Franco Impellizzeri: sport, ricerca e istruzione

Franco Impellizzeri

Franco Impellizzeri: «In Italia tra grandi eccellenze ci sono troppe mediocrità»

Chi è Franco Impellizzeri?

Diplomato ISEF prima, Laureato in Scienze Motorie dopo ed infine Dottorato di Ricerca in Norvegia. 20 anni di ricerca in sport science e dal 2007 anche in ambito clinico-ortopedico presso la Schulthess Clinic di Zurigo dove lavora tutt’ora. Oltre alla ricerca, ha seguito come preparatore atleti professionisti e di elite di vari sport incluso recentemente la Nazionale Svizzera di Scherma fino alle Olimpiadi di Rio De Janeiro. Circa 150 pubblicazioni scientifiche. Docente a contratto per varie Università tra cui Università di Verona prima facoltà Italiana nei ranking internazionali nella categoria sport science. Ha collaborato come consulente scientifico per Federazioni e per il centro ricerche della FIFA (F-MARC). Un passato nella Nazionale Italiana di Tae Kwon Do ma anche appassionato di fitness e body building. Formalmente scettico (membro della Skeptics Society).

 

Istruzione ed università

Come giudichi la scuola (dall’elementari agli istituti superiori) ed il sistema scolastico italiano? Negli ultimi anni abbiamo visto alternarsi riforme su riforme, con ogni governo che sentiva la necessità di lasciare il segno sulla scuola a modo proprio. Il sistema scolastico italiano è adeguato a formare i giovani ad affrontare lavoro e vita nel presente e soprattutto nel futuro che ci attende, o lo trovi anacronistico?
«Io sono molto critico sul sistema educativo, ma non per partito preso, semplicemente perché riconosco il ruolo importante della scuola ovvero il compito importante di formare le nuove generazioni da cui potrà arrivare il cambiamento ed il miglioramento. La mia generazione (se qualcuno non se ne fosse accorto) ha fallito. Dobbiamo investire e sperare in quelle future. Come diceva Nelson Mandela: “L’ istruzione e la formazione sono le armi più potenti che si possono utilizzare per cambiare il mondo”. Quando si parla di scuola ed istruzione si finisce sempre in discussioni a sfondo “sindacale”. Se si vuole invece discutere di contenuti e di “sistema” viene sempre ribadito che “non è così male” e sembra che dare un aumento di stipendio a qualcuno possa bastare per sistemare tutto. Premesso che condivido che gli insegnanti siano poco pagati, anche a livello Universitario nonostante quello che si pensi (se si escludono le “vecchie” generazioni), non credo si possa parlare di stipendi senza affrontare il problema delle competenze, della selezione dei docenti oltre che di tutta la struttura e processo educativo. Sono tutti punti critici che vanno affrontati e migliorati senza pregiudizi o difese di categorie. Aggiornamenti seri e formazione sono condizioni indispensabili per riformare la scuola. Questo vuol dire anche formatori adeguati e aggiornati secondo elevati standard qualitativi. Inoltre la mia esperienza (ma almeno questo è condiviso) è che la scuola Italiana sia molto nozionistica a differenza di altre realtà estere che sono più incentrare sull’elaborazione delle informazioni (vedi sistema anglosassone o scandinavo). Non dico che occorra cambiare completamente direzione (un po’ di nozioni di certo non guastano) ma di certo un qualche cambiamento in questo senso è necessario. L’emergere di una popolazione sempre più soggetta a credere ai complotti, pseudoscienze, approcci alternativi e cose simili è esemplificativa di questa mancanza, a cui tra l’altro non possono sopperire neanche le corrette informazioni se uno non sa distinguerle da quelle sbagliate. Il problema è che le riforme sono sempre state un compromesso al ribasso (troppo), ma non ci potrà mai essere una riforma vera senza toccare qualche diritto acquisito. Un po’ troppo lontano dalla nostra cultura quindi non sono ottimista, perché il cambiamento può solo arrivare dalla nostra rinuncia di diritti acquisiti».

