“Stesa a mano”: la denuncia dell’artista e attivista Maria Cammarota

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Al MAC3 di Caserta esposta l’opera “Stesa a mano” del 2019

Tra le opere esposte al MAC di Caserta siamo rimasti molto colpiti da “Stesa a mano” di Maria Cammarota, una giovane artista/attivista che ha avuto il coraggio di tradurre in arte una denuncia su una delle violenze più diffuse esercitate dai criminali: la richiesta estorsiva attraverso la minaccia armata.
In questo caso, il luogo dell’accaduto è una pizzeria al centro di Napoli. Di seguito, riportiamo il pensiero e la descrizione dell’opera da parte dell’artista:
“Spesso mi ritrovo a pensare all’arte come “riparatore” della vita e delle sue incoerenze. Ma la vita è mai stata coerente?
Credo che l’arte abbia una funzione divulgativa e una vocazione pedagogica. Ma l’arte non è fatta per mettere ordine nel caos. Non si tratta di dover rispondere a domande, ma di farne altre nuove e sempre più stimolanti.

Quando ero più piccola percepivo le mafie come un qualcosa di lontano, pur vivendo in un ambiente con un alto tasso di criminalità, in cui molto forte è la presenza non solo della criminalità comune, ma anche di quella camorristica. È inquietante come alla fine ci si abitua alla vista dello spaccio, del negozio del vicino di casa che viene incendiato più volte, perché i proprietari sono coinvolti in malaffari o perché si sono rifiutati di pagare il pizzo.
Quando finalmente sono riuscita ad aprire gli occhi, ho cominciato ad indignarmi, ma anche a pensare che le cose possono andare diversamente, ed impegnarmi per fare in modo che ciò accada.

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È fondamentale innanzitutto conoscere l’ambiente economico, sociale e culturale in cui viviamo. L’arte può fare molto nella lotta alla criminalità organizzata: più se ne parla più c’è la possibilità di riuscire ad analizzare lo sviluppo delle dinamiche mafiose e delle strategie di contrasto, per ostacolare un’indifferenza che genera oblio, che continua a “uccidere” ogni giorno chi è stato privato anche della vita dalla violenza mafiosa.
Sono “un’artista attivista”, impegnata nel sociale da ormai molti anni, e credo di essere lontana dall’illusione che quando la vita diventa “difficile”, arrivi l’arte a “risolvere il problema”. La mia ricerca artistica è basata principalmente su temi sociali, spesso legati al territorio in cui vivo.
Storicamente, la mafia ha trovato i suoi punti di forza nell’invisibilità materiale, ovvero nell’idea secondo cui la “mafia non esiste”, e nell’invisibilità concettuale, ovvero l’incapacità di distinguerla da altre forme di criminalità comuni o dal clientelismo. Perciò decido spesso di giocare con questi temi attraverso i concetti di “invisibilità” e “vuoto”.
Riconoscere il valore dell’omissione significa cercarne il senso. Non dire al fine di dire. Il vuoto non è sempre solo nulla, assenza totale. In tante circostanze esso è segno di qualcosa che non c’è perché non c’è mai stato, che vorremmo ci fosse oppure sentiamo che ci dovrebbe essere. Le parole ci mancano spesso, mancano perché sono scomode, perché ricercano chiarezza, la volontà di esprimere un qualcosa e la possibilità che quel qualcosa venga poi frainteso. E allora spesso scegliamo di lasciar stare. Oppure possiamo scegliere di parlarne, di alzare la voce e il mio modo di farlo, quello che mi riesce meglio, è attraverso l’Arte.
L’opera in esposizione è stata realizzata nel 2019, riproducendo con dei calchi gli spari che hanno colpito la serranda di una pizzeria del centro storico di Napoli; le foto documentano le impronte lasciate dai proiettili. “Stesa a mano”, realizzata poco dopo l’accaduto, vuole essere un invito a convogliare l’attenzione verso quanto viene lasciato spesso ai margini, risultando invisibile.
Nelle faide tra i clan di camorra rientrano anche dinamiche di racket e minacce a celebri locali e pizzerie del centro storico di Napoli. Nel 2019 la sfida per il predominio del territorio vede protagonista i Decumani e la faida tra il sodalizio dei Sibillo e quello dei Mazzarella, che si contendevano anche le pizzerie della zona.
Le notizie di cronaca relative, girano prettamente intorno ai nomi di due celebri pizzerie napoletane, una colpita con spari, l’altra con una bomba.
Nel quartiere Forcella, invece, quattro spari alla serranda di una pizzeria meno nota non fanno alcun rumore.

Il proprietario della pizzeria in questione, minacciato dalla camorra, sembra essere con la sua attività invisibile agli occhi di tutti. Mario, che nel 2019 ha avuto il coraggio di denunciare l’atto intimidatorio, è stato abbandonato dalle autorità locali, anche successivamente all’accaduto.
Il suo coraggio e la sua caparbietà − che dovrebbero essere da esempio − non hanno reso giustizia alla sua pizzeria, che rischia di continuare a rimanere invisibile. Nell’ultimo anno, Mario è diventato latitante.

È accaduto dopo l’ennesima minaccia di pagare il pizzo da parte di un nuovo clan del quartiere Sanità, giunta a seguito dello svolgimento di lavori di ristrutturazione del locale; Mario ha denunciato nuovamente, ma in mancanza di protezione è dovuto scappare con la propria famiglia.
Non ha avuto scelta. La pandemia causata da Covid-19, dopotutto, non ha fatto altro che peggiorare la situazione, offrendo ai clan nuove occasioni di fare business e di raccogliere consensi.
Gli affari, la camorra, prova a realizzarli puntando alle imprese attualmente in difficoltà, costrette temporaneamente a chiudere o a ridimensionare le proprie attività. Quanto ai consensi, li ottiene comprando la paura, la disperazione e la solitudine della gente, a poco prezzo”.

di Angelo Morlando

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE 

N° 219 – LUGLIO 2021

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