Storie di periferia: il romanziere Forgione alla conquista del Premio Strega 2020

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Alessio Forgione ha 34 anni, napoletano, scrittore, autore di due romanzi. Esordisce nel 2018 con “Napoli Mon Amour”.

Protagonista “Amoresano”, un ragazzo di trent’anni plurilaureato alle prese con l’ansia di un futuro incerto. Due anni dopo, pubblica “Giovanissimi”. Racconta l’adolescenza di “Marocco”, un quattordicenne che vive la sua giovinezza tra i palazzoni di periferia. Il primo libro, con il quale vince il Premio Berto 2019 e il Premio Intersezioni Italia-Russia, verrà portato in scena al Teatro Mercadante di Napoli con la regia di Rosario Sparno. Il secondo è tra i dodici titoli finalisti per il Premio Strega 2020.

Chi è Alessio Forgione, chi sono “Amoresano” e “Marocco” ?

«Per quanto riguardo me, non so bene chi sono. Forse è il motivo per cui scrivo. Direi un napoletano, di trentaquattro anni che scrive. “Amoresano” invece è anche lui un trentenne in cerca di un lavoro e della sua strada ma Napoli non gli offre prospettive. “Marocco” ha quattordici anni sul finire degli anni ’90. Volevo scrivere di adolescenza e io sono stato adolescente in quegli anni, di come lo si è oggi non lo so. Io, mi mettevo sulla panchina e aspettavo gli amici, ora credo si mandi un Whatsapp o cose del genere. Descrivo il mio modo di esser stato ragazzo che poi è anche quello di “Marocco”, cresce nello stesso posto dove sono cresciuto io tra Soccavo e il Rione Traiano. È li che ho fatto tutto, non vedo perché non dovrei parlare di questo posto. I due romanzi sono entrambi ambientati lì.
Lo sanno tutti che c’è delinquenza ma non interessa a nessuno, anche un delinquente ha una struttura morale e psicologica che andrebbe raccontata, spesso si traccia una linea che separa i buoni dai cattivi».

L’immaginario collettivo della periferia è sempre uguale, c’è qualcosa di diverso nei tuoi personaggi?

«L’immaginario collettivo è separare le periferie dal resto della città. Qui accade questo, in altri posti no. Un modo per rassicurarsi. Sbagliato. Soccavo è un ghetto e le persone che ci vivono non se ne rendono conto purtroppo. L’esistenza in periferia, bella o brutta, è però esattamente come tutte le altre. Certo è dura intraprendere un percorso ma resta comunque possibile. So bene che chi incontro per strada, probabilmente fa qualcosa di illegale ma non mi sconvolge. Mi turba il fatto che non ci sia nessuno a impedirglielo o a porre rimedio creando condizioni lavorative degne.
Spero che “Marocco” non abbia nulla del ragazzo di quartiere che normalmente viene raccontato. Quello semplicemente “personaggio”, senza psicologia e sentimenti. Spero sia una persona e non una caricatura di un ragazzino con una pistola in mano. Racconto di come la periferia sia un posto esistenziale e non geografico, di come questi ragazzi abbiano le stesse esigenze di tutti e conosco i meccanismi psicologici che ci sono dietro le scelte sbagliate».

Nato e cresciuto a Soccavo. Qual è il tuo consiglio per un giovane che vive un quartiere complicato?

«Leggere. Immaginare un altro mondo non così distante da quella realtà. Quando leggi capisci che non sei solo, ti da l’opportunità di non fare certi errori perché impari a conoscere le conseguenze. Ti fa venire voglia di fare altro. Quando ho iniziato, passavo meno tempo per strada, desideravo cose diverse da quelle che mi erano intorno. Ciò non vuol dire scappare o vivere da un’altra parte, io ho fatto il mio percorso, poi sono tornato e da un certo punto di vista rimasto con la fantasia e i sentimenti a Soccavo».

Il futuro è frutto di scelte oppure il contesto incide sulle possibilità di emancipazione?

«Faccio lo scrittore e sono di Soccavo. Le persone mi rispondono che sono della parte borghese. Come se esistesse una parte borghese. Vengo dalla periferia e mi reputo fortunato, ho un mucchio di cose da raccontare. Ciò che passa da “Giovanissimi” a un altro romanzo che parla di un giovane napoletano, è che i narratori sono osservatori “ex cathedra” ma in realtà lontani. Tra me e quello senza casco sul motorino, non c’è differenza, siamo entrambi prodotti culturali del posto da cui veniamo. Non sono nato borghese e non mi interessa esserlo.
Soccavo è una risorsa, è piena di storie da svelare e il mondo non ne sa nulla, fin quando qualcuno non decide di raccontarle. I ragazzi del quartiere spesso da soli non sanno farlo. Sono cresciuto con amici che hanno combinato poco nella vita. Io non mi sono mai fermato, se paghi con il sudore della fronte, il viaggio è possibile. Sono sempre stato riottoso, nascere qui è come se ti dicessero di fare schifo, io cercherò di fare schifo in un altro modo, non in quello che dicono».

di Pasquale Di Sauro

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°206
GIUGNO 2020

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