SPECIALE. Il magistrato e la società civile: l’intervento del Procuratore Antonello Ardituro

61
speciale-il-magistrato-e-la-societa-civile-lintervento-del-procuratore-antonello-ardituro
Pubblicità
Il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere si è fatto promotore di un convegno di gran rilevanza e per la cui sede è stata scelta Castel Volturno: città simbolo di enormi potenzialità che hanno avuto difficoltà ad emergere a causa di un connubio tra malagestione politica e criminalità organizzata. Il convegno ha un titolo emblematico: “La valorizzazione del territorio: il ruolo della società civile e il contributo del magistrato”. Ad esplicitare questo tema autorevoli relatori del mondo della magistratura e dell’avvocatura. Di seguito l’intervento del Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Napoli Antonello Ardituro:
Qual è il ruolo del magistrato in contesti territoriali complessi come Castel Volturno?
«Apprezzo molto l’approccio di un giudice che non può esimersi dalla conoscenza del territorio in cui opera, perché altrimenti non svolgerebbe correttamente il suo mestiere. Dunque, in un magistrato, ci deve essere quella capacità di conoscere ed interpretare la norma sulla base di un fatto: ma ciò non lo si può capire se non si è immersi nella realtà dove quel fatto si è realizzato.
Perché ciò che si realizza a Castel Volturno, rispetto ad Ivrea è totalmente diverso. Quindi, se un giudice non è interessato al mondo in cui opera, non è un buon giudice. Dico ciò con la consapevolezza di chi ha operato per tantissimi anni in un tribunale come quello di Santa Maria Capua Vetere, dove alcuni giudici soffrono di tale impostazione.
Se vogliamo uscire dal tema e metterci di fronte al territorio nella quale operiamo, dobbiamo confrontarci con Castel Volturno, come fosse uno specchio, ed interrogarci: la magistratura ha fatto e fa quello che deve fare? L’interrogativo si pone perché nella mia esperienza non mi sono mai permesso di chiedere di più ad un operatore del territorio senza chiederlo prima a me stesso.
Questo non è scontato e vedo troppo spesso gli appelli fatti agli altri: all’imprenditore che non denuncia, alle istituzioni che non operano. Ma il magistrato che si pone di fronte a un territorio come Castel Volturno deve iniziare col dire: posso fare di più e meglio, posso essere il motore del rifiuto della normalizzazione che sta interessando questi territori e quelli della provincia di Caserta.
Una normalizzazione innanzitutto culturale, di percezione del problema: dopo i fatti del 2008 e le vicende giudiziarie repressive, che hanno portato agli arresti eccellenti e alla cattura dei grandi latitanti, la normalizzazione del messaggio della presenza istituzionale è il pericolo più significativo nel quale stiamo incorrendo.
La magistratura deve essere in grado di uscire dal proprio mondo, ciò significa dare un volto ed un nome allo Stato facendosi vedere. In un territorio come Castel Volturno, con i suoi giovani e gli enti del terzo settore, è estremamente incisivo poter avere fiducia dei volti che rappresentano lo Stato.
Una presenza, un numero di cellulare dato ad un imprenditore che ti confessa di essere in difficoltà, la presentazione diretta di un comandante della stazione dei carabinieri, l’indirizzamento ad un’associazione antiracket, una vera presenza ad una manifestazione celebrativa in cui si commemorano tanti martiri di questa terra: questo fa parte della capacità di “essere magistrato” e che completa l’esercizio della sua professione.
C’è un altro punto, una delle criticità del convegno: una sala troppo vuota. Io lo so perché è vuota: perché manca, su questo territorio, la capacità di fare rete. Questo è il punto di debolezza di un’azione di contrasto che, invece, avrebbe bisogno della capacità di mettere insieme risorse e forze. Questo territorio ha tantissime criticità; le parole etnia, legalità, mafie, mare, risorse naturali, turismo: c’è tutto e il contrario di tutto. Tra le connotazioni fondamentali c’è, ad esempio, una ferventissima attività associazionistica e lo sforzo che dobbiamo fare tutti è quello di fare rete, non tra di loro, ma con le Istituzioni.
Il magistrato deve farsi carico di essere presente per stimolare un’azione di cucitura tra le Istituzioni e le realtà presenti. Quando anni fa questo territorio, e gli altri della provincia di Caserta, hanno beneficiato di quella che è stata definita una “bonifica giudiziaria”, subito dopo è mancato tutto quello che serviva per la ricostruzione. Alcune realtà positive sono lasciate sole a sé stesse, è mancata completamente la percezione che dopo la bonifica giudiziaria serviva una ricostruzione economica e sociale.
Senza tale prospettiva non si vince alcuna battaglia contro le mafie, siano esse italiane o straniere. Noi magistrati siamo a disposizione della società e delle altre Istituzioni, ma se manca tutta la parte ricostruttiva si è costretti a ricominciare da capo. Se manca la percezione di comprendere l’evoluzione del fenomeno criminale, stiamo combattendo una guerra con le pistole ad acqua. La credibilità della magistratura è sicuramente in difficoltà, ma una buona parte di questa mancanza di credibilità dipende dal fatto che il processo penale non funziona; questo non per colpe della magistratura, ma perché il processo non è adeguato a quello che deve contrastare.
