Specchiarsi nell’arte: la personale di Bruno Donzelli

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Contemplare i lavori del maestro Bruno Donzelli significa immergersi e viaggiare all’interno di tutta l’arte contemporanea del XX secolo.

Le opere di Donzelli, esposte in tutto il mondo, si contraddistinguono perché sono in grado di restituire un’immagine dell’artista preso in oggetto secondo i canoni e le geometrie dell’autore. Le scritte, l’uso del colore, talvolta l’impiego di oggetti applicati direttamente sulla tela, rendono un suo quadro immediatamente riconoscibile per chi un minimo ha vissuto o si è appassionato alla scena artistica contemporanea napoletana; una scena che soprattutto a cavallo tra gli anni ’70 e gli anni ’80 ha vissuto un periodo di assoluto rilievo all’interno del panorama artistico-culturale italiano.

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Donzelli è riuscito ben presto a scavalcare anche questi confini, esponendo in numerose mostre personali e collettive dapprima su tutto il territorio nazionale, successivamente anche all’estero.

Nonostante il suo stile iconico, per l’artista ogni mostra personale rappresenta l’occasione di presentare opere inedite, e anche la nuova esposizione casertana presso la galleria Arterrima di Corso Trieste non sfugge alla voglia d’innovazione del maestro. Stavolta protagonisti del suo lavoro sono gli specchi che, sostituendosi alla classica tela, permettono agli spettatori di riflettere la loro immagine direttamente nel quadro, diventando parte integrante dell’opera d’arte.

Quando è che Bruno Donzelli scopre di essere un artista?

«Io ricordo che fin da bambino ero appassionato nell’arte del disegno, disegnavo spesso animali, in particolare cavalli. Crescendo, intorno ai 14 anni, ho iniziato a dipingere e contemporaneamente realizzavo vignette umoristiche per vari giornali e riviste, come ad esempio l’Intrepido. Arte e ironia ancora oggi si fondono nei miei lavori. La mia carriera da artista inizia molto presto, con una mia personale alla Galleria del Fiorino di Firenze, già a 21 anni.»

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Come è cambiato dagli anni ’60 ad oggi il mercato dell’arte?

«Oggi è tutto totalmente diverso, soprattutto negli ultimi 20 anni molte delle situazioni che si sono venute a creare sono frutto di manipolazioni da parte dei galleristi; è difficile per me riconoscermi in questo mondo. Diciamo che momentaneamente c’è poca verità nella scena artistica».

La sua produzione artistica più famosa è quella che racconta l’arte contemporanea del XX secolo, da dove nasce questa idea?

«Sicuramente nasce dalle influenze artistiche che io, insieme a tanti artisti della mia generazione, abbiamo ricevuto dalla pop art negli anni ’60, un episodio cardine di quella stagione fu l’assegnazione del Gran Premio alla Biennale di Venezia a Robert Rauschenberg nel 1964. L’attenzione del mio lavoro verso il secolo passato celebra quello che è stato un periodo della storia ricco di accadimenti artistici che si sono succeduti con un ritmo frenetico».

Ha anche una funzione didattica questo tipo di lavoro?

«Sicuramente, il mio intento è stato quello di creare una sorta di Museo Immaginario dell’Arte, inserendo numerosi elementi ironici dedicati agli artisti che andavo via via a rappresentare».

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Nell’esposizione alla Galleria Arterrima è presente un importante elemento di novità nel suo lavoro rispetto al passato.

«Sì, sono lavori del tutto inediti. Molto importante è il significato del segno e della semantica; la scrittura è sempre stata una parte integrante del mio lavoro. In queste nuove opere lo spettatore potrà contemporaneamente leggere e riflettersi nell’opera».

 

di Raffaele Ausiello

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°201 – GENNAIO 2020

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