Storie della Domenica – Il 25 aprile non è un giorno come un altro da 75 anni…

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Finora gli anniversari della liberazione sono stati celebrati con un doppio intento: innanzitutto ricordare il sacrificio dei tanti a cui dobbiamo la libertà e la democrazia, e chiamare i cittadini a rinnovare la condanna di quelle pulsioni irrazionali.

È una sorta di potente rito collettivo la celebrazione del 25 aprile, che “nei momenti cruciali dimostra di potersi scrollare di dosso tutta la stanca polvere istituzionale accumulata nel tempo, scansare gli ennesimi, furbeschi tentativi di indebolirne il senso o di appropriarsene indebitamente e ampliare la propria portata oltre il ricordo, il memento, la festa, andando a ri-sintonizzarsi sul presente” (frizzi frizzi).
Anche in tempi come questo. La storia siamo noi nessuno si senta escluso, canta De Gregori. Sono tanti 75 anni.

E questo 25 aprile è stato inedito, una festa della Liberazione inedita. Alcide Cervi  perse i suoi sette figli -i fratelli Cervi- trascinati di fronte al plotone di esecuzione e fucilati dai repubblichini il 28 dicembre 1943. Nel libro “I miei sette figli”, ha scritto: “Il sole non nasce per una persona sola, la notte non viene per uno solo. Questa è la legge, e chi la capisce si toglie la fatica di pensare alla sua persona, perché anche lui non è nato per una persona sola. I miei figli hanno sempre saputo che c’era da morire per quello che facevano, e l’hanno continuato a fare, come anche il sole fa il suo arco e non si ferma davanti alla notte.”

La liberazione non fu istantanea. Come racconta il sito Euronews “ad essa contribuirono milioni di persone. Le brigate partigiane furono organismi multinazionali dove slavi, nordeuropei, disertori della Wehrmacht, attivisti politici dei partiti antifascisti si unirono con un solo scopo diventato capitale per il futuro del paese. La liberazione fu anche storie sconosciute ai più. Giorni che passarono con l’intensità di anni in cui le donne e gli uomini che avrebbero vissuto la ricostruzione e il miracolo economico diventavano inconsapevoli protagonisti della svolta epocale. Una classe di persone che purtroppo il coronavirus sta finendo di decimare.” Storie di tante persone “storie di resistenza armata o disarmata che la festa della Liberazione 2020 dovrebbe evocare fuori dall’alienazione della retorica e da ogni ambiguità di redenzione della dittatura fallita.” Compreso “il Corpo Italiano di Liberazione che nacque dalla dissoluzione dell’esercito fascista strutturandosi in autentico Corpo d’Armata, ordinato su due complessi di forze di livello divisionale.”

Oggi, ci chiamano ufficialmente a “resistere” al virus. Cantare Bella ciao serve ancora? Forse.
Ma forse serve a poco. Servirebbe di più cogliere l’occasione per aprire una prospettiva politica nuova ad una società che in questi mesi ha dimostrato di essere molto migliore di come la dipingeva la propaganda. Il 25 aprile, in ogni caso, è sempre stato un giorno identificativo, diciamo. Ve ne identifico alcuni, presi dai quotidiani di quelle epoche:

Martedì 25 aprile 1995. 50° Anniversario della Liberazione. 25 anni fa. A Milano centomila persone sfilano da porta Venezia fino a piazza del Duomo. Il presidente Scalfaro esorta a «superare le divisioni, oggi come cinquant’anni fa». Eppure, alla delegazione di Forza Italia, una trentina di militanti guidata dall’onorevole Gianni Pilo, non è consentito di unirsi al corteo. La polizia prova a intervenire, ma non c’è niente da fare. Gli azzurri vengono aggrediti, presi a spintoni, fatti bersaglio del lancio di monetine. «Fuori i fascisti dal corteo». «Hanno più telefoni che bandiere». «Pilo, puttana, l’hai fatto per la grana». Raffaella Pace, 23 anni, studentessa, coordinatrice di club di Forza Italia, colpita da una monetina a un sopracciglio ne esce con tre punti di sutura e cinque giorni di prognosi. Una funzionaria della Digos, ferita alla testa, con otto punti e otto giorni.
Per i leghisti, invece, è un bagno di folla. La loro delegazione sta fra quella del Pds e quella de il manifesto. Bossi fuma, rilascia interviste, canta Bella ciao. La gente lo applaude: «Porta la Lega a sinistra con noi». I ragazzi della sinistra giovanile gli regalano una maglietta con scritto «Una mattina mi son svegliato» e lui sfila con la maglia appoggiata all’impermeabile.” E come erano diversi i tempi, eh.

