Nel quartiere San Ferdinando, nei pressi di piazza dei Martiri, è ubicata la sede di un’antica comunità ebraica sconosciuta alla maggioranza dei cittadini napoletani.

È situata, nello specifico, in via Santa Maria a Cappella Vecchia, all’interno del Palazzo Sessa. L’antico palazzo di epoca rinascimentale fu edificato per ordine del Marchese Giuseppe Asmundo di Sessa, che commissionò i lavori di progettazione ad un team di architetti tra cui spicca il nome di Domenico Vaccaro. Durante il periodo borbonico, il Palazzo Sessa fu sede dell’Ambasciata inglese e residenza di Lord Hamilton e, dopo l’Unità d’Italia, venne fondata la Sinagoga la cui sede è al primo piano dell’edificio.  «Tuttavia, le testimonianze della presenza ebraica a Napoli – ha sottolineato la dottoressa Claudia Campagnano, guida Turistica Regione Campania e membro della Comunità ebraica, – sono molto più antiche e risalgono, addirittura, al I secolo a.C. A Pompei, Ercolano e Stabia ci sono alcuni reperti, come anfore e monete, non sufficienti per stabilire una presenza fissa degli Ebrei a Napoli nell’antichità, piuttosto indizi di scambi commerciali».

Un primo censimento che raccolse dati relativi alla comunità ebraica nel Napoletano fu proposto dall’esploratore spagnolo ebreo Beniamino da Tudela a partire dalla metà del XII secolo. A seconda del regnante e del periodo storico in cui vissero, ha chiosato la Campagnano, gli Ebrei subirono persecuzioni e attraversarono periodi di pace. Ad esempio, con Federico II di Svevia questi vissero un momento più tranquillo; con gli Angioini (fortemente cattolici), invece, il momento storico fu abbastanza turbolento. Nel 1492 con la cacciata degli Ebrei dalla Spagna, questi subirono lo stesso trattamento a Napoli. È nel 1541 che fu sancito che tutti gli Ebrei del Sud Italia dovessero andare via, mentre nel Nord Italia, nel frattempo, nacquero i ghetti. Il primo ghetto ad essere costruito fu quello di Venezia.

Ma cos’è un “ghetto”?

«I ghetti erano dei quartieri chiusi – ha illustrato Campagnano – dove gli ebrei erano costretti a vivere, si sviluppavano in altezza poiché non era possibile costruire ex novo, e le Sinagoghe, che dovevano essere nascoste alla vista, si trovavano all’interno degli edifici». A Napoli fu necessario attendere un paio di secoli, con l’Illuminismo, ed è in particolar modo con Carlo di Borbone che gli Ebrei furono accettati nel Regno, poiché commercianti, il re intravide in loro una risorsa. Ma per parlare di una vera e propria ‘rinascita’ della comunità ebraica di Napoli si attese l’arrivo della famiglia di banchieri tedeschi Rothschild. I Rothschild fondarono banche in svariate città di Europa, tra cui anche Napoli dove arrivò Adolf Carl Rothschild, che per un periodo di tempo soggiornò a Villa Pignatelli. Questi, oltre ad essere conosciuto per un grande spirito imprenditoriale, ebbe un forte senso spirituale, tanto da essere chiamato ‘Mezuzà’, a motivo del suo radicato sentimento religioso. (La Mezuzà è un astuccio contenente una pergamena con delle preghiere, che si pone sugli stipiti delle porte).

Successivamente all’Unità d’Italia, i Borbone dovettero andar via e così anche i Rothschild, che fecero, a loro volta, dei lasciti per la novella comunità ebraica e trasferirono tutto ciò che era in legno della Villa Pignatelli, nella Sinagoga del quartiere Chiaia. Ma com’è strutturata, oggi, la comunità ebraica e, soprattutto, esistono delle regole per accedervi? «In generale la religione si trasmette per via matrilineare, dunque si è ebrei se la madre è ebrea. L’ebraismo non fa proselitismo, poiché secondo la nostra religione è sufficiente che una persona segua le sette leggi noachidi per essere giudicato una persona retta e pertanto accedere a quello che potremmo definire Paradiso. La conversione è sicuramente possibile, ma non avendo quindi necessità di convertire all’ebraismo, va verificato che si sia mossi da una reale intenzione, e dunque il processo è molto lungo. L’ebreo praticante deve, infatti, accettare di rispettare 613 precetti. Per diventare Rabbini invece occorre prima una laurea, quindi un’istruzione superiore, e poi in seguito si consegue una laurea rabbinica».

Fra le 613 leggi da rispettare, c’è quella di ‘onorare il sabato’ non compiendo nessuna attività poiché, dopo che la creazione del mondo, Dio “il settimo giorno si riposò”. «Secondo gli ebrei, pertanto – sempre Campagnano – cos’è l’uomo per sentirsi superiore a Dio e non rispettare anche lui questo giorno di riposo?». Il sabato, dunque, non si compie alcun tipo di lavoro. Anche nel campo dell’alimentazione ci sono delle regole da rispettare. L’alimentazione ebraica prevede che l’animale sia nutrito secondo natura.

Non si possono mangiare animali che non ruminano (come il maiale); o con la zampa (il coniglio). Questi divieti nell’antichità nacquero per tutelare la salute dei fedeli, dal momento che i suini, per esempio, non erano animali molti sicuri. Pertanto, alla base di queste rigide regole vigevano questioni di clima e salute. Non si mangiano pesci che non abbiano pinne o squame, come i gamberi, perché questi filtrano le impurità del mare. Un ulteriore aspetto interessante da sottolineare è la concezione che nella religione ebraica si ha del rapporto vita/morte. Questi sono due concetti da separare totalmente. «Nella Bibbia – ha sottolineato Campagnano – si legge che “non bisogna cucinare il vitello nel latte di sua madre”, il che vuol dire non mescolare la vita con la morte».

Ha poi fatto notare ancora Campagnano, che l’Ebraismo è tutt’altro che una religione ‘maschilista’: «La donna ha un rapporto privilegiato con Dio. È generatrice di vita. L’uomo ebreo praticante, invece, ha bisogno di ricordarsi sempre “che c’è qualcuno al sopra di lui” per questo deve avere il capo coperto». Pur essendo una religione che non fa immagini della figura umana, un’immagine che ben racchiude lo spirito dell’Ebraismo è quello del candelabro a sette bracci (la Menorah) che rappresentano i giorni della settimana e il braccio centrale rappresenta il sabato. Curioso è anche l’aspetto ‘democratico’ che caratterizza la festività di Channukà: «la Channukia, il candelabro a nove bracci, in un particolare periodo dell’anno viene acceso per otto sere, ponendolo vicino ad una finestra, perché appunto ricorda la festività di Channukà, quando la famiglia dei Maccabei sconfisse la monarchia Siriana dei Seleucidi invasori e ripristinò il Tempio. Per tale ragione si pone in pubblico, per ricordarci che nessun popolo deve prevaricare su un altro». A Napoli, oggi, la presenza di ebrei non è massiccia; se ne contano circa duecento in tutto il Sud Italia e la loro appartenenza è quella di tradizione sefardita.

di Sara Ramondino

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°200
DICEMBRE 2019

ERRATA CORRIGE: versione aggiornata e corretta dell’articolo pubblicato su Magazine Informare N° 200, Dicembre 2019

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