del cuore perché siamo vicini.
L’ho ritrovata per caso ma non è più una ragazza.
Vorrei chiamarla e dirle: le volpi con le code incendiate
non parlano ma gridano pazze fra gli alberi per il dolore.
Sediamoci per terra oppure là sopra panchine imbiancate,
sediamoci sopra un letto di foglie secche ed ascoltiamo il nostro cuore.
Ci siamo scordati e perduti, ti ritrovo adesso all’improvviso
dentro una piccola stazione in un giorno grigio d’ottobre;
tu non mi guardi neppure, io solo ho l’inferno nel cuore
perché la vita è una goccia che scava la pietra del viso.
Ogni mattina, ogni sera io parto e ritorno da solo
come il ragazzo che ero non posso più bruciare in un volo.
Il treno arriva, si ferma; la mia ombra sale parte scompare.
Io ti vedo giovane ancora come in un sogno dileguare.”
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di Vincenzo Russo Traetto

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