Durante il lockdown sono state 5.031 le telefonate valide al 1522, il 73% in più sullo stesso periodo del 2019. Secondo l’Istat, le vittime che in questi mesi hanno chiesto aiuto sono 2.013 (+59%): questo, precisano dall’Istituto, non è necessariamente sinonimo di maggiore violenza, ma di efficace sensibilizzazione.

Ali Libere 1522“, infatti, è una delle iniziative di sensibilizzazione avviate durante il periodo del lockdown per supportare le donne vittime di violenza domestica. Abbiamo intervistato una delle loro fondatrici, Noemi Sammartino, che ci ha raccontato la genesi del progetto.

Come e quando nasce il progetto “Ali Libere 1522”? 

«Il progetto “ali libere 1522” nasce durante il periodo di quarantena, una mattina mi sono svegliata e ho deciso di aiutare il prossimo. Mi batterò sempre perché la violenza contro le donne, che sia psicologica, fisica, all’interno delle mura domestiche, al lavoro, ovunque, da chi pensavi ti proteggesse e ti amasse, venga eliminata. Aiutare gli altri mi rende felice».

Come ha influito il lockdown sul fenomeno degli abusi e delle violenze? 

«Durante il lockdown è aumentata la violenza sulle donne, in 9 settimane di quarantena 11 donne sono state uccise. Si chiamavano Larisa, Barbara, Bruna, Rossella, Lorena, Gina, Viviana, Maria Angela, Alessandra, Marisa, Susy. Per loro la casa è stata una trappola mortale».

Qual è stata la storia che più vi ha dato la motivazione per fondare il centro antiviolenza? 

«La storia di Lorena Quaranta, una giovane studentessa di 27 anni di Favara, in provincia di Agrigento. Una ragazza che aveva tutta la vita davanti, uccisa dall’uomo che diceva di amarla. L’amore non è pianto, sottomissione o sofferenza, ma qualcosa che deve farti stare bene».

Nel team operativo di “Ali libere 1522“, c’è anche MariaTeresa Meli, avvocato e consulente dell’associazione, che si occupa di prestare assistenza legale alle donne che si rivolgono al centro. L’abbiamo intervistata per conoscere i numeri delle donne che si sono rivolte all’associazione e in che modo quest’ultimo viene incontro alle richieste delle vittime.

Come si struttura il supporto legale alla donna che si rivolge ad “Ali Libere 1522”? 

«L’associazione si pone come scopo principale quello di fornire assistenza e supporto psicologico e legale a tutte quelle persone che vivono in un contesto familiare violento. In particolare sotto il profilo legale, la vittima verrà affiancata ed assistita dalla fase che va dalla prospettazione alle autorità giudiziarie della situazione in cui vivono, fino alla successiva fase ed eventuale fase del processo. Ove necessario viene valutata la possibilità di collocare la vittima in case famiglia o rifugio segreto. Queste sono valutazioni che vengono fatte in base alla specifica situazione di ognuno. Ogni storia è diversa dalle altre!».

Quante sono le denunce ricevute finora? C’è maggiore consapevolezza per le donne circa il tema della violenza di genere?

«Le denunce ad oggi formalizzate non sono molte, ma le richieste di aiuto pervenute sono tante. Il periodo di lookdawun ha acuito maggiormente un fenomeno già molto presente nel nostro territorio. Oggi c’è maggiore consapevolezza e maggiore informazione, e noi stiamo puntando su questo. Abbiamo fatto molto ma ancora abbiamo tanto da costruire».

Qual è il messaggio che lanciate alle donne vittime di violenza?

«Un messaggio che mi sento di inoltrare a tutte quelle persone che vivono  in un contesto violento fisico o psicologico  è quello di chiedere aiuto e di farlo prima che sia troppo tardi. La richiesta di aiuto spesso può essere un monito per mettere l’autore della violenza nelle condizioni di tirare remi in barca e correggere il suo atteggiamento. Non denunciare può significare avallare, giustificare un atteggiamento sbagliato di chi usa violenza. Pertanto dico non abbiate paura di chiedere aiuto; noi siamo qui per ascoltarvi e poi insieme scegliere quello che è più opportuno, più giusto più proficuo da fare. Chiedere aiuto non vuol dire esclusivamente denunciare: si può riuscire ad uscire dal tunnel della violenza anche senza arrivare alla denuncia».

di Carmelina D’aniello

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