Storie della Domenica – I libri ai tempi del coronavirus

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Ho letto su “La Repubblica“ di un effetto sulle classifiche dei libri causa coronavirus: insomma “coronavirus“ fa leggere più libri. Si, ma quali?

Secondo l’articolo su La Repubblica “nel giro di pochi giorni Cecità di José Saramago e La peste di Albert Camus hanno scalato le top delle grandi piattaforme e-commerce. Il romanzo di Saramago, pubblicato per la prima volta nel 1995, ieri era sul podio della top ten Ibs e quinto in quella Amazon, dove registrava un incremento delle vendite del 180%. Camus invece è volato nel giro di un mese dalla posizione 71 al terzo posto su Ibs e ieri su Amazon era quattordicesimo nella categoria classici, con vendite triplicate. Per entrambi vale la fascinazione di un argomento legato all’attualità, un tema che risveglia la curiosità e la voglia di andare a riscoprire libri del passato nonostante gli scenari evocati non siano certo rassicuranti.” Poi ci sono anche saggi scientifici come “Spillover (Adelphi), primo nella sua categoria sia su Amazon che Ibs. L’autore è David Quammen, scienziato americano e viaggiatore, che per scrivere il suo reportage sui virus ha intervistato medici e sopravvissuti in Africa, Cina e Australia.”

C’è anche chi ricorda che l’epidemia non è cronaca di oggi.

Era il 1348: la peste nera, originatasi probabilmente nel cuore dell’Asia e diffusasi attraverso le stazioni della Via della Seta, fece milioni di morti. Ma produsse anche un capolavoro come il Decamerone di Boccaccio, le cui novelle si immaginano narrate appunto da una brigata di giovani ritiratisi in campagna per fuggire al contagio. La più famosa pestilenza dell’antichità fu probabilmente quella che colpì Atene nel 430 a.C. e provocò anche la morte di Pericle. Essa deve la sua fama anche alla celebre descrizione che ce ne ha lasciato lo storico Tucidide, il quale descrive i sintomi e il propagarsi della malattia con la minuzia e il rigore di un clinico. Erano, del resto, gli anni in cui ad Atene si andava diffondendo la scienza medica di Ippocrate. Il racconto di Tucidide, secondo molti, sta alle origini di tutte le grandi rappresentazioni letterarie della peste, fino a I promessi sposi di Alessandro Manzoni .

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Ecco, scenari non rassicuranti. Non so quanti hanno letto i due romanzi presenti nelle classifiche. Quello di Saramago ha un lungo incipit del quale mi piace ricordare questo passaggio: ”Alcuni conducenti sono già balzati fuori, disposti a spingere l’automobile in panne fin là dove non blocchi il traffico, picchiano furiosamente sui finestrini chiusi, l’uomo che sta dentro volta la testa verso di loro, da un lato, si vede che urla qualche cosa, dai movimenti della bocca si capisce che ripete una parola, non una, due, infatti è così, come si viene a sapere quando qualcuno, finalmente, riesce ad aprire uno sportello, Sono cieco.” Insomma una epidemia, uno scenario apocalittico: “questo morbo rende ciechi e, soprattutto, feroci tutti gli abitanti di questa città ed i malati, il cui numero aumenta esponenzialmente, vengono messi in quarantena in un manicomio, isolati, controllati, finché non rimane più nessuno a vedere, eccetto una donna, la moglie del medico che sembra essere immune da questa terribile malattia, ma che, per rimanere vicina al marito, che teme di non rivedere, finge di essere cieca a sua volta, per farsi internare con lui”. (C”Connessione letteraria).

Morale (una delle tante di “Cecità”: le persone non cambiano, anzi, grazie alla cecità possiamo vedere ciò che davvero ognuno di noi è. Il libro di Saramago è un “invito a guardare il nostro tempo e le sue contraddizioni, a fare i conti col buio che ci attanaglia e che ci rende tutti uguali, buoni e cattivi. Tutti uguali perché ugualmente ciechi.”

Molto meno catastrofici i toni de La peste di Camus che inizia cosi: “I singolari avvenimenti che dànno materia a questa cronaca si sono verificati nel 194… a Orano; per opinione generale, non vi erano al loro posto, uscendo un po’ dall’ordinario: a prima vista, infatti, Orano è una città delle solite, null’altro che una prefettura francese della costa algerina.
La città in se stessa, bisogna riconoscerlo, è brutta. Di aspetto tranquillo, occorre qualche tempo per accorgersi di quello che la fa diversa da tante altre città mercantili, sotto tutte le latitudini.”

Ambientato nel 1947 racconta di una pestilenza che colpisce Orano, in Algeria, e di un medico, il dottor Rieux, che “un giorno di primavera trova un topo morto sulla soglia di casa, ma non ha tempo per preoccuparsene: deve accompagnare alla stazione la moglie che, molto malata, ha bisogno di una serie di cure che non può avere in città. Passano i giorni e i ratti continuano a morire; le cifre diffuse dalla stampa sono incredibili: si parla di seimila ratti al giorno. Gli abitanti di Orano non capiscono cosa stia succedendo e accusano del problema ora questo ora quell’altro ente, finché poco a poco la situazione sembra tornare alla normalità. In realtà Rieux capisce che tutti stanno correndo un gravissimo pericolo quando il portinaio del suo stabile, Michel, si ammala così gravemente che nessuna cura pare avere successo. Michel muore presto e, dopo di lui, sempre più persone di Orano cominciano a presentare gli stessi sintomi, che adesso sono più definiti: Rieux e il più anziano collega Castel capiscono che si tratta di peste. (Gli abitanti di Orano non capiscono cosa stia succedendo e accusano del problema ora questo ora quell’altro ente, finché poco a poco la situazione sembra tornare alla normalità. Tratta da “weschool”).

A febbraio, finalmente la quarantena viene revocata. Gli abitanti di Orano si riversano nelle strade in preda all’euforia, tranne il il commerciante Cottard che, impazzito, spara sulla folla festante e viene arrestato dalle forze dell’ordine. Rieux, raggiunto poco prima dalla notizia della morte della moglie, trova i taccuini dell’amico Tarrou in cui si invita a vigilare sempre sul possibile ritorno della peste.

Leggere libri “epidemici” è diventato, quindi, di tendenza. Ma è ne “La peste “che c’è la lezione per noi, è per come è stato trattato il “coronavirus” che c’è la lezione per noi:

“Al principio dei flagelli e quando sono terminati, si fa sempre un po’ di retorica. Nel primo caso l’abitudine non è ancora perduta, e nel secondo è ormai tornata. Soltanto nel momento della sventura ci si abitua alla verità, ossia al silenzio”.

PS: Siamo onesti. Quanti prima d’ora possedevano una boccetta d’amuchina nella borsa? Ma nel miracoloso mondo delle merci prima o poi arriva per tutte il momento di gloria. Così è accaduto per questo gel igienizzante e per le mascherine a protezione delle vie respiratorie una volta che si è scatenata l’epidemia (da intendersi per ora come psicosi del contagio). E all’impennarsi del prezzo d’occasione (da intendersi qui come opportunità di speculazione).

 

di Nicola Dario

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