Le recenti riforme non vanno in questa direzione e lo vedo quando mi trovo a introdurre processi che so benissimo che, tra dieci anni, la Corte d’appello li dovrà dichiarare improcedibili. Se è questa la credibilità del sistema giudiziario, allora sarà sempre più bassa la credibilità della magistratura. Molto bene ragionare in questo convegno e non in tribunale, facendolo tutti insieme; chiedo agli organizzatori di ripetere col tempo queste iniziative e di non lasciarle isolate. Bisogna dare il senso di una magistratura che ragiona, pensa e prova a conoscere il territorio».
Le sue dichiarazioni per Magazine Informare
Quando il clan dei casalesi fu decapitato, si ricorda un suo “commento/articolo” sul Mattino in cui diceva “Sì, è vero che un clan è stato sconfitto, ma se su un territorio, dove per 50 anni lo Stato ha girato la testa dall’altro lato, non si interviene con investimenti seri e soprattutto creando posti di lavoro, si ritornerà indietro”. Secondo lei questi investimenti sono stati fatti? Lo Stato ha recuperato il territorio?
«È evidente che siamo ancora molto in ritardo. Chi vive la realtà di Castel Volturno e, più in generale, della provincia di Caserta, sa bene che gli interventi di recupero sociale, ambientale, economico, sono assolutamente carenti. Tutto ciò nonostante siano passati tantissimi anni e il territorio sia stato bonificato dal punto di vista criminale. Quella triste profezia che facevo al suo tempo è ancora attuale.
Ci siamo riuniti in convegno anche per ricordare che c’è bisogno di non fondare il recupero di un territorio sull’azione giudiziaria repressiva, ma sull’attività di ricostruzione sociale, economica, legale in senso più ampio: anche dal punto di vista della formazione culturale dei giovani, attraverso un intervento complessivo dello Stato».
Dunque, qual è la situazione attuale? Su cosa bisogna maggiormente puntare?
«Noto arretratezza. Si è sicuramente innestata una realtà positiva fatta di terzo settore, volontariato, di associazionismo, antiracket: questo è un mondo che funziona bene e che dà grandi soddisfazioni e possibilità. Chiaramente avrebbe bisogno di avere sostegno e ci vorrebbe una presenza maggiore delle istituzioni e dello Stato. Abbiamo un contesto critico, ma anche delle realtà positive che ci fanno ben sperare».
Lei ha fatto parte di quella DDA che distrusse il clan dei casalesi. Cosa è cambiato da quella DDA? A chi possiamo affidarci?
«Il ricambio delle persone non deve mai essere a scapito della qualità delle indagini. Del resto, l’attività investigativa antimafia, in particolare della DDA di Napoli che ha lavorato sul clan dei casalesi, si fondava e si fonda su un metodo di lavoro fatto di collaborazione, scambio di informazioni, in costante lavoro con la polizia giudiziaria. Quindi il livello giudiziario di aggressione e repressione è sempre alto, ma più passa il tempo e meno se ne vede l’impatto sul territorio».
In confronto al passato, cosa è cambiato? In che modo la camorra si è riorganizzata? Considerato il ritorno presso le proprie abitazioni di diversi ras, c’è pericolo di una riorganizzazione soprattutto in contesti aziendali?
«Il passaggio del tempo ha degli effetti: tante condanne vengono scontate, molti soggetti escono dal carcere ed i clan si riorganizzano e sono sempre presenti. Soprattutto viviamo in un periodo in cui la dimensione criminale non è più quella tradizionale, ma è prevalentemente economica. Quella delle infiltrazioni nel mercato; quindi, è anche più difficile da individuare e da contrastare.
Ci confrontiamo con “colletti bianchi”, non più con persone facilmente riconoscibili: questa è la nuova frontiera e il nuovo livello di scontro in atto. È molto difficile e richiede degli strumenti investigativi tecnologicamente avanzati e più idonei a questo fenomeno criminale. Ma sappiamo qual è la dimensione e bisogna lavorare con un nuovo modo di intendere la mafia e lo stesso clan dei casalesi».
Ci può illustrare questo metodo?
«Dal punto di vista investigativo abbiamo bisogno di lavorare sui flussi informatici e sulle informazioni che riguardano l’economia, i finanziamenti che arrivano sul territorio e consentono di intercettare le imprese “apparentemente pulite”. Addirittura, siamo in un periodo dove si inizia a sperimentare un metodo di indagine in cui si introducono sistemi di intelligenza artificiale per la prevenzione di alcuni fenomeni criminali. C’è tanto lavoro da fare e bisogna avere la forza e la capacità di applicare un po’ di fantasia investigativa. Bisogna spingersi oltre perché la criminalità cambia in maniera repentina e noi dobbiamo adeguarci ed essere più veloci di loro».
La presenza della magistratura a Castel Volturno, che significato ha?
«Questo convegno viene dalla seguente opzione: portare sul territorio tutti gli attori, anche istituzionali, del terzo settore e la magistratura. Questo perché il magistrato, che opera su questo territorio, non può essere chiuso nella sua stanza. Deve interagire col territorio e conoscerne le realtà sociali, oltre che criminali; deve farsi un’idea e farsi vedere, dando un volto allo Stato che lavora duramente.
Perché i soggetti che si impegnano tanto sul territorio, come quelli del terzo settore, devono poter individuare più uomini delle istituzioni come riferimento e li devono vedere in carne ed ossa».

 

 

Pubblicità
Pubblicità