SPECIALE. Il magistrato e la società civile: l’intervento del Presidente del Tribunale Gabriella M. Casella

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Il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere si è fatto promotore di un convegno di gran rilevanza e per la cui sede è stata scelta Castel Volturno: città simbolo di enormi potenzialità che hanno avuto difficoltà ad emergere a causa di un connubio tra malagestione politica e criminalità organizzata. Il convegno ha un titolo emblematico: “La valorizzazione del territorio: il ruolo della società civile e il contributo del magistrato”. Ad esplicitare questo tema autorevoli relatori del mondo della magistratura e dell’avvocatura. Di seguito l’intervento del Presidente del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere Gabriella Maria Casella:

«Si è parlato tanto delle esperienze virtuose portate avanti dalla società civile sul territorio di Castel Volturno. Voglio collegare il mio intervento a quello che è il filo conduttore del convegno odierno e cioè: “Qual è il ruolo che il magistrato deve assumere per una valorizzazione dei territori?”.

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La riflessione sul ruolo del giudice in una società che cambia, a margine di una illustrazione capillare del territorio di Castel Volturno, è un concetto che ho ritenuto affascinante. L’idea è quella di portare su questo territorio la presenza delle Istituzioni e della magistratura giudicante, oltre che inquirente, che oggi si propone apertamente quale organo propulsore della rinascita di questo territorio, quindi è chiaro che va fatta una riflessione sui rapporti tra magistratura e la società nei suoi aspetti mutevoli.

Su tale rapporto si interrogava anche il giudice Rosario Livatino. In questi giorni ho letto uno scritto del giudice Livatino, addirittura del 1984, che fu reso nel corso di un incontro tenutosi a Canicattì, l’elaborato partiva dalla premessa che il magistrato, attraverso il potere di interpretazione della legge, può intervenire per riequilibrare il rapporto tra legge e società. Ciò avviene quando la prima non è in sintonia con l’evolversi dei costumi, individuando appunto quella interpretazione della legge che meglio si attaglia al momento contingente.

Questo – scriveva Livatino – è un ruolo del magistrato che si rifrange sullo stesso protagonista, cioè comporta la necessità del magistrato di uscire dalla torre divenendo attento e sensibile a quanto accade e si trasforma accanto a lui. Dunque l’immagine proposta è quella di un magistrato che si faccia promotore di percorsi di conoscenza del territorio in cui opera, che utilizzi il suo potere più significativo, quello di interpretare la legge, per svolgere un’opera di risanamento delle discrasie normative del sistema e quindi di eliminazione consequenziale delle contradizioni normative dello stesso.

Lo scritto del giudice Livatino, che vi invito a leggere perché è datato ma molto attuale, è interessante poiché analizza i vari aspetti del rapporto giudice-società, quello tra magistrato e mondo dell’economia, tra magistrato e sfera del politico, trattando anche l’aspetto della sua immagine esterna, e ne trae la conclusione che il giudice non può sfuggire al cammino della storia, tanto il giudice che il servizio da lui reso. Entrambi devono essere partecipi di un processo di adeguamento del quale, però, non può farsi carico il solo giudice.

Oggi la magistratura vive la più grande crisi della storia della Repubblica, una crisi di credibilità nel rapporto con la società civile e con le altre Istituzioni.

È una crisi che interpella ciascun magistrato alle proprie responsabilità, quale singolo e quale componente di un intero corpo istituzionale, e che scarsamente potrà essere risolta con le riforme che la politica sta ponendo in essere, o almeno solo con le riforme che sono in corso.

La consapevolezza dalla quale dobbiamo muovere è l’espansione, avvenuta in questi anni, del ruolo della giurisdizione dovuta a molteplici fattori. Il principale di questi è certamente l’insufficienza delle istituzioni giurisdizionali a soddisfare le esigenze crescenti di controllo del Paese. Da un lato, l’espansione della giurisdizione è dovuta alla crescente domanda di giustizia sollecitata dalla violazione dei diritti costituzionalmente stabiliti in tema di ambiente, tutela dei consumatori, questioni bioetiche, dall’altra è dovuta all’esigenza di ampliare i controlli di costituzionalità delle leggi e soprattutto i controlli di legalità sui titolari di pubbliche funzioni, sulle corruzioni, sul malaffare e sulle collusioni con i poteri illegali. A quest’espansione della giurisdizione si è accompagnata una crescita del potere giudiziario.

