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SPECIALE. Viaggio in Senegal con “I Bambini di Ornella”: il nostro reportage

Antonio Casaccio 10/10/2022
Updated 2022/10/10 at 2:30 PM
12 Minuti per la lettura

NON TENERMI IN UN CASSETTO

«Nel 2002 andrò in pensione anch’io, che ne dici di ritagliarci tre o quattro mesi all’anno per andare in Africa subsahariana. Voglio occuparmi di bambini africani e dare una mano». Era il 2001, Ornella guardava suo marito Severino e gli confessava un desiderio che non riusciva più a placare; da lì a poco sarebbe andata in pensione e aveva una voglia tremenda di dedicare il suo tempo a organizzazioni che si occupassero di bambini del Senegal, nelle aree più povere del mondo. Ornella non riuscirà mai ad andare in pensione: nel novembre del 2001 un ictus fulminante la porterà via da Severino e da quel desiderio che rimase inizialmente in un cassetto.

«Quando l’ictus me la portò via misi in discussione la fede, il mio rapporto con Dio. Avevamo così tanti progetti, perché doveva portarmela via proprio in quel momento?» – Severino sta su una seggiola e quando ripercorre quei momenti prende d’istinto il pacchetto e si accende una sigaretta. Oggi Severino Prosperio, comasco ma critico dei comaschi, vive a Kelle un piccolo villaggio di pescatori appartenente alla comunità rurale di Yene, in Senegal.

Dopo la morte di sua moglie Ornella decise di aprire quel cassetto con all’interno il sogno del più grande amore della sua vita, così acquistò un pezzo di terreno in Senegal – «Credetemi mi è costato poco e niente» – e decise di dedicare la sua vita all’educazione e all’assistenza dei tantissimi bambini del villaggio. Severino nasce come sindacalista, comunista della vecchia guardia con una profonda militanza nella CGIL, che coinvolge direttamente per dar vita al suo progetto più riuscito: “I bambini di Ornella”.

L’ASSOCIAZIONE

La Onlus “I Bambini di Ornella” si occupa di strutturare percorsi educativi per oltre cinquanta bambini del villaggio di Kelle, che versano in condizioni di povertà e che vedono nell’associazione un’oasi sicura in cui poter giocare e apprendere. Il Centro “Giovanni Quadroni” è lo spazio in cui quotidianamente i bambini si recano per le attività, accolti dai sorrisoni degli educatori Pierre, Karim e Baba, pronti a mettersi al servizio dei bambini per costruire relazioni che vadano oltre la mera assistenza. Karim è un senegalese atipico, preciso come un orologio svizzero e sempre molto composto. Quando, per scherzare, gli chiesi cosa mangiasse per cena, lui non aspettò un minuto per dirmi: «Vieni da me stasera, mi fa piacere condividere con te il momento della cena».

La prima cosa che ti paralizza di un villaggio africano, dove a circondarti c’è poco, è la comprensione che quando non si ha nulla tutto ciò che ti resta sono le persone e la relazione che instauri con loro. Il senso più profondo è che c’è il piacere di condividere le varie esperienze, di ascoltare davvero ciò che la persona davanti ti dice; sembra scontato eppure è una dimensione che mi sono accorto di aver perso, soprattutto nel rapporto con i miei coetanei. Le attività dell’associazione non si concentrano solo sull’educazione, ma sono strutturate anche in percorsi professionalizzanti, un esempio è la scuola di cucito LeDO.

Una fetta importante del lavoro dell’associazione si focalizza sui talibé, bambini che frequentano una scuola coranica a cui al vertice vi è il marabut, la loro guida.

Questi bambini, dai 6 ai 18 anni, vivono in condizioni igienico sanitarie spaventose e vengono costretti dai marabut a chiedere l’elemosina; l’associazione garantisce loro un posto sicuro in cui lavarsi, mangiare e giocare. Ogni martedì e giovedì, Pierre si mette in macchina e va a prendere i talibé per portarli al centro, i bambini nutrono profondo rispetto per lui e lo ascoltano, mostrando un’educazione rigorosa quasi difficile da concepire in bambini che vivono in condizioni incredibili. Il lavoro con i talibé non si esaurisce solo nel centro dell’associazione, ma continua nelle daara (la scuola coranica dove i talibé studiano e vivono).

Così almeno due volte alla settimana Baba si reca nelle daara per insegnare il francese ai talibé; Baba è un magnete con gli arti e la pelle scura, con un tono di voce dolce e flebile riesce a catturare l’attenzione dei ragazzi: sgrida senza urlare, urla con lo sguardo e con poche parole, quelle giuste. In delle stanze misere dove a regnare è la polvere, gli educatori dell’associazione si occupano di insegnare il francese a questi bambini che, oltre al Corano, con sono indirizzati verso alcun tipo di disciplina. La regia di questa macchina che assiste centinaia di bambini è Angelo Agnisola, di origini casertane ma che oggi vive stabilmente in Senegal, dove ha piantato le sue radici.

