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Stalking: quando è possibile utilizzare gli screenshots dei messaggi sul cellulare della vittima

Davide Daverio 18/01/2023
Updated 2023/01/18 at 12:06 PM
4 Minuti per la lettura

Il reato di stalking si configura quando vengono compiuti e reiterati, nei confronti di una o più vittime, atti persecutori di varia natura. Numerose sono le sentenze che configurano come atto persecutorio il ripetersi di telefonate o messaggi a sfondo più o meno minaccioso, oppure la costante e ripetuta presenza dello stalker fuori dall’abitazione della vittima, il pedinamento, etc.

Stalking: è possibile utilizzare gli screenshots dei messaggi?

Siamo nell’era digitale e ormai anche le modalità di stalking sono mutate rispetto a quando queste condotte sono state qualificate come fattispecie di reato dalla legge. Gli stalkers ormai cercano di sfruttare a loro vantaggio tutti i mezzi tecnologici a disposizione. Ma allora, come facciamo a provare di essere vittime di stalking? I messaggi o le chiamate che riceviamo ripetutamente sullo smartphone posso essere ritenute prove della commissione del reato? La quinta sezione penale della Corte di Cassazione si è pronunciata proprio in merito alla modalità di acquisizione degli screenshots dei messaggi comparsi sul cellulare della vittima.

Il caso

Il caso prende le mosse dal fatto che la Corte di Appello di Genova, in parziale riforma della sentenza di primo grado, condannava a sei mesi di reclusione un soggetto accusato del reato di stalking. L’imputato ricorreva per cassazione sostenendo che gli screenshots sul cellulare della vittima erano stati acquisiti come prova in violazione della legge sull’obbligo di adottare modalità acquisitive idonee a garantire la conformità dei dati informatici recepiti a quelli originali.

Secondo la Cassazione (sentenza 40322/2022) “l’estrazione di dati archiviati in un supporto informatico, quale è la memoria di un telefono, non costituisce accertamento tecnico irripetibile e ciò neppure dopo l’entrata in vigore della legge 18 marzo 2008, n. 48, che ha introdotto unicamente l’obbligo di adottare modalità acquisitive idonee a garantire la conformità dei dati informatici recepiti a quelli originali, con la conseguenza che né la mancata adozione di tali modalità, né, a monte, la mancata interlocuzione delle parti al riguardo comportano l’inutilizzabilità dei risultati probatori acquisiti, ferma la necessità di valutare, in concreto, la sussistenza di eventuali alterazioni dei dati originali e la corrispondenza ad essi di quelli estratti.

A parere dei giudici di legittimità “solo in caso di mancato rispetto dei protocolli tecnici di comportamento, possono derivare effetti sull’attendibilità della prova in conseguenza dell’accertamento male eseguito”.

Un ulteriore elemento che ha portato la Cassazione al rigetto del ricorso dell’imputato, è rappresentato dal fatto che la locale Corte di Appello aveva già ritenuto di attribuire all’imputato non solo la provenienza dei messaggi vocali (riconosciuti dalla vittima), ma anche il fatto che il profilo e l’immagine dell’imputato erano presenti in tutti i messaggi inoltrati.

Per tali motivi la Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell’imputato condannandolo al pagamento delle spese processuali oltre al versamento alla cassa delle Ammende della somma di euro tremila.

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