Avendo tu esperienza da studente, da ricercatore, da docente e da relatore sia in Italia ma soprattutto internazionale, quale idea ti sei fatto dell’attuale sistema d’istruzione ed universitario italiano? Quali sono i punti di forza e quelli deboli del sistema italiano, cosa dovremmo assorbire dai sistemi esteri?
«Uno dei nostri punti di forza è paradossalmente la conseguenza dei punti deboli. Ovvero la necessità di sopravvivere nella giungla (che vuol anche dire fare ricerca con poche risorse ad esempio) crea eccellenze, ma sono estremi di una distribuzione che ha al centro la mediocrità. Inoltre, la beffa è che spesso dopo soldi spesi per creare queste eccellenze le mandiamo a produrre altrove, e non mi riferisco al fatto che uno vada all’estero che è normale, ma che non ritorni. Ultimamente da questo punto di vista qualcosa in più si è fatto ad esempio con sgravi fiscali per chi rientra o entra dall’estero nel sistema Universitario Italiano. Ottima iniziativa, ma non basta. Poi per ricollegarmi al discorso sopra, abbiamo un’educazione troppo nozionistica che tra l’altro secondo me non è stata una cosa cercata ma semplicemente una conseguenza del sistema: in altre parole è solo più facile! L’Università è sempre stato un sistema autoreferenziale e questo non favorisce il miglioramento o il rinnovamento. Detto questo nel nostro sistema “baronale” conosco docenti incredibili che se fossero messi nelle condizioni di lavorare senza sottostare a duemila compromessi farebbero veramente grandi cose, ed in parte lo fanno. Come ho sempre detto nutro stima e rispetto per tutti coloro che riescono ad emergere grazie alle proprie capacità nonostante un sistema che non ti agevola. Io sono sempre stato per sistemi competitivi con poche regole essenziali (sufficienti per mantenere un sistema equilibrato), e che poi vinca il migliore anche a livello educativo. Dare a soldi “a prescindere” non funziona. Le eccessive tutele o le tutele di diritti acquisiti “per usucapione” hanno causato le aberrazioni di oggi in tutta la società, per come la vedo io. In altre parole, tolte poche realtà, vedo un sistema vecchio e lento, quindi non in grado di stare al passo con i tempi. Sopravviviamo grazie alla nostra innata capacità di arrangiarci. Non è poi questione di copiare i sistemi di altri, è solo questione di renderci conto che dobbiamo migliorare senza nascondere la testa nella sabbia. Continuare a dire ad esempio che siamo indietro nelle classifiche internazionali perché sono le classifiche ad essere fatte male o sbagliate vuol dire far finta di non vedere che abbiamo un problema. È la riproposizione della favola della volpe e dell’uva. Io critico il sistema Universitario ma per lo meno ho vinto un concorso da Associato e rifiutato la chiamata. Quindi non posso essere la volpe, giusto per essere chiari».

Parlando di lavoro e ricerca, gli ultimi dati indicano come in Italia sia in corso una vera e proprio corsa all’emigrazione, soprattutto di laureati e persone altamente “skilled” con educazione e studi superiori: dal Sud si emigra prima al Nord e poi all’estero, dal Nord si emigra all’estero, alla ricerca di maggior meritocrazia, maggior valorizzazione delle proprie competenze e professionalità sia a livello di soddisfazione professionale sia di retribuzione economica.
«Ovunque ci sia crisi economica c’è emigrazione, è normale. Ma si torna ad un punto della domanda precedente. Abbiamo eccellenze e poi le perdiamo, e spesso per sempre. E le perdiamo in modi che solo la creatività Italiana sa fare; un esempio su tutti quella della ricercatrice Ilaria Di Capua! Ma sul discorso emigrazione aggiungo una cosa che mi tocca da vicino perché una considerazione che ha condizionato delle mie scelte. Non si tratta solo di cercare un lavoro adeguato, ma anche di avere o dare prospettive magari ai figli. È quella sensazione di essere con le spalle al muro e non vedere via di uscita che ti fa vivere male. E ti fa stare ancora più male se non vedi la via di uscita per chi ti sta a cuore più di te stesso. Alla fine una via di uscita c’è sempre ma vivere con quell’ansia non è facile. Conosco molti che pur avendo posizioni lavorative buone se ne sono andati per questo motivo. Però vorrei anche ricordare che quando si va in un sistema più meritocratico occorre rendersi conto che se non hai i requisiti e le capacità necessarie non puoi raggiungere certe posizioni. Non si possono pretendere posizioni per titolo. E soprattutto non si può pretendere di trovare all’estero le cose che ci sono in Italia o che siano gli altri ad adattarsi a noi. A me i lagnoni o i critici a prescindere non sono mai piaciuti ed è una mentalità tipica che riflette un certo “provincialismo”. Io mi sono sempre adeguato al loro modo di vivere e ragionare. Non giudico sistemi diversi dal mio. È semplicemente il loro. Può piacere o no. Se non piace si può abbandonarlo. Anche all’estero non sono tutte rose e fiori e non è tutto è perfetto, anzi. Ma la differenza è che da loro è un qualcosa che capita, da noi è la prassi. Solo questa è la differenza».

