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Il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere si è fatto promotore di un convegno di gran rilevanza e per la cui sede è stata scelta Castel Volturno: città simbolo di enormi potenzialità che hanno avuto difficoltà ad emergere a causa di un connubio tra malagestione politica e criminalità organizzata. Il convegno ha un titolo emblematico: “La valorizzazione del territorio: il ruolo della società civile e il contributo del magistrato”. Ad esplicitare questo tema autorevoli relatori del mondo della magistratura e dell’avvocatura. Di seguito l’intervento del Professore emerito di Diritto Processuale Penale presso l’Università di Roma “La Sapienza!
«Non esiste un tema più legato alla politica del processo penale. Mi è stato chiesto, nel corso di un dibattito a Campobasso, come mai abbiamo tante riforme e tanti interventi sulla giustizia penale. Il motivo è che abbiamo un sistema nel quale la sovranità appartiene al popolo. E il processo penale è esattamente il punto di equilibrio tra lo Stato e i diritti del singolo cittadino.
Questa linea di tendenza si è sempre più accentuata attraverso la frammentazione politica e le varie spinte che ci sono perché tutti hanno guardato al processo penale come un modo con il quale si potevano risolvere i problemi. Abbiamo avuto spinte contro spinte, basti pensare all’eliminazione del rito abbreviato per i reati puniti con l’ergastolo, il quale nasce dalle sollecitazioni di una legislazione emergenziale, quella in tema di spazzacorrotti, corruzione e così via.
Il processo è diventato un luogo nel quale le forze politiche reggono i loro rapporti. La stessa ministra Cartabia, nel momento in cui ha varato la riforma, con legge delega, ha premiato alcune forze politiche che l’avevano supportata con quattro emendamenti medaglietta, e ognuna si è portato a casa il suo. Questo è disgraziatamente il processo penale: un terreno sul quale si scontrano le forze politiche nelle loro esigenze di rispondere più o meno alle sollecitazioni della società, giuste o sbagliate che siano (non ha molta importanza).
Per questo la società civile è molto importante, ma attualmente il suo ruolo è variegato, non abbiamo più una società omogenea, ma fortemente disomogenea e differenziata nella quale si pensa che il singolo emendamento, la singola proposta, possa spostare elettoralmente lo 0,1%. Ma guardate che provvedimenti mossi dallo spostamento dello 0,1%, il 2 – 3%, hanno ricadute politiche su tutto l’equilibrio del sistema.
Questo disgraziatamente è il processo penale che noi abbiamo o, quantomeno, un processo che non ha trovato ancora i punti esatti di equilibrio tra un sistema inquisitorio e un sistema accusatorio. A ciò bisogna aggiungere un altro problema, che forse altri Paesi non hanno, ovvero il fenomeno della criminalità organizzata, che diventa uno strumento con il quale bisogna che il processo penale si misuri in termini di lotta e di contrasto. E quindi si piegano anche le norme dell’accertamento, che sarebbe quella funzione del processo penale in una dimensione di natura leggermente diversa. Il processo penale deve accertare i fatti e non essere uno strumento di lotta e di contrasto, anche perché così diverrebbe inevitabilmente uno strumento politico.
È vero che c’è una crisi della magistratura, ma io credo che quest’ultima si possa collocare su un piano diverso: è la crisi di una parte della magistratura. C’è la magistratura di coloro i quali ambiscono alle posizioni di vertice mediante lotte di potere interne, ma c’è una larga parte che è assolutamente estranea a questo sistema, ed è alla magistratura sana alla quale bisogna rivolgersi. Non so se mi spiego: ci sono quelli che hanno bisogno di diventare capo procuratore o di andare in Consiglio Superiore della Magistratura, ma quella è solo una parte della magistratura.
Bisogna rivolgersi a quella fazione che non ha le sirene del correntismo e del carrierismo. Cosa può fare questo magistrato? Innanzitutto, dialogare con la società civile. Il magistrato non è avulso dal territorio nel quale opera, e ci sono strumenti attraverso i quali può fare la differenza. Mi riferisco ai criteri di priorità. Il magistrato che volesse l’ufficio del pubblico ministero potrebbe individuare nei criteri di priorità gli obiettivi da perseguire: quelli che compongono la realtà del territorio.
Castel Volturno potrebbe avere delle esigenze con criteri di priorità più elevati rispetto ad altre. Il che non vuol dire che è violato il principio di obbligatorietà dell’azione penale, i criteri di priorità non violano tale principio: se il reato c’è si scrive e una volta fatto si può indagare.
Occorre rispondere alla società civile che ti prospetta problemi di priorità: le associazioni intervenute in questo dibattito ne hanno posti tanti. Li avete, li sapete, li conoscete e il giudice li può gestire. L’importante è gestirli nella legalità, non con le scorciatoie. Spiego una cosa che mi interessa come processualpenalista: non è che più si fanno indagini e si sbattono nomi in prima pagina, più si lotta contro la criminalità.
Con la criminalità molti problemi si risolvono se si ottengono decisioni giuste. Indagini aperte che portano a proscioglimenti, misure cautelari annullate e atti inutilizzabili, danneggiano la lotta alla criminalità. Bisogna avere la capacità di mirare e centrare gli obiettivi nel nome della legalità, perché se si fanno 50 arresti e poi di questi buona parte sono annullati allora non parliamo di un contrasto efficace.
La lotta alla criminalità si fa con criteri di priorità e si fa nel nome della legalità processuale. Certo, gli avvocati fanno il loro lavoro, sono difensori. Però a un certo punto il problema è che l’indagine deve tenere, se l’indagine tiene l’obiettivo si raggiunge, se l’indagine non tiene diviene un boomerang per la società. Indubbiamente è vero quello che ha detto il presidente: il magistrato innanzitutto deve essere e non apparire; quindi un impegno costante, occupandosi del processo degli altri come se fosse il proprio. Un altro problema della magistratura è la comunicazione.
Comunicare il senso delle proprie iniziative senza protagonismo, anche per i carabinieri e per i nuclei investigativi, è un elemento essenziale. Dimostrare non l’estraneità, ma il non interesse personale all’indagine e a metterci il cappello sopra. Questi sono gli obiettivi per i quali si può contrastare la criminalità organizzata anche in una zona come questa, ma è un compito difficile. La società civile può aiutare e ciò è possibile perché il processo si alimenta dal basso, non solo dal vertice».

