Siria: le voci contro il regime

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Intervista esclusiva alla Difesa Civile Siriana di Idlib e al giornalista esiliato Rami Jarrah

LE GUERRE DELLA SIRIA
Siria, con una popolazione che sfiora i 19milioni di abitanti, questa piccola porzione di terra è da anni epicentro di numerosi conflitti che la rendono un caso raro al mondo, se non unico. In Siria non si può parlare unicamente di guerra civile, ovvero il conflitto che vede coinvolti il regime di Bashar al-Assad contro i ribelli, ma dobbiamo fare i conti con un numero terrificante di attori che stanno prendendo parte ad azioni belliche in territorio siriano. In questa piccola porzione di mondo è in atto una forte “proxy war”, ovvero una guerra istigata da una superpotenza che non interviene direttamente nel conflitto, ma usa dei suoi “vassalli”; questo nuovo termine è stato annoverato tra le basi della cosiddetta “guerra moderna”. La “proxy war”, o guerra per procura, in atto in Siria vede coinvolti Iran e Arabia Saudita, la prima in rappresentanza degli sciiti mentre la seconda come depositaria della forza sunnita; la portata di queste due potenze deve farci comprendere il peso di questa tremenda guerra. Entrambi gli Stati godono di forti relazioni con le due più grandi superpotenze mondiali: accanto all’Iran c’è la Russia di Putin, mentre l’Arabia Saudita è sostenuta dagli USA, d’altronde sono stati proprio gli States a sollevare questo Stato con piani di investimenti straordinari a favore della famiglia reale Saud. In Siria una potente minaccia è costituita oltremodo dall’Isis, il territorio siriano infatti è stato scenario dell’aspra lotta contro lo Stato Islamico. Ma non è finita, oltre la guerra civile e oltre la “proxy war” e l’Isis, ci sono i curdi impegnati nei conflitti contro arabi e turchi, azioni che si svolgono in territorio siriano. “Casa loro”, ci dicono.
IL CONFLITTO OGGI AD IDLIB
CE NE PARLANO I WHITE HELMETS
I conflitti hanno provocato una devastazione totale del territorio, avere il numero dei morti è difficile se non impossibile. L’Onu ha rinunciato nel 2014 a contare i morti dei conflitti siriani per difficoltà di accedere al territorio da parte delle organizzazioni indipendenti, ma nel 2017 l’Osservatorio dei diritti umani in Siria ci ha parlato di 465mila morti, 96mila civili di cui più di 17mila minori.
Oggi questa terra maledetta dalla politica e dal potere vive ancora una forte offensiva da parte di Assad, appoggiato dall’aviazione russa, soprattutto in località che si trovano nella provincia di Idlib (Siria nordoccidentale), nelle quali i ribelli continuano a resistere. Nell’inferno di Idlib  i White Helmets (Difesa Civile Siriana), formati da volontari siriani, sono impegnati costantemente nella ricerca di civili intrappolati sotto le macerie dei bombardamenti, di indirizzare gli sfollati e cercare disperatamente di salvare vite. In questa intervista esclusiva per Informare, la Difesa Civile Siriana di Idlib ci spiega cosa sta avvenendo e in cosa consiste il loro impegno.

La città di Idlib è assediata dagli scontri. In cosa si sta concentrando il vostro lavoro lì e in che scenario vi trovate?


«Ci troviamo presso tutte le città e i villaggi del governatorato di Idlib, le quali sono state prese tutte di mira insieme ai confini (come la Sarmada), dall’aeronautica militare russa e dall’aeronautica del regime siriano, oltre che dall’artiglieria ed i lanciarazzi. Tali operazioni cercano di condurre l’oppressione verso una distruzione totale e cercano di provocare un gran numero di vittime.
Noi White Helmets intraprendiamo la reazione diretta ad ogni bombardamento o attacco, ed immediatamente ci dirigiamo sul luogo per salvare i feriti e portar via le vittime rimaste sotto le macerie. Durante gli ultimi 3 mesi abbiamo salvato 1573 persone, la maggior parte bambini e donne, di cui 30 corpi senz’anima (gravemente feriti). Sono stati uccisi 597 civili, 152 bambini, 94 donne e 5 volontari delle protezione civile, in seguito agli attacchi aerei ed ai bombardamenti da parte delle forze di Assad e delle forze russe su Idlib. Ad oggi la situazione è un po’ calma in seguito all’accordo di fermare il fuoco su Idlib, ma la situazione umana è ancora difficile in seguito alla grande immigrazione di milioni di civili provenienti dalla costa, dalla campagna di Idlib e da Hama, dopo gli ultimi attacchi militari».

In cosa consiste il coinvolgimento dell’aviazione russa nelle offensive di Bashar al-Assad?