In Italia si fa poca ricerca, con pochi fondi e le aziende private che cercano di portare avanti importanti progetti di ricerca e sviluppo spesso devono affrontare un’ingente burocrazia ed una pesantissima tassazione che ne tarpa le ali. Qual è il tuo punto di vista sulla situazione? La situazione è negativa come appare o leggendo meglio i dati è più rosea di quel che sembra? Quali potrebbero essere eventuali manovre per migliorare la situazione? È solo un discorso di economia o la politica e la cultura e mentalità dell’italia e degli italiani gioca un ruolo chiave in tutto ciò?
«Hai già di fatto dato la risposta. È un problema puramente politico e culturale (trovo spesso difficile separare i due termini). L’Italia, forse molti lo ignorano, è una delle maggiori potenze economiche al mondo. In linea puramente teorica avremmo le risorse per fare tutto. Il problema però è il debito pubblico ed è inutile che si faccia finta di non averlo o che sia un problema marginale o che sia colpa dell’Europa o della Germania. La realtà è che è puramente colpa nostra. Adesso sta a noi e non agli altri trovare una soluzione. La ricerca ha un ruolo fondamentale perché il rilancio di una nazione si ottiene evolvendo e migliorando, ovvero attraverso la ricerca. L’Italia non ha mai avuto una visione in questo senso e basta vedere quanto investiamo in percentuale del PIL in ricerca. Quindi c’è un problema culturale prima e politico dopo. Ma stanziare più finanziamenti a questo punto non può bastare se non viene garantito un sistema di erogazione basato sul merito e bravura, piuttosto che soldi dati a non a pioggia seguendo logiche “elettorali” o simili. Per questo io sarei contrario ad erogare più fondi in assenza di nuovi criteri oggettivi, trasparenti ed equilibrati. Più fondi e migliori criteri di assegnazione dovrebbero andare di pari passo. Certo qualcuno può dire che ci sono istituti o enti che erogano fondi su criteri oggettivi e meritocratici. Non lo metto in dubbio, ma non credo abbia senso stare a guardare il paio di mutande pulite nel cassetto ignorando le altre dieci sporche». 

Le “fake news”, la post verità, la scienza che non è “democratica”, l’analfabetismo funzionale: problemi che sono venuti alla luce violentemente negli ultimi anni catalizzati dall’esplosione dei social media e social network.
Il minimo comune denominatore di tutto ciò sembra una carenza di razionalità e spirito critico nelle persone, che quindi non riescono a filtrare e trovare la giusta chiave di lettura alle informazioni da cui vengono bombardate e ciò fa la fortuna di chi ci guadagna da questo mare di confusione e fragilità cognitiva collettiva. Quanto credi che tutto ciò sia legato all’istruzione ed al sistema scolastico in generale? È qualcosa di “fisiologico” ed inevitabile dato dall’enorme velocità con cui cambiano i mezzi di comunicazione, gli ambienti e la vita quotidiana stessa, oppura si possono “allenare” le persone a far fronte all’incessante ed inevitabile progresso nel modo migliore?
«Senza volere ho risposto sopra. In minima parte credo sia “fisiologico “, ma in gran parte il problema risiede nel sistema scolastico troppo nozionistico e poco propenso a far sviluppare la capacità di ragionare ed avere un pensiero critico e scettico. Il che non vuol dire andare contro tutto oppure non credere in niente, ma ad esempio cercare conferme ed evidenze più oggettive possibili alle affermazioni che ci propongono. Per insegnare questo approccio occorre però un sistema e docenti adeguati (cioè formati per farlo), cosa che onestamente non vedo».

