Mediterranea Saving Humans Vanessa Guidi

Soccorso in mare e Ong: l’impegno di Mediterranea Saving Humans

Tonia Scarano 02/12/2022
Updated 2022/12/01 at 10:54 PM
6 Minuti per la lettura

Ci sono 89.4 milioni di rifugiati nel mondo (OIM, World Refugees Report 2021). Persone che si spostano per una condizione di vita migliore, spesso per sopravvivenza. Che la vita di queste persone sia stata recuperata da morte certa per mano di autorità attive sarebbe ciò che vorremmo poter scrivere in ogni articolo, ma coloro che sono sopravvissute, lo devono a resistenza personale e presenza di organizzazioni civili presenti. Vanessa Guidi, medica specializzanda in Medicina d’urgenza a Bologna e presidente di Mediterranea Saving Humans ci parla dell’organizzazione di soccorso in mare.

«Mediterranea nasce nel 2018 da un gruppo di persone, realtà religiose, laiche, centri sociali, associazioni di tutta Italia che non accettano di restare con le mani in mano, si mettono insieme e comprano una nave, la Mare Jonio, l’unica battente bandiera italiana che parte per la prima missione il 3 ottobre 2018.

Mediterranea nasce in un contesto di forte criminalizzazione del soccorso civile in mare. In quattro anni di attività abbiamo fatto dodici missioni e soccorso direttamente 680 persone. Partecipiamo insieme ad altre realtà a un’attività di denuncia dei casi in distress che non vengono soccorsi quando non c’è nessuna di noi in mare. Ciò si fa anche grazie alla presenza di parlamentari, europarlamentari che svolgono un grande lavoro di pressione verso le autorità competenti. Abbiamo visto diversi scenari politici: dai porti chiusi di Salvini, in cui le navi di soccorso venivano bloccate e sottoposte a inchieste penali; poi il centro-sinistra, in cui si è passati al piano amministrativo e venivano effettuate ispezioni molto severe in cui si trovavano irregolarità, spesso illogicità, per esempio “avete portato più persone di quante siete abilitati a trasportare”.

In una situazione di soccorso, tra le priorità, non rientra il numero di passeggeri. Io ho conosciuto e mi sono unita a Mediterranea grazie a una delle realtà fondatrici e a inizio 2019 sono entrata a far parte del team sanitario, intanto facevo attivismo attraverso l’equipaggio di terra di Cesena. Nel 2020 sono stata chiamata come medica di bordo nella missione 8 della Mare Jonio, la prima nel contesto della pandemia. Sono entrata a far parte dell’associazione anche su altri piani e pochi mesi dopo sono stata eletta membro del direttivo e presidente».

Porto l’attenzione sul diritto internazionale che lascia evidenti i problemi politici. È come se ci fossero due spinte: una visibile, perché siete presenti in mare e salvate persone e un’altra, forse meno palese, che risiede nel rinnovo degli accordi Italia-Libia e la repressione della sopravvivenza altrui. Cosa possiamo dire in merito?

«Una delle nostre battaglie più grandi riguarda il rinnovo degli accordi che mettono la vita di determinate persone in mano alla cosiddetta guardia costiera libica, militari a cui è stata regalata un’uniforme e delle motovedette pagate da noi che portano avanti violazioni delle convenzioni internazionali, perché riportare le persone in Libia è universalmente riconosciuto come illegale e la responsabilità è in primis dell’Italia e dell’Europa che per interessi economici e politici finanziano tutto ciò. Questo metodo di esternalizzare e spostare sempre più a sud la frontiera per non farla vedere a noi è una tattica subdola. Secondo me, a parte il dar fastidio perché le persone le soccorriamo e le portiamo in Italia, diamo fastidio perché mettiamo in luce quello che succede e quello che stiamo finanziando: le torture, la morte in mare, la deportazione in Libia. Questi accordi si basavano su un patto per cui dovevano essere rispettati dei diritti di base, cosa che è più che dimostrato non avvenga, in Libia. Tuttavia ogni anno il nostro governo vota per rifinanziare gli accordi ed è estremamente incoerente. Noi ci battiamo perché non vengano rinnovati, ma anche perché la situazione in Libia cambi per queste persone. In più, una volta che li mettiamo in condizioni di poter fuggire solo via mare, nessuno è lì per salvarli».

Chi non è sulle navi di salvataggio, cosa può fare?

«La società civile ha un ruolo fondamentale. Abbiamo un grandissimo supporto in tutta Italia e in Europa per poter svolgere le nostre missioni, dobbiamo ringraziare ogni cittadino che ci dona un euro: è fondamentale, per noi. Anche chi è a terra ha un ruolo importantissimo nel risvegliare la coscienza. Tante persone non sarebbero contrarie a quello che facciamo e sarebbero molto contrarie a quello che succede nel Mediterraneo, se solo lo sapessero. Gli attivisti a terra di Mediterranea svolgono questo: informazione, contro narrazione rispetto alle propagande di odio razziale di morte in mare, sensibilizzazione e raccolta fondi. Parliamo di equipaggio di terra per la stessa importanza dell’equipaggio di mare, perché se non c’è uno, non c’è l’altro».

Condividi questo Articolo
Lascia un Commento

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *