Le passerelle non sono l’unico posto in cui rifarsi gli occhi in termini di stile. Oltre alle sfilate che scandiscono i look spring/summer, fall/winter, i fuori stagione e le cruise, c’è il fast fashion. Un organismo interessante che ha una filosofia basata sul rimpiazzo costante di capi da vendere.

Zara, Primark e H&M sono alcuni esempi noti che danno possibilità a chi non può permettersi abiti da sfilata di poter ugualmente ottenere pezzi di tendenza ispirati alle griffe di lusso. Punto forte di queste catene sono gli assortimenti veloci. Lo sono a tal punto da cambiare ogni settimana. In un solo anno un brand di fast fashion produce all’incirca 52 micro-collezioni incluse limited edition, special e festive. Il cambio repentino richiede una produzione ampia e globalizzata ma la pandemia ha arrecato un freno drastico al meccanismo sistematico di queste produzioni.

Con danni su più fronti, il Covid19 ha avuto un forte impatto sull’intero making off e ha causato un blocco che si è ripiegato su inventario, affitti e posti di lavoro. Un asset così corposo ed ampio come quello del fast fashion si articola su fasi di lavorazione dislocate in diversi paesi e l’emergenza sanitaria ha frenato il tutto. Un segno d’allarme, però, risuonava intorno a questo tema da ben prima del Covid19. Anzi, c’è chi sarebbe pronto a confermare che l’emergenza non ha fatto altro che portare alla luce tutti i problemi che già affliggevano la moda veloce. L’eccessiva produzione, l’approvvigionamento di materiale, la poca attenzione alla sostenibilità e i salari minimi sono problemi reali datati. Con la produzione pari a zero, le proposte di tendenza restano pari a zero e ciò ha provocato poche vendite e perdite costanti di guadagno. La minaccia del virus ha fermato il mondo e le produzioni dell’uomo, ma ha influito anche psicologicamente su di esso.

 L’utente, demoralizzato, preoccupato di contrarre un virus e limitato nella propria abitazione, di certo non ha pensato ad acquisti superflui. Al contrario i consumatori hanno reagito spendendo per scorte di beni di prima necessità come alimentari e farmaci. In queste circostanze poi, l’online si è dimostrato una risorsa indispensabile da cui sono sopraggiunti i minimi guadagni. Per rialzarsi, anche la moda ha agito optando per le miglior scelte possibili. Il gruppo Inditex che ingloba Zara, Pull&Bear, Oysho, Stradivarius, Bershka ed altri, ha chiuso 1.200 punti vendita. Farà maggior affidamento sull’e-commerce che, durante il lockdown, ha dimostrato di essere una forza necessaria. Anche H&M ha chiuso molti dei suoi negozi, ben 3.400 su 5.062 localizzati su 74 mercati nel mondo.

 Tuttavia, il fornitore di look all’ultimo grido ha precisato che si tratta perlopiù di chiusure temporanee, solo 170 risulterebbero ad ora definitive. In uno scenario come quello odierno, il settore dell’abbigliamento e delle calzature rischia di contare a chiusura bilancio tra 25 e 30% dei profitti. Le stime restano approssimative in vista della chiusura annua dei conteggi, ma già da ora si preannuncia una lieve ripresa che aggira intorno al 2 e 4% per il 2021.

 C’è poi da considerare un ulteriore fattore. Nonostante i mesi di quarantena siano stati allietati dallo shopping online, è emerso dalle analisi di mercato un aspetto particolare. I consumatori hanno ripreso ad acquistare maggiormente moda nel momento in cui le serrande dei negozi sono state nuovamente alzate. Questo porta sicuramente a pensare che al cliente interessa ancora parecchio il fisico e l’emozione di approcciare in prima persona con tessuti, abiti e proposte. Tra eccessi produttivi, costi e perdite di fatturato si valuta una ripresa minima che, però, desta a pareggiare i conti con quanto perso. Buona volontà, un pizzico di organizzazione produttiva e una miglior attenzione sugli eccessi potrebbero di certo permettere una lenta ma sana ripresa. Recuperare le stime di fatturato previste prima dell’avvenire della pandemia è difficile se non impossibile.

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