La fiducia nella scienza sembra indebolersi progressivamente negli ultimi tempi, con “complottisti” che urlano agli interessi economici, alla corruzione, come ad esempio nel caso dei Vaccini.
Roberto Burioni propone con la sua massima “la scienza non è democratica” un approccio più autoritario all’informazione scientifica, dove gli esperti sono riconosciuti in quanto tali ed indicano le informazioni corrette e quelle errate supportati dalle fonti e dalla letteratura scientifica, altri criticano questo approccio sostenendo che allontani ancor di più le persone dubbiose dalla scienza. Quale credi sia l’approccio corretto? Come fare a ripristinare la fiducia verso la scienza ed il metodo scientifico senza spaventare o indisporre le persone?
«I problemi sono legati alla natura dell’uomo stesso. Ci sarà sempre qualcuno che sbaglierà o che imbroglierà. La scienza è fatta dagli uomini quindi non è esente da errori (in malafede o buonafede). Il problema è come vengono usati questi errori. Per quanto riguarda la scienza la tendenza di oggi è manipolarli e riutilizzarli il più delle volte per compensare dei disagi psicologici o per creare “mini” sistemi di potere. Questo alimenta la perdita di fiducia nella scienza e scienziati in toto da parte della popolazione. Ma la questione è: hanno le persone la capacità o competenze per decidere autonomamente su alcuni argomenti tipo vaccini, approcci alternativi, nutrizione etc? La risposta è no. A questo si aggiunge la poca conoscenza di cosa sia o come funzioni la scienza in generale cosa che è essenziale, ad esempio, per comprendere l’affidabilità delle fonti ma anche per interpretare correttamente le informazioni. L’approccio di Burioni è vero che può allontanare ancora di più le persone dalla scienza (o meglio coloro che sono già in parte lontani dal pensiero sicentifico), ma io la vedo come una strategia a breve temine per limitare dei danni: al carro armato rappresentato dalla veemenza ed arroganza dei complottisti & company non si può rispondere con il coltello ma ci vuole come minimo un altro carro armato. Vedo Burioni un po’ come il nostro carro armato. Ma questo non basta. Occorre una strategia a medio-lungo termine e quindi torniamo al ruolo centrale della scuola e dell’istruzione che deve aiutare i più giovani a crescere con una capacità di ragionamento e pensiero critico più forti».

Uno storico problema italiano sembra essere la scarsa conoscenza dell’inglese a livelli sufficienti, spesso anche manager, professori universitari e politici stentano con la lingua anglofona. Ciò limita e rende più difficile la possibilità di aggiornarsi costantemente e di avere delle chiavi di lettura più ampie degli eventi.
Credi sia davvero un problema reale? Come lo risolveresti in tal caso?

«Assolutamente ed è un problema reale che ho provato sulla mia pelle quando dopo aver in teoria studiato Inglese per 10 anni nella scuola mi sono trovato all’estero ed in estrema difficoltà. Soluzione? Come al solito occorre migliorare come viene insegnato favorendo oltre che alla grammatica (nozioni) la conversazione, ascolto ed interazione. Chiunque abbia mai avuto a che fare con persone dei paesi del Nord Europa sa bene quanta differenza di preparazione ci sia, imbarazzante. Io sono qua a Zurigo da 10 anni dove la lingua ufficiale è il Tedesco. Parlano quasi tutti bene Inglese, e quel gruppetto del “quasi” è comunque meglio della maggior parte degli Italiani. La mancanza di padronanza dell’Inglese ci rende meno competitivi nel panorama internazionale così come ci ostacola nel fare esperienze all’estero limitando di conseguenza la nostra crescita personale e culturale».

