Storie della Domenica – Il virus è cinese? L’affare di sicuro lo è

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Quest’anno la Cina sarà l’unica economia al mondo a registrare una crescita stando alle stime dell’OCSE – Il segreto di Pechino? Gli stimoli governativi alle esportazioni anziché ai consumi privati come fatto dall’Occidente.

L’ultimo «Economic Outlook» dell’Ocse, pubblicato un paio di settimane fa, riserva una sorpresa su cui in pochi avrebbero scommesso in febbraio, nei giorni bui del contagio a Wuhan. La lunga colonna con la variazione del Pil reale di quest’anno rispetto al 2019 è popolata da un’interminabile sequenza di segni meno, con una sola e unica eccezione: la Cina. Secondo le stime dell’organizzazione con sede a Parigi, il prodotto interno lordo quest’anno è destinato a scendere negli Stati Uniti (-3,8%), a cadere nell’Eurozona (-7,9%), a sprofondare in Gran Bretagna (-11,1%), India (-10,2%), Italia (-10,5%) e in generale in tutto il mondo (-4,5%), ma non nell’ex Celeste Impero, che nell’anno del coronavirus riuscirà nel miracolo di vedere il Pil crescere dell’1,8%.
Il contenimento del virus

La Cina, focolaio mondiale del coronavirus, si ritrova insomma a guidare la ripresa dell’economia globale. Anche se i dati ufficiali di Pechino sui contagi vanno presi con le molle, nella classifica dei Paesi più colpiti curata dalla Johns Hopkins University la Cina è ormai solo in 42° posizione con poco più di 90mila casi, meno che in Kuwait o in Qatar, mentre gli Stati Uniti svettano in testa con oltre sette milioni di positivi. Al netto della propaganda e della censura, sembra che Pechino sia stata molto più efficace del resto del mondo nel contenere una pandemia che si è sviluppata proprio nel cuore dell’ex Celeste Impero.

Il traino dell’export

Ma è dal punto di vista economico, più che sanitario, che la Cina continua a stupire. Nel primo trimestre di quest’anno Pechino aveva registrato un crollo del Pil del 6,8% rispetto allo stesso periodo del 2019, archiviando numeri in rosso per la prima volta da oltre quarant’anni. Ma già tra aprile e giugno il Pil cinese ha ricominciato a correre (+3,2% rispetto a un anno prima), battendo tutte le previsioni. Come è stato possibile? Grazie a un nuovo e sorprendente boom dell’export, nonostante la recessione mondiale e una pesante contrazione del commercio globale (-18,5% per volumi nel secondo trimestre). Come nota l’economista Marcello Minenna, il volume di scambi cinesi è in crescita da oltre cinque mesi consecutivi, con un aumento del 10,4% dell’export ma anche dell’1,4% dell’import. Il peso del Dragone nel commercio globale ha insomma ripreso a salire, alla faccia della “trade war” voluta da Washington.

L’astuzia di Pechino

La strategia del Dragone è stata particolarmente brillante perché ha capovolto le logiche occidentali di sostegno alla domanda, concentrandosi invece sull’offerta. Il “miracolo” cinese durante il coronavirus, che si fonda come detto sulle esportazioni, è stato fortemente sostenuto dal Governo: Pechino ha destinato ben 116,6 miliardi di dollari (sugli 880 miliardi complessivi di stimolo fiscale) a detrazioni ed esenzioni fiscali sull’export.

Noi abbiamo supportato le famiglie e i consumi sia con assegni inviati a casa direttamente dal Tesoro (in America) sia inducendo le imprese medie e grandi a mantenere il lavoro e garantire lo stipendio ai dipendenti anche quando l’attività è restata bloccata, pena il mancato accesso agli aiuti pubblici (in Europa).

La Cina non ha offerto alcun sostegno alle famiglie e alla loro domanda di consumi, concentrando gli aiuti sulle imprese a patto che riprendessero a produrre e rilanciando le politiche anticicliche tradizionali, basate su infrastrutture e costruzioni.

Il risultato è che l’Occidente si è ritrovato con più soldi che prodotti, mentre Pechino ha fatto in modo di avere più prodotti che soldi. La Cina ha quindi prodotto anche per noi, esportando e noi abbiamo consumato anche per lei, importando. La bilancia delle partite correnti cinesi, da qualche anno in pareggio, è tornata in attivo e questo, insieme ad altri fattori, ha provocato un rafforzamento consistente del renminbi. Ecco perché Pechino archivierà il 2020 con un Pil positivo (il prodotto interno lordo comprende anche le esportazioni) mentre il mondo chiuderà secondo le ultime stime Ocse a -4,5%.

In sella ai deficit occidentali

L’astuzia di Pechino è stata davvero sorprendente. Ha varato programmi di stimolo economico molto inferiori per valore a quelli statunitensi, ma con la sua strategia focalizzata sull’export è riuscita a «cavalcare» l’espansione fiscale delle economie occidentali, finanziata a debito e votata al sostegno ai consumi. In altre parole i deficit fiscali di Stati Uniti ed Europa stanno fornendo benzina alla ripresa economica di Pechino consentendo quel recupero di competitività e di posizione dominante che erano stati erosi dalla guerra commerciale pluriennale con Trump.

La ciliegina sulla torta? La crescita del Dragone è stata in parte trainata dall’export proprio di materiale sanitario e apparecchiature elettromedicali, comparti industriali in cui la Cina ha mantenuto una schiacciante superiorità produttiva nonostante il lockdown.

di Nicola Dario

 

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