Storie di Napoli, educazione alla curiosità

Storie di Napoli

Storie di Napoli è un progetto che non ha etichette e probabilmente non ha nemmeno bisogno di essere etichettato. Possiamo definirlo come un sito web e una pagina Facebook che vuole far conoscere l’immenso patrimonio artistico e culturale di questa città, scavando dentro i vicoli, le strade, le piazze di una città che nasconde tante storie di cui ignoriamo completamente l’esistenza. Ma neppure questa definizione è soddisfacente a spiegare il tutto.
Storie di Napoli nasce dall’unione di tre ragazzi, compagni di liceo, Federico Quagliolo, Valerio Iovane e Roberta Montesano, che per gioco iniziano fare fotografie per il centro storico e pubblicarle sui propri profili social.
Da qui l’idea di creare una pagina, circa tre anni fa, in cui venivano postate le foto con brevi didascalie. Ben presto le didascalie divennero vere e proprie storie, frutto di una ricerca attenta e documentata. La prima storia raccontata dalla pagina fu quella di Colapesce, il cui simbolo è proprio il logo di Storie di Napoli. «Un giorno in Via Mezzocannone mi capitò di scorgere la lapide di Colapesce e incuriosito mi documentai – spiega Federico – decisi allora di raccontare questa leggenda che unisce Napoli, la Sicilia e il mondo Orientale» (e che invitiamo a conoscere insieme a tutte le altre storie sul sito storienapoli.it, ndr).

I ragazzi di "Storie di Napoli"
I ragazzi di “Storie di Napoli”

Fu così che tutto ebbe inizio, dalla curiosità di un gruppo di giovani innamorati della propria città. Da allora tanti sono i traguardi ottenuti, immaginabili all’inizio: la pagina è arrivata a 50mila fan, ogni anno si registrano oltre un milione di visualizzazioni sul sito, il gruppo si è allargato a oltre trenta ragazzi dai 15 ai 26 anni e sono stati già pubblicati due libri con grande successo, “Storie di Napoli” e l’ultimo uscito lo scorso aprile “Storie di Napoli. Nei vicoli del tempo”.
Con il successo il lavoro di ricerca si è fatto ancora più intenso e meticoloso, tanto che è nata una collaborazione con “Il Cantastorie”, l’archivio storico del Banco di Napoli.
«La cosa bella di questa realtà è che siamo liberi, autonomi, senza un capo, senza finanziatori o odiose costrizioni editoriali – chiarisce Federico, che aggiunge – il nostro obiettivo è quello di raccontare, divulgare le storie e le bellezze di questa città, ma non per vantarsi dei propri primati, ma per sensibilizzare all’amore della propria città, sollecitando la curiosità. Ecco, noi vogliamo educare alla curiosità».
Per dare concretezza a questo nobile intento, i ragazzi di Storie di Napoli organizzano varie iniziative nelle scuole, soprattutto elementari, riuscendo a coinvolgere giovani e giovanissimi: «in questi anni il momento più emozionante per noi è stato quando alla fine del nostro primo incontro con bambini delle elementari si sono avvicinati a noi ringraziandoci, abbracciandoci, chiamandoci “eroi” e regalandoci tanti disegni che conserveremo per sempre».
Il successo di questi ragazzi non va ricercato solo nell’originalità dell’idea, ma proprio nel loro modo di raccontare, nel modo in cui “difendono la città” e la amano: non insegnando in modo didascalico, non dissetando di conoscenza, ma al contrario assetando, stimolando, cioè, la voglia di sapere e di interrogarsi sul significato profondo delle cose.

di Fulvio Mele

About fulvio mele

Fulvio Mele: Ventenne Giornalista Pubblicista da Marzo 2016 e Vicedirettore di Informare da Giugno dello stesso anno.
Diplomatosi al Liceo Scientifico R. Caccioppoli di Napoli.
Laureando in Sociologia (scienze sociali) presso la Facoltà della Federico II.
Entra nell’associazione “Officina Volturno” nell’agosto 2013.
Esordisce come giornalista nel mensile di ottobre 2013, scrivendo una rubrica sui libri, “Leggi che ti passa”.

“Credo che per essere giornalista bisogna essere curioso e andare oltre le cose; credo che la notizia non si crea ma la si racconta entrandoci dentro, aprendola dall’interno; credo che un vero giornalista scrive di emozioni e di storie, soprattutto dà voce a chi voce non ne ha ; credo che essere giornalista sia uno stile di vita”