«La Russia supporta il regime di Assad attraverso aerei militari e razzi a lungo raggio, oltre ad adoperare un gran numero di armi nuove in Siria, e come riportato anche dai media sulla terra sono state utilizzate bombe e razzi ad alto potenziale esplosivo. Noi siamo stati testimoni di alcuni bombardamenti che hanno distrutto diversi edifici e diversi piani di una nave in seguito alle grandi esplosioni, che sono succedute ai razzi aerei, come è successo nella città di Gerico ed Idlib, oltre che nel resto dei territori».

Cosa accade successivamente alle persone che soccorrete? I servizi sanitari saranno sicuramente limitati e molti diventeranno naturalmente profughi…

«Ora i civili e gli esodati hanno entrambi bisogno di numerosi servizi medici ed ospedali, in seguito alla distruzione di un gran numero di essi da parte degli aerei militari. Tutto ciò ha causato grande sovraffollamento negli ospedali del nord, che si trovano ai confini tra la Turchia e la Siria.
E nel caso in cui si diffondesse qualsiasi malattia infettiva, come sta succedendo ora nei paesi del mondo con il coronavirus, sarebbe una catastrofe ad Idlib, a causa della scarsità del numero di ospedali per consentire la quarantena, oltre alla povertà, alla scarsità di alimenti ed il sovraffollamento dei campi che facilita la trasmissione di malattie. Noi assistiamo i cittadini negli ospedali e nei siti medici; certamente le possibilità sanitarie sono limitate nella località di idlib e il paziente quindi viene trasferito verso un altro Paese, ovvero la Turchia».

La Siria è una terra estremamente ricca sul piano storico-culturale. Ci credete in una rinascita?

«Idlib e le campagne che la circondano, così come l’intera Siria, possono tornare alla vita e ad una nuova rinascita civile e culturale ad una sola condizione, ovvero che vengano fermati i bombardamenti, le distruzioni, le operazioni militari, le campagne di cambiamento demografico e la migrazione forzata. Se queste operazioni si fermano allora è possibile che Idlib e la Siria possano tornare progressivamente meglio di come erano, perché si libererebbero dall’oppressione e dalla dittatura e si aprirebbero al mondo dal punto di vista scientifico, economico, sociale e culturale».
Come giudicate il comportamento dell’Europa in questo territorio?
«Dal punto di vista umanitario ci sono stati degli aiuti per le organizzazioni che lavorano nel campo umanitario e dell’assistenza ai cittadini, mentre per quanto riguarda il campo politico il suo ruolo è stato debole nella protezione dei civili e nel fermare i mezzi di uccisone e bombardamento adoperati dal regime di Al-Assad e dalla Russia».
LA VOCE CONTRARIA
RAMI JARRAH E LA POLITICA DEL REGIME
La storia di Rami Jarrah è estremamente significativa, una voce autorevole di un reporter che ha sfidato tutto per raccontare i disastri dell’Isis ad Aleppo. Rami, insieme alla sua famiglia, ha fortemente sostenuto le proteste scoppiate in Siria nel 2011, credeva in una vita democratica nel suo amato Paese.
Rami viene arrestato e con lui la sua famiglia, costretto forzatamente a sottoscrivere un documento in cui affermava di essere un agente della CIA. Oggi Rami è libero, in esilio politico in Germania può ritrovare la libertà di una vera informazione per testimoniare le crudeltà del regime di Assad. Abbiamo parlato con lui dell’attuale situazione politica.

Hai raccontato da vicino le tragedie dell’Isis, cosa ne pensi di questa organizzazione e cosa significa essere un report in questi scenari?
«L’Isis per i governi è qualcosa di cui farne un vantaggio, parlo della Turchia e degli Usa e forse anche dell’Europa. In origine c’erano molti partiti a trarre vantaggio dalla presenza dell’Isis. Quindi l’Isis non è mai stato un problema perché chi ne otteneva i maggiori vantaggi dalla sua presenza era il regime. L’Isis è stata utilizzata contro i cittadini che chiedono democrazia e diritti, manifestando.
Questi gruppi sono utilizzati per delegittimare le richieste di libertà e pace. Per rispondere in maniera completa alla tua domanda, è molto difficile anche per un reporter spiegare alle persone cosa sta accadendo in Siria.
Le persone vogliono sapere cosa accade in Siria in due frasi o in 160 caratteri su Twitter, quindi se critichi l’Europa su come sta gestendo i rifugiati, allora avrai i turchi che supportano Erdogan dalla tua parte, mentre se critichi Erdogan avrai gli europei dalla tua parte, ma noi abbiamo critiche per entrambe le parti».

