Stessa città, due diverse pandemie: un ponte tra covid e peste

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La pandemia dovuta al Covid-19 ormai imperversa da più di un anno e Napoli, così come il resto del mondo, ne porta le ferite. Tuttavia, se si dà uno sguardo al passato ci si rende presto conto che questa non è la prima volta che una malattia sconvolge le vite dei napoletani.

Una delle mostre virtuali, messe a disposizione dall’Archivio Storico di Napoli, illustra proprio come si possano trovare notevoli analogie tra l’attuale situazione pandemica e l’epidemia di peste che tra il 1656 e il 1658 pervase il regno di Napoli.

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Nella primavera del 2020 abbiamo dovuto affrontare il primo lockdown, mentre nella primavera di quattro secoli fa, precisamente nel maggio del 1656, i nostri antenati assistettero all’inizio della diffusione della peste bubbonica. Anche se le due malattie sono molto differenti da un punto di vista scientifico, le reazioni del popolo, le dinamiche politiche e i comportamenti dell’autorità presentano delle notevoli somiglianze. Proprio quando iniziò la diffusione del contagio, infatti, il Consiglio Collaterale, ovvero l’organo di magistratura più alto in quel periodo che assisteva il Viceré nell’azione di governo, ordinò di scrivere alle Piazze napoletane affinché questi dessero mandato ai medici di individuare i malati che avessero necessità di essere portati altrove. Anche se ai giorni d’oggi quest’organo non esiste più, e l’attuale governo si trova a dover gestire una popolazione e un territorio molto più vasto di quello del Regno di Napoli, anche allo scoppio dell’epidemia del SARS Covid-19 si è cercato di trovare al più presto una cura e di isolare i malati. Pur non conoscendo la natura del contagio, le raccomandazioni del Collaterale date alla popolazione furono pressoché simili a quelle che il Governo ci ha dato, ovvero: limitare i contatti con gli altri, separare i malati dai sani, portando i primi a San Gennaro dei poveri, e in determinate condizione guarire gli infetti nelle proprie case senza però avere contatti con nessuno. Mentre nel 1656 i malati erano mandati a San Gennaro dei poveri, nel 2020 erano mandati, e lo sono tutt’ora, al Cotugno.

Le autorità, proprio come oggi, tentarono di arginare i contatti tra le persone, come dimostra una lettera di Francesco Gaetani, duca di Sermoneta e principe di Caserta, indirizzata al Marchese di Matonti, presidente del Sacro Regio Consiglio. In questa lettera il duca denuncia al Sacro Regio Consiglio spostamenti non autorizzati di persone dal Comune di Napoli verso quello di Caserta, senza il rispetto dell’obbligatoria quarantena. Tutto ciò ci ricorda gli obblighi della zona rossa (e non solo): le autocertificazioni, l’impossibilità di spostarci tra comuni e regioni diverse, l’obbligo di quarantena in caso di contatto con un positivo e così via. Ovviamente era molto più difficile all’epoca controllare che le norme precauzionali fossero rispettate e così il contagio si diffuse rapidamente causando gravissimi danni demografici ed economici. Il tasso di mortalità, infatti, secondo i calcoli della prof.ssa Fusco, era compreso tra il 20%-30%, determinando in questo modo un crollo demografico. I lavoratori venivano a mancare, mentre le tasse continuavano a salire. Sempre più Comuni, si rivolgevano al Collaterale per chiedere uno sgravio fiscale. Ad esempio, come testimoniato da una lettera custodita negli Archivi Storici di Napoli, gli abitanti dell’Università di Lauro, chiesero di beneficiare di uno sgravio di un quarto per il periodo che andava dal primo maggio 1657 fino all’agosto del 1658. La richiesta fu accolta. Anche oggi i lavoratori, soprattutto quelli dei settori più danneggiati, come quello turistico, alberghiero e di ristorazione, chiedono agevolazioni fiscali, oltre a ristori economici.

Ovviamente l’efficacia di questi aiuti economici dipende dalla situazione in cui versavano le aziende ad inizio pandemia.
Quindi, così come nel ‘600, la situazione d’emergenza in cui ci troviamo ha portato a una crisi molto difficile da arginare. Napoli fu la prima città a essere vittima della peste, ma anche la prima a liberarsene. L’8 dicembre del 1656, infatti, le autorità dichiararono estinta la calamità, mentre nel Meridione la peste continuò a imperversare per altri due anni. Chissà magari a distanza di secoli la storia si ripeterà e sarà ancora una volta Napoli a uscire per prima dalla pandemia.

di Claudia Tramaglino

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°217 MAGGIO 2021

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