Sport

Quali credi siano le principali differenze nel movimento sportivo tra l’Italia e l’estero? Preparazione atletica, riabilitazione, scouting, programmazione delle competizioni: trovi che l’italia sia al passo con le realtà internazionali? Sono diffusi approcci sufficientemente razionali e scientificamente validi?
«Lo sport ed il sistema sportivo non può essere meglio del contesto in cui nasce. Lo sport Italiano soffre degli stessi problemi del sistema Italia. Punte di eccellenza in mezzo a molta mediocrità. Non parlo di risultati ma di strutture istituzionali e processi di sviluppo controllati. Di tanto in tanto vedo qualche timido accenno a fare qualcosa ma come sempre i compromessi vanificano tutto. Implementare informazioni scientifiche o ancora di più supportare gli staff tecnici con un’attenzione alle ultime novità e conoscenze dipende dalle risorse umane. Queste risorse umane ci sono ma rimangono spesso al di fuori dei contesti istituzionali. E di nuovo frequentemente vanno all’estero. Ma sullo sport sono più ottimista perché vedo una base molto attiva ed attenta. Il livello secondo me continua ad alzarsi. Lo sport, infatti, si porta sempre dietro una caratteristica importante che è la passione. Quindi, a dispetto delle poche soddisfazioni economiche e riconoscimento, c’è una base di allenatori che fa bene il proprio mestiere a prescindere, motivati solamente dalla loro passione. Questa è la forza e debolezza del sistema. Nonostante tutto, qualcosa portiamo sempre a casa grazie a queste persone. Questo qualcosa purtroppo nasconde o fa dimenticare i problemi».

 

Doping e sport

A seguito degli ultimi numerosi scandali di doping nello sport, ad esempio la positività di numerosi atleti alle precedenti olimpiadi del passato decennio i cui campioni sono stati ritestati dopo anni, c’è una crescente disillusione verso lo sport “pulito”. Quanto è diffuso il doping nello sport sia amatoriale che professionistico? Alcuni sostengono che sia “parte del gioco” una delle condizioni fondamentale per tenere in piedi lo spettacolo a cui ormai siamo abituati. È davvero così e soprattutto è giusto così?
«Di doping parlano tutti, e spesso si sentono molti luoghi comuni. Il doping esiste ed è innegabile, ma è anche innegabile come i controlli nell’ultimo decennio, almeno per lo sport professionistico, siano aumentati e tanto. Il fatto che ci siano scandali e atleti “positivi” significa anche che i controlli ci sono e a volte funzionano. Non sto dicendo che non esista il problema, ma non condivido la cultura del sospetto doping dietro ogni performance. Il doping va affrontato senza ipocrisia se si vuole controllare il fenomeno. L’idea poi che il doping sia un problema soprattutto negli sport che muovono molti soldi è sbagliato. È un’aggravante ma non di certo la motivazione principale, altrimenti non si spiegherebbero i molti amatori che si dopano pur vincendo il salame alla gara del paese. Addirittura la mia sensazione, visti i minor controlli, è che sia persino più diffuso a basso che ad alto livello. Per quanto riguarda lo spettacolo vedo spesso contraddizione e incoerenza. Spesso chi si scaglia contro il doping è anche il primo ad esaltarsi per le mega imprese sportive: da un lato vede lo sprinter più veloce del mondo e borbotta che tanto sarà dopato, dall’altro è il primo ad incollarsi allo schermo per vedere qualifiche e finale. Le prestazioni da lasciare “a bocca aperta” sono sicuramente un elemento che crea interesse nel pubblico. La ricerca di queste prestazioni può potenzialmente spingere ancora di più verso pratiche illegali, di fatto per dare allo spettatore quello che vuole. Non dico che l’atleta dopato sia la vittima (sa bene quello che fa di solito), ma di certo non è l’unico colpevole. Ci siamo dentro un po’ tutti per come la vedo io. Ma per rispondere alla tua domanda non me la sento di dire “che fa parte del gioco”, perché io se vedo una finale dei 100 metri non parto dall’assunto che tutti i finalisti siano dopati. Come ho detto sopra può essere uno dei meccanismi che spiega l’inclinazione di qualcuno a tentare pratiche dopanti (o a tollerarle), ma non una regola».

 

