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C’è un giorno nel mese di marzo in cui tutto il mondo, in un coro cantilenante, si ricorda di pronunciare la parola “donna”: mille auguri, mimose, fiori, attenzioni, carezze e baci.

Ventiquattro ore in assenza di misoginia che il 9 marzo torna subito a far parte delle radici di un paese profondamente ipocrita e patriarcale. Ci si chiede in continuazione come mai l’uomo non venga festeggiato, ma la risposta è semplice: l’uomo viene festeggiato quando ottiene il salto di qualità professionale. Quando conquista due donne in un colpo solo e magari riesce pure a scoparsele. Viene apprezzato se fa battute sul sesso debole, perché appare simpatico e dotato di buon umorismo. L’uomo viene giustificato quando insiste dopo aver subito un rifiuto, e viene idolatrato se si prende la briga di fischiare ad una ragazza dal finestrino della macchina credendo di farle un complimento. L’uomo possiede, per strascico culturale, il diritto di deridere una donna perché, per lo stesso strascico culturale, questa è a prescindere stupida, debole e frivola.
L’uomo può zittire, giudicare il valore di una donna da quanto e come si trucca. Paradossalmente, l’uomo viene celebrato anche quando per stalking, stupro, molestie, violenze fisiche, verbali e psicologiche a stento finisce in carcere.
“Stai zitta”, “Sono cose da uomini”, “Come ti sei vestita?”, “Ma hai provato piacere mentre ti violentava?” “Cosa hai fatto affinché lui arrivasse ad alzare le mani?”. Queste sono le domande che seguono al quesito “perché l’uomo non viene festeggiato”.
Nessuno si chiede perché Gessica sia giunta al punto di dover indossare un casco integrale per percorrere il tratto di strada dal parcheggio alla porta di casa sua. Nessuno pensa al fatto che a 23 anni, Giulia sia stata uccisa da suo marito.
Chi è che si chiede se Rosalìa, in trent’anni di matrimonio, avesse potuto pensare che quell’uomo l’avrebbe picchiata per tre giorni, ed uccisa al quarto? Nessuno si chiede perché, dal 9 Marzo del 1973 ad oggi, non ci sia stata una condanna per chi ha stuprato e torturato per ore Franca Rame, solo perché compagna di Dario Fo.
Dopo 25 anni il reato è caduto in prescrizione, e la mancanza di giustizia fa male tanto quanto un pugno nello stomaco. Fa male subire, fa male sopportare, fa ancora più male la sensazione di sentirsi in pericolo di fronte all’uomo. Fa male denunciare.

Tante, troppe storie. Tutte hanno fatto rumore per un paio di giorni al massimo nelle nostre vite; poi finiscono nel dimenticatoio, come fogli di giornale accartocciati. È nostro dovere non accartocciare quei fogli di giornale, ricordare queste storie, perché queste insegnano. In un rigoroso silenzio, raggeliamo di fronte al volto di una donna che non ha alcuna colpa se non quella di essere moglie e madre, se colpa si definisce ciò. La sensazione orribile di essere delle briciole nel piatto di un gigante ci pervade di fronte alla storia di Filomena Lamberti, che nel 2012 è stata sfregiata dal marito, perché voleva separarsi. E doveva pagare anche solo per aver deciso di riprendere in mano la sua vita.

«L’uomo possessivo non accetta mai questa decisione», dice Filomena. «Molte volte ci sono circostanze in cui si è costrette a viver nella violenza, perché si dà priorità ai figli, anche se questo è molto sbagliato.
Pensi che sopportare e andare avanti sia la cosa migliore per loro invece non è così. Mi sentivo una sorvegliata speciale: si lavorava insieme, si usciva insieme ed io non potevo avere neanche contatti con un’amica. Questi uomini hanno la capacità di isolarti da tutto e da tutti, tu nemmeno te ne accorgi. Te ne rendi conto solo quando cerchi aiuto e dall’altra parte non trovi più nessuno. Fu il gesto di mio figlio che mi diede la forza di reagire. Lui lo affrontò, lo mise con le spalle al muro dicendo: “tu da oggi in poi mamma non la tocchi più”.
Lui mi chiedeva sempre quali fossero le mie intenzioni e la mia risposta era sempre decisa: “voglio separarmi da te”. Sembrava consenziente, non mi diede modo di capire di lì a poche ore cosa mi avrebbe fatto.
L’ultimo appuntamento è fatale per la donna perché dall’altra parte è già tutto premeditato. Anch’io credevo di vederlo per chiudere tutto, pensavo fosse finalmente finita.
Fu questione di poche ore: lui venne vicino al letto con una bottiglia di acido solforico, me la versò addosso dicendomi “tiè, vide che te donghe”. Come a dire “questa è la mia punizione per il tuo rifiuto, la mia vendetta, ciò che ti meriti”. Fui subito trasferita al centro ustionati al Cardarelli; un mese in terapia intensiva, prognosi riservata, poi un calvario che è durato quattro anni tra interventi e ricoveri.
Ad oggi, ho subito trenta interventi per ricostruire il possibile, perché l’acido è molto più dannoso del fuoco: penetra, uccide, va in profondità. Non c’è modo di far ricrescere la pelle.
Dico sempre che la mia disgrazia è stata non conoscere “Spazio Donna”, associazione che nasce nel 1978, di cui oggi sono volontaria.

