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Storytelling e Public history: l’uomo narratore di storie

Redazione Informare 09/09/2022
Updated 2022/09/09 at 5:59 PM
6 Minuti per la lettura

Negli ultimi anni la parola storytelling è divenuta sempre più di uso comune, soprattutto a ragione del grande balzo in avanti dei moderni strumenti di comunicazione e della nascita di nuove generazioni di nativi digitali. Nella sostanza, il ‘raccontare una storia’ si fa storytelling quando si entra in una modalità di comunicazione basata sull’utilizzo combinato di tecniche molteplici (testuali, sonore e grafiche) che ha come scopo quello di raccontare stimolando il coinvolgimento emotivo del pubblico e favorendone l’apprendimento.

La diffusione dello storytelling è dovuta principalmente al bisogno di raccontare una storia e di raccontarsi, qualunque sia lo strumento a propria disposizione. Il narrare eventi attraverso lo storytelling ha una carica emotiva maggiore perché riesce a trasferire idee e punti di vista in modo diretto e coinvolgente, collegando il pensiero e il ricordo di un’esperienza ad un discorso narrativo che renda possibile la relazione interpersonale e la riflessione. L’essere umano non è certamente nuovo a questa modalità di comunicazione.

Raccontiamo storie fin dall’alba dei tempi, con pittogrammi e ideogrammi per poi approdare all’alfabeto. Raccontava storie lo sconosciuto autore delle pitture rupestri delle grotte di Lascaux risalenti a 17500 anni fa; narravano storie e memorie gli aedi greci o gesta eroiche e amori impossibili i troubadours cortesi. Ogni storia raccontata aveva al centro protagonisti, fatti e vicende esemplari con cui una comunità intera o il singolo individuo poteva identificarsi o dai quali prendeva le distanze. Ogni storia portava con sé un bagaglio di riflessioni, emozioni e memorie la cui descrizione, eseguita in maniera diretta e coinvolgente, favoriva la comprensione e il ricordo.

Nella contemporaneità, lo storytelling arriva in forma digitale, travalicando il limite fisico e trasformandosi in un racconto organico fatto di video, foto, testi, grafiche e musiche. Lo storytelling digitale diventa più ‘democratico’, avvalendosi di strumenti alla portata di tutti che permettono ad ognuno di trovare il proprio medium ideale con cui raccontarsi. Non è un caso la nascita del fenomeno degli influencer, che riescono ad arrivare facilmente ad un vasto pubblico usando anche qualità non verbali alternative.

Infine, la pratica dello storytelling può divenire essa stessa strumento. In un contesto in cui la distinzione tra nativi digitali (giovani) ed immigrati digitali (adulti) rappresenta la scissione generazionale della società, il bisogno di raccontare e di farsi ascoltare è lo stimolo a colmare questo divario, attraverso delle attività compartecipate per l’apprendimento degli strumenti digitali e ‘tradizionali’. In questo modo, l’esercizio pratico dello storytelling diviene esso stesso una storia da raccontare, come momento di condivisione di saperi e competenze.

Dal punto di vista sociale, la pratica dello storytelling si inserisce nel contesto più ampio della Public History, una disciplina nata alla fine degli anni Settanta nel mondo anglosassone per divulgare la storia al grande pubblico. Nel corso dei decenni è diventata via via un fenomeno accademico e sociale sempre più rilevante, pur se il suo sviluppo pratico e la sua teorizzazione formale siano progrediti secondo modalità diverse in base ad attori e contesti. Ad oggi, non esiste una precisa definizione della disciplina, innescando un dibattito ancora particolarmente vivo che vede, da parte degli esponenti più critici, la tesi secondo cui questo nuovo modo di fare storia mancherebbe di contenuti strutturali.

Public History non vuol dire semplificare il metodo storico a danno del rigore scientifico. Sviluppare un approccio ‘pubblico’ alla storia significa renderla maggiormente comprensibile e utile alla comunità e allo sviluppo della memoria collettiva. L’obiettivo di questo approccio più divulgativo è l’unione tra le pratiche del racconto e la scientificità dei contenuti, grazie a mani sapienti, esperti e all’interazione con i luoghi della Storia. In questo modo, i luoghi stessi, siano essi beni culturali o musei, tornano protagonisti: essi vengono riletti e raccontati attraverso i nuovi strumenti, mettendone in luce nuove potenzialità comunicative e di identità sociale, in un laboratorio di educazione permanente, di cittadinanza e progettazione civica, centro comunitario di ricerca e sviluppo.

In questo contesto opera il progetto ‘Scenario – History Culture and technology for Education of Adults to UNESCO heritage’, a cui partecipano partner da quattro paesi, Italia, Grecia, Cipro e Spagna, guidati dal Club per l’Unesco di Caserta, con l’obiettivo di raccontare e valorizzare il patrimonio culturale dell’area del Mediterraneo attraverso un approccio multiculturale, multimediale e multigenerazionale, mettendo cioè in contatto adulti e giovani al fine di promuovere la conoscenza dei luoghi della Storia e la trasmissione delle competenze digitali per la creazione di nuovi racconti.

di Giuseppe Netti (Dottorando in Storia Moderna – Università della Campania e del Club per l’Unesco Caserta) e Yorgos Spanodimitriou (Dottore di ricerca in Architettura, Disegno industriale e Beni Culturali. Membro del Direttivo del Club per l’Unesco Caserta)

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE

N°233 – SETTEMBRE 2022

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