L’ecobusiness tra le province di Napoli e Caserta è una realtà più che consolidata. Il disastro ambientale nelle terre del famigerato clan dei casalesi ha delle responsabilità nette. Nonostante una chiara deficienza legislativa sul tema ecomafie, malgrado la scure della prescrizione e delle lungaggini processuali, i giudici della Corte d’Assise Appello del Tribunale di Napoli, hanno restituito il maltolto, confermando parzialmente le risultanze del processo di primo grado. Lo scorso 17 gennaio, in un’aula di udienza deserta, in presenza solo degli imputati e del collegio difensivo, il presidente della IV Assise Appello, Roberto Vescia ha letto il dispositivo.

Tante, troppe le prescrizioni. Anche molte assoluzioni a dire il vero. Condannati per avvelenamento delle acque, invece, due imputati eccellenti: l’imprenditore Cipriano Chianese a 18 anni e il faccendiere in odore di massoneria Gaetano Cerci a 15 anni di carcere. Nulla di nuovo sotto questo cielo. I loro nomi, insieme con quelli di politici, mafiosi, imprenditori, trafficanti di pattume domestico, industriale, tossico e nocivo, finirono nell’inchiesta Adelphi (dal greco “fratelli”.ndr) già nel 1993. Ma quel procedimento non portò ad uno “scontato nulla di fatto”. Da metà anni ’90 solo Cerci risulta condannato per traffico illecito di rifiuti e associazione mafiosa per aver favorito la fazione bidognettiana del famigerato clan dei casalesi. Il camaleonte Chianese, sfruttando il rito abbreviato, la fece franca. Come l’ha sempre fatta franca in tutti gli altri procedimenti penali incardinati presso altri tribunali italiani.

Nel maxiprocesso Adelphi ai trafficanti di rifiuti, le uniche accuse che muoveva la Procura antimafia si fondavano sulle dichiarazioni di due collaboratori di giustizia, Nunzio Perrella e Carmine Schiavone. I riscontri, pochi ed inefficienti, non andarono a confortare i racconti dei pentiti e le loro dichiarazioni vennero ritenute scarsamente attendibili. Poi si sono aggiunte, nel corso del ventennio successivo, numerosi altri collaboratori che hanno “schiarito” le idee ai magistrati.

Una quarantina di ex mafiosi, colletti bianchi e faccendieri finiti alla sbarra hanno guarnito il quadro delle accuse in maniera precisa. Intanto la procura antimafia di Napoli, attraverso consulenti ed esperti, ha avuto modo di analizzare tutte le matrici ambientali attorno alle aree di discarica, soprattutto l’area di di Cipriano Chianese in località Tre Ponti, tra Parete e Giugliano. La famigerata miniera di veleni Resit è stata la gallina dalle uova d’oro dell’avvocato di Parete. Scientificamente è stato provato il disastro e il conseguente avvelenamento delle acque. A distanza di tanti anni il sistematico traffico lecito ed illecito raccontato dai pentiti è stato prescritto. Purtroppo è tardi. Troppo tardi. Fiumi di percolato velenoso avrebbero e continuerebbero ad inquinare le falde sotto l’area di discarica.

Chissà fino a quando e chissà in che misura. Praticamente impossibile quantificare il danno ambientale. Il mix di liquido tossico sta lentamente e sistematicamente infiltrandosi nella falda. L’Area Vasta di Giugliano non è solo Resit. Nell’area insistono anche altre discariche. Lì sono stoccate ancora montagne di rifiuti imballati sotto uno strato di terreno superficiale che ha cambiato l’orografia del territorio: lì dove c’era la terra fertile di proprietà dell’Annunziata di Aversa ora ci sono montagne di rifiuti. Stoccate e gestite dallo Stato e dall’Antistato. Sì, perché nell’Area Vasta di Giugliano, lo Stato non ha esitato a scendere a patti con l’Antistato.

Pagando fior fiori di quattrini quando si è trattato di trovare buche per stoccare monnezza, durante l’emergenza rifiuti in Campania, non si è fatto scrupolo ad avere a che fare con gli ecocriminali, punti di riferimento della mafia made in Casal di Principe. Miliardi di euro santificati sull’altare di un’emergenza il più delle volte creata a tavolino. La torta dei miliardi di euro era pronta. Si è trattato solo di scegliere il momento giusto per tagliare la propria fetta. Intanto dei politici immischiati nell’affare finora nessuno ha pagato, tutti assolti o prescritti i reati. Qualcuno resterà a piede libero per sempre. L’importante è stato trovare capri espiatori, i mostri “inventori delle ecomafie in Campania” da tenere nelle patrie galere per il resto degli anni.

Troppo poco per una terra che grida vendetta, soprattutto per i tanti morti che mietono più i silenzi di Stato che gli ecoaffari dei bufalari travestiti da avvelenatori.

di Nicola Baldieri
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