Spiagge negate in Campania: tra inquinamento, privatizzazione e sicurezza

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Negli anni abbiamo assistito a una negazione progressiva delle spiagge dovuta a fenomeni di antropizzazione come abusivismo edilizio o presenze portuali eccessive, accanto all’inquinamento che soffoca la nostra costa rendendo molte spiagge (ben 26km di costa sabbiosanon più fruibili per attività balneari. Basti pensare alle bombe ecologiche del Sarnodel Litorale Domiziodella costa orientale di Napoli: un potenziale enorme affogato tra i rifiuti. Le poche aree ancora fruibili sono sempre più nelle mani dei privatisenza che nessuno si occupi di monitorare questo processo. Tutto naturalmente a spese delle fasce economicamente più deboli, relegate alla “serie B”. 

Secondo il rapporto Legambiente in Campania il 68% delle spiagge sono occupate da stabilimenti balneari, campeggi, circoli sportivi e complessi turistici, percentuale tra le più alte in Italia (solo dopo l’Emilia-Romagna e la Liguria). 

Tutto in regola data l’assenza di riferimenti normativi nazionali – a differenza degli altri paesi europei – e una legge regionale che fissa solo al 20% la quota di spiagge da mantenere libere per l’accesso di tuttiPercentuale bassissima (la più bassa in Italia), considerando che il litorale è un bene comune a cui tutti hanno il diritto di accedere e che lo Stato dovrebbe impegnarsi a “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale” che limitano di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini” (Articolo 3, Costituzione italiana). 

A questa situazione si è aggiunta la vicenda del Covid che non ha tardato, anche in questo casoad amplificare le disuguaglianze esistenti. Durante l’emergenza abbiamo visto il diritto alla salute entrare in competizione con il diritto al lavoro o il diritto alla casa. Bastava aspettare l’estate per vedere un ulteriore diritto entrare nel mare dei diritti negatiL’accesso al mare e alle spiagge 

Come previsto, i prezzi negli stabilimenti privati, un po’ per far fronte ai maggiori costi legati alla sicurezza e alla sanificazione delle strutture, un po’ per le minori entrate dovute agli ingressi ridottisono aumentati del 30/40%Ma il problema più serio riguarda le spiagge pubbliche. Con l’ordinanza n.56 a firma del presidente Vincenzo De Luca, la Regione Campania ha lasciato mano libera ai comuni sulla gestione e la regolamentazione degli accessi alle spiagge libereAlcuni comuni, in varie zone della costiera amalfitana e della penisola sorrentina, hanno ben pensato di sfruttare le misure restrittive per privatizzare le spiagge libere, allargando le concessioni ai gestori privati, installando recinzioni e cancelli, introducendo il pagamento di pedaggi (fino a 10 euro) o riservando l’accesso ai soli residentiUn vero e proprio paradosso.  

«Con la scusa del Covid, le amministrazioni comunali stanno privatizzando varie zone del litorale, impedendone la fruibilità soprattutto agli “stranieri”. Il sistema della prenotazione è comprensibile per evitare assembramenti e contenere il contagio, ma non si può fare cassa sulle spalle dei cittadini e impedire alla gente di usufruire di un diritto sacrosanto che è l’accesso alle spiagge e al mare. La spiaggia è di tutti» – dichiara Francesco Emilio Borrelli, Consigliere regionale dei Verdi. 

Si è parlato di una soluzione “temporanea”, in grado di dare un po’ di conforto ai Comuni nella gestione delle spiagge e la possibilità per i gestori privati di recuperare gli spaziAnche se una volta iniziati gli investimenti e instaurata la proficua collaborazione, è probabile che non si torni più indietro. Il rischio, con la scusa del distanziamento sociale e come al solito della “sicurezza”, è quello di emarginare quella fetta (ancora più ampia dopo il Coviddi popolazione economicamente più fragile.  

Un ulteriore atto all’italiana di deresponsabilizzazione degli enti locali che “se ne lavano le mani” togliendo un bene comune alla collettività e vendendolo ai privati piuttosto che mobilitarsi per garantire un accesso controllato e una permanenza sicura sulle spiagge. Cosa che, è vero, richiederebbe costi a carico dei comuni, con casse già dissestate. Ma trasformare il diritto all’accesso al mare in un privilegio per pochi può essere una soluzione? Sarebbe stato forse più corretto, in mancanza di altre soluzioni, chiudere del tutto le spiagge per quest’anno?  

di Giorgia Scognamiglio

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