Scienze motorie

Attualmente in Italia questo corso di studi ha poco riconoscimento legale, ed un eterno dibattito tra i laureati in SM e i personal trainer “certificati”. Probabilmente però c’è anche una forte confusione su quello che dovrebbero essere gli sbocchi occupazionali del laureato in SM. Come giudichi questo corso di laurea, gli sbocchi occupazionali che porta, consiglieresti ai giovani appassionati di sport che vogliono lavorare in questo campo di intraprendere questo percorso di studi?
«Il corso è secondo me migliorato negli anni ma rimane ancora staccato da alcune realtà lavorative, prima tra tutti l’attività di personal trainer o istruttore di palestra. A SM l’ambito fitness è sempre stato sottovalutato. Anche oggi, solo poche realtà offrono corsi specifici. La maggior parte di chi fa SM vorrebbe un inserimento in ambito sportivo, chinesiologico magari ma di solito non fitness. La palestra e la sala pesi è spesso approcciata come un modo per “fare fuori” le ore di tirocinio od un “passaggio” in attesa di altro. Per questo è facile secondo me trovare laureati o laureandi in palestra non veramente competenti: conseguenza di mancanza di preparazione specifica da un lato e mancanza di passione e vero interesse dall’altro. Questo li rende non competitivi con chi invece la passione ce l’ha e ha spesso e volentieri anche un’esperienza diretta (esperienza) superiore. Qualcuno vorrebbe che nelle palestre ci fossero solo laureati in scienze motorie, ma molti sanno che non sono d’accordo. Per esperienza so che se fosse così non ci sarebbe una preparazione migliore ma anzi un appiattimento poiché sarebbe un mercato assegnato per legge e non conquistato sul campo. A questo aggiungo che a mia conoscenza non c’è una “tutela” di questo tipo neanche nei paesi considerati più avanzati come quelli anglosassoni. La cosa che copierei da loro sono le certificazioni, che non sono pezzi di carta ma esami ben strutturati per verificare e certificare le competenze. Per alcune certificazioni, ad esempio quelle che consentono di lavorare con popolazioni cliniche o speciali, è richiesto una laurea, non necessariamente o specificatamente in sport science (scienze motorie). Se il percorso che uno ha fatto non è di sufficiente qualità non passa la certificazione, quindi sul mercato vengono favoriti i corsi che preparano effettivamente all’esame. Di fatto i corsi non adeguati vengono tagliati fuori o comunque non hanno il peso di una certificazione ACSM o NSCA. Quando dico “conquistato sul campo” faccio l’esempio dello sport dove la maggior parte dei preparatori sono laureati, e non è così perché è stato imposto ma perché il laureato si è contraddistinto e ha occupato una nicchia di mercato. Quello che occorre capire è che non basta una laurea per trovare lavoro che sia di SM o altro. Quindi più che un consiglio do un avvertimento: non fate questo errore! Come in tutto occorre diventare bravi ed è l’arma in più per emergere nel mercato. So bene che ci sono situazioni anche in ambito sportivo in cui si arriva tramite conoscenze (inutile nascondersi dietro un dito), ma anche in una situazione del genere favorire una persona competente è più facile che favorire un incompetente. E comunque nel lungo termine la competenza paga sempre».

 

Giovani e Futuro

Quali consigli daresti ai giovani italiani, in un momento di crisi con la disoccupazione giovanile altissima, rapidi cambiamenti nel mondo del lavoro, tecnologico ed economico, aspettative tradite con percorsi di studio e formazione che non hanno aperto le porte sperate? Quale approccio dovrebbero avere verso la formazione personale, lo studio, il lavoro, le aspettative di vita?
«Intanto dico sempre di cercare le opportunità e le opportunità non si possono trovare fuori casa. Bisogna muoversi e andare a cercarle dove ci sono. Non sto dicendo che bisogna per forza andarsene ma dico che non si può oggi pensare di costruire la propria vita a due passi da casa, a meno di non accontentarsi. È una scelta personale, ma accontentarsi spesso può trasformarsi in frustrazione ed è sicuramente limitante. Ma il mio consiglio è sempre lo stesso, cercare di diventare bravi in qualsiasi cosa si vuol fare. Non vedo altre strade».

Da padre di ragazzi adolescenti, consiglieresti un futuro in Italia ai tuoi figli con le prospettive attuali?
«I miei figli sanno come la penso e ho sempre cercato di far capire loro che il mondo è grande, e sanno anche che non mi piace denigrare o avere paura delle diversità come altri sistemi e culture. Sanno che prima o poi potrei tornare a casa e dire che ci trasferiamo per andare da qualche altra parte che dia loro più opportunità o prospettive. Consiglio un futuro ovunque sia possibile averne uno, se sarà l’Italia ben venga se sarà un altro paese pure». 

Siamo alla fine di questa bella intervista. Hai un aforisma o un messaggio particolare con cui vuoi concludere?
«Per stare in tema con i contenuti sopra chiuderei con una citazione di Martin Luther King: “Siate comunque sempre il meglio di qualsiasi cosa siate”!».

di Domenico Aversano

Tratto da Informare n° 176 Dicembre 2017