In questa cornice, quindi, la prima regola è quella di recuperare l’entità del magistrato. A mio avviso il giudice deve mettersi in gioco, con una dimensione nuova e innovativa. In questo percorso di rinnovamento, che certamente passa attraverso le riforme messe in campo, non deve essere ignorato il profilo di un giudice dialogante con la società, oltre che con le altre Istituzioni. Non in maniera da evocare il rischio del populismo giudiziario, espressione cara a Fiandaca, ma con altre forme e contenuti così da superare quella che di recente un nostro collega in uno scritto ha definito “Opera di decostruzione della magistratura”.

Il messaggio che deve essere trasmesso è quello di un giudice rinnovato che guardi alla giustizia come un servizio e che sia in grado di mettersi in discussione, pronto a ragionare e dialogare soprattutto con i non-giudici ai quali pure appartiene la giustizia.

Credo che il magistrato debba porsi un dubbio serio di identità etica e professionale, rifulgere da propositi impiegatizi ed essere un interprete concreto della società in cui vive. Liberandosi ovviamente dalle attuali suggestioni di potere provenienti dalla deriva del correntismo, che purtroppo caratterizza attualmente buona parte della magistratura e rende un cattivo servizio a quella parte, sana e operosa, che intende il proprio agire secondo il dettato costituzionale. Occorre acquisire una legittimazione sociale al proprio agire che proviene anche dalla conoscenza del contesto socio-culturale in cui il magistrato opera.

Non dico nulla di nuovo se rimarco che il compito del giudice è quello di amministrare la giustizia nella quotidianità dell’esercizio del suo lavoro, senza mai ignorare che la rappresentazione della giustizia è segno tangibile del valore costituzionale della legalità e che l’attività giudiziaria deve essere orientata a comunicare anche con l’esterno.

Vengo dunque ad un tema abbastanza nuovo che da qualche anno è alla ribalta del dibattito che riguarda anche la magistratura associata, ovvero quello della comunicazione giudiziaria.

Lo stesso Consiglio Superiore della Magistratura nel 2018 ebbe a chiarire che occorre creare un livello di comunicazione con l’esterno da parte degli uffici giudiziari, anche giudicanti, invitandoli a diffondere ai cittadini le comunicazioni sulla attività giudiziaria dell’ufficio stesso.

È chiaro che la divulgazione di quelli che sono gli assetti organizzativi di un ufficio giudiziario, delle azioni che vengono intraprese nell’interesse dei cittadini, la trasmissione corretta delle notizie all’esito dei processi penali e civili costituisce un esercizio di democrazia perché rende conosciuta e comprensibile la giurisdizione; di questo abbiamo assolutamente bisogno, sia noi magistrati che la società che ci ascolta. Ciò per dire che la comunicazione serve a far comprendere il contenuto delle decisioni e, quindi, a rendere condivise nella società regole e valori sulla cui base vengono adottate. È naturale che una comprensione giusta delle decisioni dei giudici accresca anche la fiducia dei cittadini verso l’ordine giudiziario, rafforzandone nel contempo l’impermeabilità alle interferenze esterne che possono avvenire in modo manifesto e subdolo.

Va comunque salvaguardato il valore dell’indipendenza della magistratura attraverso la cautela e la moderazione nelle relazioni con i media per evitare che ci siano rapporti non corretti. Quindi il Consiglio Superiore della Magistratura, dal 2018, ha già dato un segnale di apertura rispetto alla tematica in esame, che acquista una valenza decisiva a fronte di una sempre più diffusa inadeguatezza della rappresentazione delle vicende giudiziarie. Quindi è il momento di ripensare anche a questo profilo della percezione esterna della giurisdizione attraverso la creazione di sistemi comunicativi che siano giusti e corretti. Il recupero della credibilità della magistratura passa anche attraverso questa fase. di crescita della magistratura, che dev’essere presente sul territorio e conoscere il contesto nel quale le decisioni vengono operate. Su Castel Volturno si può puntare come modello per iniziare un percorso nuovo nella relazione tra magistratura e territorio, che è l’dea chiave del convegno».

Intervento a chiusura del dibattito 

«Tutti gli interventi sono accomunati da quest’idea del magistrato che non deve restare chiuso nella stanza, ma deve occuparsi del territorio. Ma come fare?

I criteri di priorità, di organizzazione degli uffici, dei rapporti tra pubblico ministero e giudice, si parla da anni e vi assicuro che anche in uffici bene organizzati le problematiche restano… allora mi chiedo sono anni che parliamo dell’organizzazione degli uffici siamo anche arrivati a conclusioni ormai abbastanza condivise… credo che negli ultimi anni gli uffici giudiziari abbiano fatto un passo avanti per quanto riguarda proprio l’organizzazione… dalle delibere del Consiglio Superiore del Ministero… però qual è il risultato?