Le sue dichiarazioni per Magazine Informare

Professor Spangher, cosa ne pensa del quesito referendario che riguarda la cd separazione delle funzioni dei magistrati (non separazione delle carriere come impropriamente detto da qualche parte della stampa). Non pensa che il vero tema sia invece proprio quello della separazione delle carriere?

 «Guardi, io sono favorevole alla separazione delle carriere, però la giustizia penale non ammette salti: si muove in termini molto lenti e bisogna che ci sia la convinzione delle riforme che si fanno. Una riforma affrettata ha sempre una reazione di rigetto. Il tema della separazione, per il quale sono favorevole, si sta un po’ ridimensionando nella misura in cui i pubblici ministeri fanno il loro dovere e i passaggi di funzioni si sono limitati. Questo perchè il Pubblico Ministero ha una sua professionalità, un suo modo di concepire, e poteri molto forti ai quali non è disposto a rinunciare, soprattutto nella fase delle indagini.
Mentre il GIP ha un potere molto più debole e non ha un controllo sul Pubblico Ministero.  Abbiamo visto, a tal riguardo, crescere figure di Pubblici Ministeri, dico Pignatone, Melillo, Cafiero, ed anche la creazione della Procura Antimafia ha permesso di strutturare meglio questa figura. Quindi, per gradi, bisognerà arrivare alla separazione delle carriere, cioè ad un ufficio del pubblico ministero e ad un ufficio del giudice. Oggi mi preoccupa che il referendum possa non riuscire (l’intervista risale al 10/06/2022 ndr) e questo sarebbe un arretramento rispetto alle prospettive di riforma».
 Ritiene che in caso di vittoria del sì avrebbe ciò avrebbe un riflesso importante?
«Se vincesse il sì, ci sarebbe una spinta molto forte per la separazione delle carriere; diversamente l’iniziativa riformatrice incontrerebbe delle difficoltà perché darebbe all’opinione pubblica il segnale che il Paese, questa separazione, non la vuole. Nell’opinione pubblica probabilmente l’idea della separazione è forte, ma avrebbe bisogno di materializzarsi. Io voterò sì, ma il mio timore è che vinca il no o non si raggiunga il quorum».
 Un primo sintetico bilancio sulla riforma Cartabia dal suo punto di vista…
«Il problema della riforma Cartabia è dato dal fatto che l’Europa ci ha costretto, in cambio di danaro, ad abbattere il processo penale del 25%. Questo è un dato ineludibile ed è la scelta che sta a monte di tutta la riforma. Ovviamente, nell’ambito della stessa, ci sono aspetti negativi ed aspetti positivi. Gli aspetti positivi sono dati dal fatto che ci sono alcune norme di garanzia, come quelle che prevedono il controllo sull’iscrizione nel registro notizie di reato e i criteri di priorità. Ma ci sono anche valutazioni generali negative.
Cosa si vuole?  Che il cittadino esca rapidamente dal processo attraverso la premialità, cioè patteggiamento, abbreviato. Si pensi che se addirittura non si impugna la sentenza di abbreviato si ottiene un ulteriore sconto. Questo è un principio di economia processuale, di accelerazione, che può essere anche positivo nella logica del 25% di cui si diceva, ma bisogna stare attenti a che non induca a qualche risultato processuale sostanzialmente non rispondente ai fatti, per cui uno finisce di accettare la premialità anche se è innocente».
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