Decisi di voler iniziare a testimoniare affinché le altre donne non commettessero i miei stessi errori: quello di aver sopportato, di non aver mai denunciato. Porto la mia testimonianza dappertutto, nelle scuole principalmente; dico sempre ai giovani che un rapporto si basa sul rispetto, che chiude la porta alla violenza. Credo in loro e dico soprattutto alle donne che non devono sperare: l’uomo violento non cambierà mai. Ci sono ragazze che iniziano a subire violenza e a non percepirla come tale; si comincia con quella verbale e psicologica che ti fa credere che quella sbagliata sei tu. È purtroppo un fatto culturale, la donna deve essere sempre sottomessa all’uomo. Siamo due esseri umani, diversi solo da un punto di vista biologico e questo è un pensiero a cui si dovrebbe essere educati sin da piccoli».

C’è un giorno, nel mese di marzo, in cui le donne si sono stancate di essere festeggiate, perché una mimosa non vale 364 giorni di silenzio.

I DATI E IL PARERE DELLA COMMISSIONE

«I numeri delle denunce sono molto bassi perché c’è paura, c’è omertà e si ha timore di ritorsioni dalla persona che si ha accanto. Ci sono tanti centri antiviolenza, rivolgetevi a questi centri.
Non bisogna tirarsi indietro, avere paura, perché la paura può anche portare alla morte.
Solo chi ha vissuto la violenza può essere voce per le altre donne… questo è il mio impegno, e dovrebbe esserlo per tutte». Una donna su tre in Italia ha subito una qualche forma di violenza nell’arco della propria vita, ma soltanto il 10% la denuncia. «Un fenomeno difficile da intercettare e fotografare, perché presenta sacche di sommerso enormi. Fondamentale, inoltre, è verificare gli strumenti normativi oggi previsti, che sono operativi e che servono per combattere la violenza.
Bisogna capire se sono adeguati, e soprattutto se vengono utilizzati a pieno, in maniera uniforme e nel modo corretto: parliamo delle misure di protezione e di tutela verso le donne che sporgono denuncia, ma anche dei progetti educativi e degli strumenti previsti dai piani antiviolenza», ha dichiarato Valeria Valente, Presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio. Uno strumento, quest’ultimo, al servizio del Parlamento che deve indicare la strada per rendere omogenea la legislazione, ampliatasi nel tempo risultando dispersiva in alcuni punti. «Stiamo facendo un lavoro di monitoraggio delle strutture di assistenza, delle norme e della loro applicazione nei tribunali, oltre che di approfondimento attraverso le audizioni dei soggetti interessati. L’obiettivo è far diventare la Commissione sul femminicidio un punto di osservazione avanzato sul fenomeno e un riferimento per tutti coloro che lo combattono ogni giorno».
Nel nostro Paese, infatti, sfumata l’attenzione sul caso che occupa le prime pagine dei giornali, il tema passa in secondo piano.

«È un errore grave, perché proprio i casi più cruenti di violenza contro le donne dimostrano che essi hanno questo esito dopo una prolungata vicenda di violenza.
Nessun femminicidio è il frutto di un raptus improvviso e imprevedibile, anche la violenza più efferata ha avuto precedenti magari meno aggressivi e meno evidenti». Il vero obiettivo deve essere riuscire a intercettare in tempo questi episodi; contro la violenza sulle donne, in questi anni, la Commissione ha costruito strumenti repressivi forti, che però faticano a sconfiggerla. Tant’è che i reati contro le donne restano gli unici reati violenti in Italia a non conoscere crisi.
«Il solo modo per incidere in profondità è, e resta, quello di costruire una risposta complessa che prenda atto del fatto che pene più severe già ci sono e non bastano, che non basta gridare all’emergenza a favore di telecamere, ma serve incidere principalmente su educazione e prevenzione, quindi superando stereotipi e pregiudizi». Costruire una rete solida tra università, professioni, magistratura e forze dell’ordine, per fare sì che sempre di più si diffondano moduli e pratiche condivise, ha fatto sì che alcuni passi avanti venissero fatti. A questo risultato danno un contributo decisivo tutti i soggetti a partire dai centri antiviolenza e dalle tante associazioni che sono un punto di riferimento fondamentale per le donne. Su quest’aspetto però, c’è grande difficoltà.

«Costruire una programmazione stabile dei soggetti che operano nell’assistenza, come i centri antiviolenza, necessita della certezza dei finanziamenti pubblici.
Inoltre, c’è il tema delle conseguenze negative che possono derivare dal contatto tra la vittima e il sistema delle istituzioni. Sappiamo che un tema è quello delle consulenze tecniche nei tribunali e della loro scelta. La Commissione sta svolgendo un approfondimento specifico su questo, i cui risultati arriveranno, con l’obiettivo di restituire una descrizione approfondita di quello che avviene nella realtà dei tribunali italiani e per offrire proposte efficaci».

di Daniela Russo, Carmelina D’aniello, Giovanna Cirillo

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°203
MARZO 2020

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