La sua vocazione di mettersi al servizio di chi ha subìto la storia lo ha fatto propulsore di progetti artistici meravigliosi, visionabili sul canale YouTube dell’associazione. Quando incontri Angelo noti subito quel tatuaggio sul braccio che raffigura il continente africano e con in basso la frase “Jërëjëf”, che significa “grazie” in wolov, la lingua più diffusa in Senegal. Questo Paese gli ha donato tanto, anche un figlio, e nei suoi occhi senti l’indomabile passione di chi vuole lavorare senza sosta per donare a questo Paese il frutto delle sue tante idee. Severino e Angelo: due vite legate dal coraggio di chi per vivere deve seguire il richiamo che ha dentro.

I TALIBÉ

Quando entri in una daara, la scuola coranica dove vivono i talibé, quasi non riesci a credere che in spazi stretti e sudici possano dormire così tanti bambini. I talibé li distingui dai bambini del villaggio perché emanano un forte odore, sintomo di condizioni igieniche inesistenti e di docce che sono un miraggio per loro, soprattutto in quelle aree dove non ci sono associazioni come “I bambini di Ornella”.

Sembrano avere una maturità maggiore rispetto ai bambini del villaggio, non per l’età anagrafica ma per quella diffidenza alla vita e al “toubab” (uomo bianco) tipica di chi non crede più a certe favole, forse sarà perché per anni non vedono le loro famiglie o perché sono costretti a elemosinare. Tutto quello che prelevano dev’essere consegnato al marabut, il loro insegnante e protettore, che guadagna e sostiene la sua famiglia attraverso lo sfruttamento dei talibé.

Il governo senegalese è silente di fronte alla triste realtà delle daara, così come le principali istituzioni musulmane, che non regolamentano le funzioni e le condizioni di queste scuole coraniche. Il silenzio e la diffusa diffidenza delle istituzioni preposte alla disciplina di tali strutture, permette a diversi marabut di arricchirsi e di non sottostare a nessun tipo di tutela verso i bambini che gli vengono affidati. Molti di loro trascurano le patologie che sviluppano, non hanno alcun tipo di controllo medico e subiscono violenze dai marabut quando non raggiungono una determinata cifra durante le elemosine. Nel mio viaggio ho avuto modo di intervistare dei talibé che mi hanno parlato delle condizioni in cui vivono e di come vivono la quotidianità.

L’INTERVISTA

Come si svolge la tua giornata?

«Alle 7 andiamo in strada per l’elemosina, fino alle 11, quando torniamo in daara. Lì, diamo tutto ciò che siamo riusciti a prendere al marabut. Studiamo poi il Corano fino alle 13. Dopo, giochiamo insieme per circa un’ora. Dalle 14 alle 15 andiamo a cercare da mangiare da alcune famiglie. Tutto ciò che prendiamo dalle famiglie, lo mettiamo insieme, mischiando tutto, e lo mangiamo così com’è (senza cuocere o altro). Ciò che resta lo teniamo da parte e lo mangiamo la sera quando abbiamo fame. Poi dalle 15 alle 18 torniamo a studiare il Corano alla daara. Quando finiamo, alle 18, ritorniamo a giocare. Verso le 19 ragazzi e bambini si riuniscono per la preghiera, e alle 20 torniamo alle case del villaggio per chiedere il pasto serale». 

Com’è il tuo marabut? 

«È una persona buona e gentile, il problema è che quando non abbiamo dei soldi lui ci picchia. Questo non succede tutti i giorni. Fino ad ora solo due volte sono stato bacchettato sulle mani».

Queste punizioni sono per tutti o solo per i più grandi? 

«Quelli della mia età, diciamo dai 17-18 anni, non vengono colpiti, infatti a me è successo quando ero più piccolo».  

I più piccoli quanti anni hanno? 

«Ci sono bambini dai 6 anni in su. Quando il marabut non c’è alla daara danno un corso solo per i piccoli, in queste occasioni do io stesso qualche lezione ai bambini e un paio di volte li ho anche puniti, come fa il marabut. Vengono colpiti anche quando non capiscono la lezione, ma questo accade raramente».  

Tu ti senti diverso rispetto agli altri ragazzi del villaggio che non frequentano la daara? 

«I ragazzi del villaggio sono più fortunati perché vivono con i genitori, mangiano quanto vogliono, si lavano quanto vogliono, si vestono come vogliono e usano scarpe. Queste sono cose che noi non riusciamo a fare, non abbiamo i genitori vicino e non mangiamo bene». 

Allora perché i suoi genitori hanno deciso di mandarlo alla daara? 

«Principalmente perché anche i miei genitori sono stati dei talibé. Si tratta di una cultura religiosa, quando qualsiasi genitori decide di mandare il figlio alla daara, questo non può opporsi».   

Se avrai un figlio lo iscriverai in una daara? 

«Lo manderei in una daara dove si impara solamente, dove i bambini non vengono picchiati, dove non ci sarà bisogno di elemosinare cibo o soldi». 

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