Martedì 25 aprile 1950. Settanta anni fa. Un episodio triste e commovente. In mattinata, smistati alla stazione di Wiener Neustadt, arrivano a Vienna trenta soldati e sottoufficiali italiani reduci della prigionia in Russia. Sono tutti altoatesini, erano stati incorporati nell’esercito tedesco, tranne uno: il soldato Bresciani, che viene da Brescia. Verso sera prendono un treno notturno per l’Italia. Arriveranno a Udine il giorno dopo;

Venerdì 25 aprile 1890, 130 anni fa: «Il Ministro dell’interno ha diretto una circolare telegrafica ai prefetti per ordinar loro di vietare qualsiasi manifestazione pubblica operaia per il 1° maggio. Il Ministro ordina che qualsiasi assembramento nelle vie, qualsiasi violazione alla libertà del lavoro siano rigorosamente e immediatamente repressi. Il Ministro dice che non tollererà nei prefetti qualsiasi atto di debolezza, poiché intende che la sicurezza e la tranquillità pubblica non siano in alcun modo turbate. Dicesi che i timori sorti a Como di disordine nella occasione della festa del lavoro abbiano contribuito ad indurre il Governo ad emanare il divieto. Frattanto stamattina è partito un altro battaglione di fanteria per Como».
[Corriere della Sera, 26/4/1890]

Venerdì 25 aprile 1980, quaranta anni fa: Il mondo si sveglia con il fiato sospeso. Alle sette del mattino, ora di Washington, dopo una notte insonne, il presidente Carter parla in televisione agli americani. Il Pentagono ha organizzato un’operazione militare contro Teheran per liberare gli ostaggi americani ma il blitz è fallito nel deserto. Otto elicotteri con a bordo novanta commandos di marines si sono alzati in volto dalla portaerei Nimitz, che incrocia con la flotta nel golfo Persico. Erano diretti verso la città di Tabas, nel deserto di Kevir, a circa 350 chilometri da Teheran. Sul posto, assieme a loro, era giunta anche una squadra di colossali aerei Hercules, partiti dal Cairo, che avrebbero dovuto rifornire gli elicotteri di carburante e prendere a bordo gli ostaggi una volta liberati. Le cose, però, sono andate diversamente. Durante il percorso, due degli elicotteri si sono dovuti fermare per delle avarie: uno è riuscito a tornare indietro, l’altro è stato abbandonato. A Tabas un terzo elicottero si è guastato. «Con meno di sei elicotteri non saremmo riusciti a nulla» ammette il ministro della Brown in una burrascosa conferenza stampa. Carter è stato costretto a dare ordine di ritirarsi. Come se non bastasse, nel viaggio di ritorno, uno degli elicotteri e uno degli aerei si sono scontrati nell’oscurità. La Casa Bianca si assume la totale responsabilità di quanto è accaduto. A Teheran, dopo una giornata di silenzio, l’ayatollah Khomeini parla alla radio. La sua reazione è durissima: «Se il blitz fosse arrivato all’ambasciata, avrebbe trovato solo cadaveri». Ed indovinate, infine? Cento anni fa, Domenica 25 aprile 1920 su Il Popolo d’Italia un signore scrive: «Tentare di frenare, di arrestare questo moto di disintegrazione non è reazionario in quanto mira a salvare i valori fondamentali della vita collettiva… Contro i falsi venditori di fumo, i vigliacchi borghesi tesserati del Partito socialista, gli imbecilli di ogni specie, innalzo alto e chiaro il grido forte: viva la reazione». Era Benito Mussolini. Titolo dell’articolo: “Operai! Quando vi libererete dei vostri capi mistificatori”!
Sapete come è finita.

PS: C’è una cosa bella e buona che tutti potremmo fare il 25 aprile di ogni anno: aprire un libro di storia.

di Nicola Dario

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