Cosa ne pensi del regime di Bashar Al Assad e del comportamento dell’Unione Europea nei suoi confronti?
«Quando i siriani parlavano apertamente criticando l’Europa, molti europei hanno provato risentimento pensando: “perché mai i siriani pensano che l’Europa li debba aiutare?”. La responsabilità europea deriva dai valori fondanti dell’Europa stessa: la democrazia è nata in Europa e questo è iconico in quanto la democrazie è ciò che i siriani chiedono. L’obiettivo dell’Europa dovrebbe essere quello di diffondere la democrazia essendo questa il valore su cui essa stessa è nata. Io credo che oggi l’Europa abbia perso il significato della democrazia e che non sappia più cosa vuole, è solo preoccupata di fare accordi che blocchino i migranti e mantengano la situazione sotto controllo; che Assad resti al potere, in questa ottica, non è poi un gran problema.
Per gli europei, Assad può bloccare il terrorismo e il fondamentalismo islamico e può arrestare questi individui. Ma in realtà tutte queste ipotesi sono semplicemente errate: è il regime di Assad a gestire da dietro la crescita dell’Isis e ne è il maggiore beneficiario, per quanto in molti pensino sia solo una cospirazione, è invece semplice matematica. Pertanto, io credo che l’Europa abbia dimenticato Hitler, abbia dimenticato cosa ha dovuto affrontare, la sua stessa storia, e stia accettando un nuovo Hitler.
Questo nell’era dei social media è molto più pericoloso. Abbiamo 7 bilioni di utenti in grado di vedere persone uccise, torturate, violentate, private dei loro diritti e l’Europa sa solo rispondere che deve rafforzare i confini. Io capisco quando l’Europa sostiene di non poter più accogliere rifugiati, ma ha tutte le capacità per fermare il problema, per fermare il regime di Assad, per fermare i bombardamenti, la violenza, la negazione dei diritti umani. A quel punto non ci sarebbero più rifugiati da dover accogliere. L’Europa ha tradito i suoi stessi valori».

L’offensiva del regime e dell’aviazione russa stanno provocando un vero e proprio disastro. Come si evolverà questa situazione secondo te?
«Ironicamente penso che Assad sia capace di riprendersi la maggior parte della Siria. A questo punto dovrà riportarla alla normalità con un’economia in crescita, ma questa è una prospettiva alquanto impossibile, considerando le politiche del regime stesso.
Quindi io credo che Assad si troverà presto a dover affrontare le richieste di cambiamento da parte dei suoi stessi sostenitori. Questo è quello che credo accadrà e che spero. Ma credo anche che, se dovesse essere questo lo scenario, sarà comunque necessaria una presa di coscienza internazionale sulla necessità di cambiamento in tutto il Medio Oriente. Non mi riferisco solo alla Siria, ma anche all’Iran, all’Arabia Saudita e a tutti quei paesi che dicono di non avere nulla a che fare con questo tipo di regimi. Se non ci sarà un vero sforzo di vedere i regimi cambiare, dando il diritto ai cittadini di scegliere il proprio leader, il pericolo sociale sarà enorme. Io credo che la gente non si renda conto di quanto questo sia pericoloso.
Gli europei vivono in un paese libero ma a sole poche centinaia di chilometri di distanza i diritti delle persone sono gli stessi di 200-300 anni prima. Una situazione insostenibile che richiede un cambiamento in tutto il Medio Oriente».

Quali sono le condizioni in cui riversano i campi profughi nei territori che circondano la Siria? (come Libano e Giordania)
«Dare un’immagine attuale di campi profughi è difficile. In Libano vive già un terzo della popolazione siriana, questo perché la popolazione libanese è piccola. Le condizioni dei campi profughi in Libano sono terribili: ogni inverno centinaia di persone muoiono a causa del freddo e non esiste un vero supporto a questi rifugiati; coloro che gestiscono la distribuzione degli aiuti forniti dalle Nazioni Unite sono corrotti; i soldi stanziati dalle Nazioni Unite ai rifugiati arrivano solo in minima parte.
Per quanti riguarda la Giordania invece, i rifugiati non si trovano in realtà in territorio giordano ma in una porzione di territorio siriano al confine con la Giordania. Sono stati i giordani a definire questo territorio “cuscinetto”, per porre una distanza ulteriore tra loro e la Siria nel caso in cui i rapporti si fossero inaspriti. I rifugiati di questa zona ricevono pochissimi aiuti, come del resto i siriani che sono riusciti a entrare nel paese, sono letteralmente lasciati a loro stessi. La Giordania non è capace neanche di provvedere a sé stessa, pertanto riguardo gli aiuti forniti dalle Nazioni Unite non c’è da fidarsi sulla distribuzione.
E poi c’è la Turchia, dove la situazione è quella di un milione di rifugiati alla frontiera: in 300-400mila erano già alla frontiera e molti altri sono stati smistati. In pratica tutta la popolazione del paese si trova alla frontiera turca. Questi rifugiati si trovano nella condizione peggiore nonostante gli aiuti assegnati alla Turchia, ironico se paragonato al Libano e alla Giordania».
Ringrazio per il lavoro di traduzione: Pasquale Scialla, Maria Rosaria Race, Genny Passaro, Samira e Amal Abdelati
di Antonio Casaccio
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