“Storia dell’Italia corrotta”, analisi di un male nazionale

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Quanto indietro dobbiamo camminare per andare a frugare nel cassetto della storia d’Italia e trovare il seme che ha dato vita ad uno dei fenomeni maggiormente lesivi della nostra Repubblica: la corruzione.

Isaia Sales, docente di “Storia delle Mafie” dell’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli, e Simona Melorio, dottore di ricerca in Criminologia, hanno provato a percorrere insieme questa travagliata storia, analizzando minuziosamente il fenomeno della corruzione e la sua evoluzione storica, partendo dall’Unità d’Italia, proseguendo per il periodo fascista e arrivando ai giorni nostri. Un viaggio che ha trovato sbocco nel libro “Storia dell’Italia corrotta” (2019, edito Rubbettino).

Proprio per la completezza e la profonda analisi storica sarebbe stato mortificante riassumere  in poche righe un tale lavoro, ed è per questo che abbiamo deciso, in accordo con il Professor Sales e con la Dott.ssa Melorio, di estrapolare un paragrafo da questo interessante libro e offrirlo ai nostri lettori.

Un paragrafo però non fa un libro e vi invitiamo davvero a leggerlo, soprattutto per comprendere quella storia d’Italia avvolta nel silenzio, nel compromesso, nella tacita accettazione di uno scambio di favori e che, attraverso le pagine di questo libro, trova la luce che merita.

di Antonio Casaccio

 

Mezzi della corruzione
Tratto dal libro “Storia dell’Italia Corrotta

L’evasione fiscale è una delle cose che più ha a che fare con la corruzione, poiché consente la formazione di fondi neri attraverso cui finanziare le tangenti. Il metodo delle fatturazioni false è stato il sistema chiave del sistema corruttivo sorto in occasione della costruzione del Mose di Venezia. Il consorzio «Venezia nuova», come diremo più avanti, pagava false consulenze alle imprese nei periodi di inattività di esse ed emetteva, pertanto, fatture false. Di questi pagamenti recuperava il 50 per cento, cioè le imprese pagate dal consorzio per le false consulenze dovevano restituire allo stesso la metà della somma ricevuta. In tal modo si creavano quei fondi neri che consentivano al consorzio di pagare tangenti o altri servizi (non biecamente monetari!) a politici e burocrati in luoghi chiave.

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Isaia Sales

Il «sistema Mose» è un groviglio di mazzette, di corruzione organizzata e a vari livelli: false consulenze, false fatturazioni, mazzette al consorzio e mazzette fuori dal consorzio. E questo, sebbene sia il più strutturato e il più famoso, non è affatto l’unico caso di fondi neri a scopo tangentizio.
È accaduto nell’inchiesta sulla fibra ottica in Sardegna nel 2016 o, andando agli anni ’90, nell’inchiesta Tangentopoli, che ha visto, ad esempio, Salvatore Ligresti confessare i fondi neri e le tangenti, così come anche Paolo Berlusconi (attraverso la sua Edilnord) e Filippo Maddaloni (52 miliardi di lire di fondi neri attraverso la sua TPL), così come in quasi tutte le imprese private e gli enti a partecipazione statale coinvolti nella corruzione. Il percorso evasione fiscale-fondi neri-tangenti talvolta può essere alternativo al percorso evasione fiscale-fondi neri-regalie. E, infatti, sempre più spesso negli ultimi anni i soldi sono sostituiti da beni di lusso (dagli yacht ai rolex, dagli appartamenti agli elettrodomestici), posti di lavoro per parenti, ricche consulenze, congressi (tipico delle multinazionali del farmaco), vacanze, cene e rinfreschi, abiti, prestazioni sessuali. Il mercimonio è ormai su larga scala e contempla anche soluzioni alternative al denaro, che però rimane comunque la modalità più frequente di «compromissione» del sistema. Le percentuali fissate per le tangenti monetarie sono tra le più differenti: si passa dal 50 per cento che imprenditori danno a un consorzio di imprenditori (corruzione tra privati!) nell’affare Mose, al 2-2,5 per cento nel caso delle cooperative rosse, al 3 per cento per il prolungamento della linea A della metropolitana di Roma, al 5 per cento nello scandalo dei petroli del 1973, al 6 per cento per gli appalti truccati all’Aca di Pescara, al 5 per cento o 10 per cento per Autostrade Venezia-Padova spa, al 25 per cento per lavori di appalto ad Abano Terme (sia per l’inchiesta per la sistemazione di pannelli luminosi, sia per quella della riqualificazione energetica, entrambe del 2012), fino al misero 0,8-1 per cento chiesto da Riina su ogni appalto pubblico (un mafioso, vero uomo d’onore rispetto ai rispettabili politici tangentari!). Nella tangente pagata al ministro Prandini e a Cesa si pagano 35 miliardi di lire su un appalto di 750 miliardi.

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Simona Melorio

Sta di fatto che la Corte dei Conti ha calcolato che in opere pubbliche si spende il 40 per cento in più a causa dei costi della corruzione.
Dunque, ogni sistema di corruzione ha le sue regole: le opportunità e le necessità animano prassi consolidate che diventano regole efficaci e osservate all’interno di esso. Alcuni studiosi hanno proposto la tipizzazione di essi in «riti» che sono stati variamente nominati. Sul territorio italiano i più rilevanti sono il rito ambrosiano, legato all’economia e alla finanza milanese, il rito emiliano, legato al sistema delle cooperative rosse, il rito romano, che invece si riferisce per lo più ai giochi politici della capitale, il rito mafioso, che si riferisce alle modalità corruttive legate alla presenza di ditte o di attori mafiosi.
A noi sembra che non si possa ridurre a questa partizione la varietà dei sistemi corruttivi in Italia. Al contrario, ci pare evidente che ogni ambito ne avrà alcuni con le sue percentuali, le sue tempistiche, i suoi intermediari, le sue regole. Tanto che si può parlare di «apparati corruttivi multipli», autoregolati e autoreferenziali.
E questi apparati corruttivi contendono allo Stato il monopolio della dazione, della tassazione e, a pensarci bene, anche quello della violenza. Infatti, in ogni sistema corruttivo, proprio perché illegale, esistono regole e sanzioni, nella gran parte dei casi non fisiche ma pur sempre violente, poiché corrispondono, il più delle volte, all’estromissione dal sistema delle ditte e dei singoli, e quindi alla impossibilità di lavorare in futuro.

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La grand corruption, a differenza della petty, si caratterizza per la messa in campo di accordi bilaterali ad armi pari, i cui attori sono dentro a un potere, a un sistema di potere in cui ciascuno ha bisogno dell’altro, ma nessuno riconosce la superiorità dell’altro. Qui non c’è, a differenza della petty, il riconoscimento di un potere di un soggetto rispetto a un altro, c’è invece un riconoscimento delle reciproche posizioni, ritenute l’una funzionale all’altra, non l’una predominante rispetto all’altra.
Ciascuno attraverso l’altro fa i propri interessi, tutela i propri affari. Gli accordi sono assicurati da una “coercizione silente”, che garantisce la tenuta del sistema attraverso sanzioni e intimidazioni che potremmo definire «borghesi», in quanto non scontatamente fisiche. Regole efficaci e sanzioni sono la base di un sistema giuridico, di «istituzioni giuridiche» quali i sistemi corruttivi non possono non definirsi.

di Isaia Sales e Simona Melorio

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°197
SETTEMBRE 2019

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