Secondo me non è soddisfacente, il problema oggi è diverso, cioè il magistrato, per essere il magistrato di cui abbiamo parlato deve dotarsi di una sensibilità che oggi io quale presidente di un tribunale di grandi dimensioni dove operano 91 magistrati non riscontro in tutti i magistrati, lo dico chiaramente, è una questione che dobbiamo affrontare insieme, pubblici ministeri e giudici.

Il problema forse è più dei giudici che dei pubblici ministeri, il giudice civile per esempio, forse dovremmo discutere di quali sono le vere attività e come deve muoversi un giudice civile che affronta questioni importantissime forse più vicine ai diritti della persona, famiglia, minori ecc… qual è l’approccio del magistrato oggi è un approccio utile? Un approccio moderno? È un approccio culturalmente valido? Non lo so e non credo (riferendosi ad Ardituro) non voglio parlare del correntismo ma non credo che le ultime vicende ci aiutino molto perciò dico perdere questo senso impiegatizio della magistratura… il magistrato è una persona che ha un dovere morale di lavorare in un certo modo, deve avere un’attenzione morale etica altrimenti il suo lavoro se pure svolto secondo le regole e secondo le norme del codice di procedura penale e civile, non ha senso in una società come quella attuale».

Le sue dichiarazioni per Magazine Informare

Come Advisora, vi occupate delle destinazioni e del riutilizzo dei beni confiscati dallo Stato. Qual è il ruolo che l’amministrazione giudiziaria può avere nel processo di assegnazione di questi patrimoni?

«Noi siamo una comunità di professionisti, avvocati e commercialisti, che operano nell’ambito delle amministrazioni giudiziarie e anche come coadiutori dell’Agenzia nazionale per i beni sequestrati e confiscati. Il ruolo dell’amministratore giudiziario è cruciale: è un organo tecnico del tribunale, un ausiliare del giudice. Quindi è importante sia per la gestione di beni immobili nella fase giudiziaria, ma anche per le aziende nella fase amministrativa e in quella successiva. È fondamentale intercettare, fin dalla fase del sequestro, la possibile destinazione futura del bene.

Questo proprio per evitare che passi un messaggio sbagliato ovvero che quando c’era la mafia, i terreni, gli immobili, le aziende, erano floridi, e quando invece arriva lo Stato, deperiscono. È importante un’azione sinergica tra tutti gli attori a vario titolo coinvolti in questo procedimento; a partire da chi svolge le indagini preliminari, alla Procura e i magistrati, al tribunale di prevenzione o al tribunale penale, l’amministratore giudiziario, gli organi territoriali a cui l’Agenzia nazionale assegna questi beni e, infine, gli enti del terzo settore che svolgono una lodevole e nobile attività di riutilizzo sociale».

Come presidente di Advisora, lei ha evidenziato che il PNRR si espone a numerosi rischi di infiltrazioni mafiose. Come si possono prevenire questi rischi nel nostro Paese e su un territorio come quello di Castel Volturno?

«Il nostro ordinamento ha messo in piedi degli strumenti molto duttili che sono alternativi al paradigma confiscatorio, quindi al sequestro finalizzato alla confisca. La riforma del 2017 ha introdotto il controllo giudiziario nel codice antimafia: uno strumento molto utile per prevenire le infiltrazioni criminali nelle società, nelle aziende sane che sono intaccate occasionalmente dalla criminalità, ma non sono compromesse nel loro core business.

In questi casi la società viene raggiunta da un’interdittiva antimafia: una misura amministrativa di prevenzione che fa ricorso al competente tribunale amministrativo e può chiedere delle misure di prevenzione e di controllo giudiziario. Dopo una serie di accertamenti, se il tribunale la ritiene meritevole, la ammette al controllo giudiziario e nomina un amministratore che segue e accompagna questa azienda in tutto il processo di bonifica.

E da ultimo, il dl 152 del 2021, convertito con legge 133 del 2021 con modifiche, ha introdotto la prevenzione collaborativa che anticipa questa fase di prevenzione, alla fase amministrativa: è il Prefetto stesso che può, in caso di infiltrazione occasionale, disporre l’istituto della prevenzione collaborativa, che impone poi all’azienda una serie di prescrizioni sempre volte alla bonifica e alla restituzione al mercato legale. Quindi, la prevenzione, è sicuramente la svolta nell’ambito delle misure cosiddette “dolci”, sia sotto il profilo amministrativo che sotto il profilo giurisdizionale».

 

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