Storie della Domenica – Quella incomprensibile attrazione verso la pena di morte

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Se per Albert Camus la pena di morte è una “disgustosa macelleria”, gli Stati Uniti rappresentano il Paese in cui i macellai continuano a proliferare con quel senso di giustizia all’americana per cui la libera ricerca della felicità non può esistere divisa dal diritto dello Stato di dare la morte.

Il 18 dicembre del 2007 l’Onu ha approvato la Moratoria universale della pena di morte. Un traguardo raggiunto anche grazie al contributo dell’Italia, che dal 1994 premeva in questa direzione. Nel documento viene specificato che violi il diritto alla vita riconosciuto dalla Dichiarazione universale dei diritti umani, che è un omicidio premeditato da parte dello Stato, che non è un deterrente efficace e che nega la possibilità di riabilitazione del condannato. Come per molte altre azioni dell’Onu, la moratoria non rappresenta però una legge vincolante, è alla stregua di un consiglio, di un blando ammonimento che può anche non essere seguito. Non a caso due dei cinque membri permanenti dell’Onu, Stati Uniti e Cina, non hanno alcuna intenzione di abolirla. Rewind. Nel 1764 la pubblicazione di un breve saggio diede una scossa ad alcune certezze che resistevano da millenni nella storia dell’uomo.

L’opera, Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria, influenzò la formazione dei successivi sistemi giuridici di gran parte delle democrazie mondiali. Il ventottesimo capitolo, dal titolo “Della pena di morte”, è una feroce critica contro la pena capitale, presente sin dalla preistoria e mai messa in discussione dall’uomo fino a quel momento. Le parole di Beccaria sono inequivocabili: “Parmi un assurdo che le leggi, che sono l’espressione della pubblica volontà, che detestano e puniscono l’omicidio, ne commettano uno esse medesime, e, per allontanare i cittadini dall’assassinio, ordinino un pubblico assassinio”.. La prima testimonianza ( di una pena di morte)scritta viene dal Codice di Hammurabi, risalente al 1750 a.C. circa, in cui la pena capitale era prevista per omicidio, furto e sacrilegio. Tutte le altre civiltà antiche hanno seguito questa prassi.. Nel 1786 fu il Granducato di Toscana a diventare il primo Stato al mondo ad abolire legalmente la pena di morte, grazie al granduca Pietro Leopoldo. L’Italia unita la abolì nel 1889, a eccezione dei casi per crimini di guerra e regicidio. Con l’ascesa del fascismo al potere fu reintrodotta nel 1930 attraverso il Codice Rocco, per poi venire abolita definitivamente nel 1948. L’ultima esecuzione italiana risale al 5 marzo 1947 quando tre collaborazionisti, responsabili della deportazione, vennero fucilati. Nell’Italia moderna la fucilazione è stata la forma più comune di esecuzione, mentre nel corso della Storia i metodi sono cambiati radicalmente da luogo a luogo:in Spagna si è usata la garrota dal Medioevo fino al periodo di Franco, una macchina che strangola meccanicamente il condannato, mentre in Francia come tutti sanno veniva usata la ghigliottina, introdotta alla fine del Settecento.. Secondo Amnesty International, nel 2018 si sono avute almeno 690 sentenze capitali, un dato al ribasso se si considera che in Cina non è possibile avere numeri precisi.

In America la pena capitale è ancora legale a livello federale per 42 reati, mentre è presente nello statuto di 34 Stati. Il Texas è lo Stato con il più alto numero di esecuzioni Se l’orrore della pena di morte negli Stati Uniti è almeno trasparente, per dati e numeri, in Cina è invece un segreto di Stato. Secondo Amnesty International, pur non riuscendo a definirne il numero esatto, la Cina è il Paese con il più alto numero di esecuzioni al mondo. Inoltre nel codice penale cinese il numero di reati punibili con questa pena si estende fino a toccare l’evasione fiscale, il furto, l’estorsione e addirittura la pirateria informatica. Al secondo posto per numero di esecuzioni si classifica l’Iran, dove i metodi sono lapidazione e impiccagione. In Arabia Saudita il principe Mohammad bin Salman aveva promesso, in un’intervista al Time del luglio 2018, di ridurre al minimo l’uso della pena di morte, per poi comportarsi in modo molto diverso: nel 2019, infatti, sono state uccise 184 persone, 35 in più rispetto al 2018. Bisogna ricordare che nel 2015 l’Arabia Saudita è anche stata nominata dall’Onu alla presidenza di un panel sui diritti umani. Scelta a dir poco discutibile in riferimento a un Paese che si trova ai primi posti per numero di condanne capitali e per la limitazione della libertà d’espressione.

Il fatto che nel 2020 la pena capitale sia ancora in uso in gran parte del mondo, e specialmente nelle due più grandi potenze economiche – Cina e Usa – è un segnale di arretratezza e brutalità. Il pensiero di Beccaria ha sicuramente influenzato l’Italia, almeno in questo al passo coi tempi e in prima linea per l’abolizione, ed è stato diffuso e sostenuto anche a organizzazioni come Nessuno tocchi Caino.. Uno Stato che smarrisce ogni frammento di superiorità morale quando emette il suo giudizio sugli assassini, diventando esso stesso un assassino. Dostoevskij fu condannato a morte nel 1849 per partecipazione a società segreta con scopi sovversivi. Si presentò sul patibolo pronto per la fucilazione, quando gli comunicarono la scelta dello zar Nicola I di commutare la pena in lavori forzati. Questa esperienza lo segnerà profondamente, portandolo a scrivere Delitto e castigo e L’idiota.Dostoevskij “graziato” divenne una delle menti più brillanti della storia. Le migliaia di persone che ogni anno vengono condannate a morte, e che poi vengono effettivamente uccise, non potranno diventare nulla. Un mondo che non consente la riabilitazione e la sopravvivenza di un essere umano è destinato a collassare su se stesso.

 

di Nicola Dario

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